logo
<Hotel>

- dal 2005, se è esistito -

 

 

Nuova sezione: Meta.

 

 

 

 

23 novembre, 2009. Chissà che lasciandosi alle spalle il periodo, non cambi qualcosa? Andiamo nella sezione Desideri

 

22 novembre, 2009. Oggi un mio articolo sulla letteratura fantastica, sul Corriere. L'avete letto? Bravi. Ma so che cosa significa la vostra pigrizia se non l'avete fatto.

Sono triste, ceno sulla mia barchetta di carta in mare. Siamo sempre in qualche modo ugualmente salvi, interminabilmente soli.

 

20 novembre, 2009. Uriah Heep può caracollare qua e là quanto vuole. Può goffamente trarre ispirazione da noi, sbeffeggiarci in qualche brutto libro. Ma noi siamo in qualche modo ugualmente salvi.

" Sa physionomie annonçait son âme" (Candide, Voltaire)

 

19 novembre, 2009. Alcuni nuovi personaggi fanno il loro ingresso in questo Carnevale. Devo ancora trovare loro un nome, ma potreste andarci vicino se pensaste alla Signorina Rottenmaier di Heidi. No, è qualcosa di più preciso di così. Uriah Heep?

 

18 novembre, 2009. Sorrido solo per voi.

 

16 novembre, 2009. E' un vero piacere non occuparsi più di nulla, a parte forse la psicofisiologia della percezione. In primo luogo, perché non sapete che cos'è; e ciò mi rende già abbastanza felice, come chi si chiude nel suo eremo ed è contento che tutti i sentieri altrui si biforchino prima. In secondo luogo perché mi è indispensabile.

Non amo le distrazioni, e non sto scrivendo il mio piccolo diario quotidiano qui sulle Sette moderniste.

 

12 novembre, 2009. Eccomi. Fin da piccola, ritenendo inconcepibile essere qui, ho sempre fatto caso più alle circostanze dell'esistenza che agli avvenimenti. Uhm, per esempio: non "sta piovendo ora", ma "perché l'acqua bagna?". Non trovo così singolare ciò che è scritto sul giornale, e nemmeno che esista una lingua comune, e nemmeno che la proprietà del linguaggio in sé sia comune; ma che esista una differenza tra il colore bianco e il colore nero, tale da consentire la scrittura e la lettura, questo mi provoca stupore.

Non so che cosa dire delle liti sulla letteratura spuntate di questi tempi. Mi rendo conto che deve trattarsi di una faccenda modernissima. Dalla quale nascerà gran messe di attività. Mi rendo conto che prendere posizione è possibile, nella misura in cui conosco gli elementi in gioco. E' pur vero che i pescatori pescano, per mangiare. E' pur vero che i pesci respirano. Ma nessun pescatore vive sul fondo del mare, e trovo profondamente simbolico il fatto che i pesci, una volta usciti dall'acqua, siano mutati (quelli che non sono morti).

Hanno pur ragione a venir qui a prendermi in giro. Come gioiellieri che scartano con disprezzo un'ostrica, dicendo "non tutte le ostriche producono una perla". Il mio punto di vista, tuttavia, rimane quello dell'ostrica.

 

 

7 novembre, 2009. Tra non molto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5 novembre, 2009. L'ultima cosa che devo fare oggi è lasciare la letteratura. Lo so, è un problema, dal momento che il mio lavoro è "cronista letterario". Però lo stesso. Lascio la letteratura. Mai nemmeno presa, vero stalker?

La questione è che non posso cancellare la testatina del sito, dal momento che ho cambiato amministratore e non mi ricordo più come si chiama quello nuovo, e se telefono c'è una signorina che risponde mandandomi una fattura. Quindi non posso togliere "Literary" dallo show. Tuttavia, per voi non è un problema, visto che di letteratura qui non se ne è mai fatta, no?

Ho deciso di lasciare la letteratura, perché se i letteratori sono quelli che ho potuto conoscere in questi giorni, beh io non c'entro proprio niente. Non so, a me piace inventare cose, osservare i caratteri, sentire le onde delta di dio: ma non chiamiamola più letteratura. Mi piace la figura di Giovanni Battista: in fin dei conti, perché no? Ecco, un mestiere nuovo.

Tra parentesi, i letteratori di questi giorni possono andare tutti all'inferno, dal primo all'ultimo, li considero persone mostruose e non vorrei averli come concittadini, che cosa mai potrebbero insegnarmi in un libro? Lo stile? Lo stile l'ho visto.

Torno ad ascoltare Mozart.

Ah, e il concerto n. 23, secondo movimento, è così che si suona (il video su youtube è difettoso, ma questa esecuzione la trovate in giro). E, permettetemi, non è questione di stile.

 

4 novembre, 2009. Più di una volta mi ha fatto arrabbiare: salut, m.sieur Claude.

3 novembre, 2009. E' giusto, è giusto, signori. Vorreste sapere, tanto per cambiare (ovvero tant per cambia') come si fa a essere felici, perché a essere infelici siete già bravissimi da soli.

Sicuri?

Innanzitutto, ritenete che l'infelicità sia legata a un desiderio insoddisfatto, per esempio alla mancanza di desiderio, che è l'insoddisfazione di tutti i desideri con l'abolizione dei medesimi. Secondo l'opinione comune, poi, "più desideri insoddisfatti generano più infelicità". Ma l'infelicità è causata dalla mancanza di controllo sull'infelicità, sui desideri, su se stessi e sul reale... Bla bla.

Vi consiglio, per schiarirvi le idee, una visita ai miei amici monaci del monastero di xxx.

La carne che viene cucinata una volta all'anno nel monastero alpino di xxx è in grado di garantire ai fortunati - e volontari - monaci una felicità bastante a soddisfarli per tutti i rimanenti undici mesi di digiuno. Perché? Intanto, perché quel digiuno non è distratto, disordinato, sofferto o subìto, è un digiuno attivo, studiato, esaltato dall'insipidezza dei brodi, amplificato dalla scarsità delle porzioni, magnificato dalla delusione quotidiana di vedere la gran quantità di verdura che i monaci coltivano, raccolgono, puliscono, tagliano e cuociono ogni giorno, ridursi a nulla in un pentolone troppo largo. E' un'infelicità prescritta, ed è un'infelicità seria, poiché nel monastero di xxx il pranzo è il solo momento di riposo della giornata: un'infelicità così intensa da spingere anche i monaci più inappetenti, anche gli anoressici travolti dal misticismo, o i monaci per disillusione (ve ne sono molti) o i più depressi, per tacere di quelli già un po' squinternati, ad appassionarsi alla mancanza di cibo come a un'attività a sé stante. Fatto che viene sovente rimproverato dalle alte sfere: "nel monastero di xxx si pensa solo a (non) mangiare", viene riferito. Nelle alte sfere non si conoscono metafore.

Come? D'accordo, anche voi non avete abbastanza cibo. Càpita, di questi tempi. Ma vi sentite ugualmente fiacchi e infelici. Dico cibo perché mi avete convinto a raccontarvi del concetto di cibo nel monastero di xxx, tuttavia potrei dire "denaro", "beni di consumo", "amore", "successo"... Voi sostenete che la mancanza o l'abbondanza di queste cose non vi ha reso desiderosi e felici, ma anzi annoiati e infelici. E se fossero, queste cose, dei falsi bersagli?

Dobbiamo tornare al monastero di xxx, dai segaligni monaci isolati. Occorre che vi dica che la maggior parte della vita dei monaci del monastero di xxx è dedicata alla esatta individuazione delle esatte, precise cose che scatenano il desiderio, quindi l'infelicità, quindi la felicità. I monaci, da gran spigolatori di sottoboschi, non si lasciano ingannare dal gesto simbolico di privarsi del cibo o della parola (lo giudicano, per l'appunto, un gesto simbolico), ma scavano a fondo nel significato di ogni elemento. Talvolta fissano una parete vuota, e se li disturbate si spazientiscono perché non hanno ancora finito. Sapete. I monaci del monastero di xxx sono tipetti che hanno avuto tutti, prima o poi nella vita, una singolarissima forma di illuminazione: si sono percepiti per un attimo quali oggetti reali di un mondo reale. Ve lo raccontano, se avete la pazienza di aspettare l'unica settimana all'anno in cui essi possono parlare.

Il primo consiglio che un monaco del monastero di xxx vi darebbe, in quella settimana, è questo: ritrovate il vostro punto reale, il momento in cui il vostro peso è stato fisico e non interiore, il vostro tatto è stato nelle dita e nella pelle e non solo nella mente, il vostro gusto nella lingua, la vostra vista negli occhi, ecc. Sembra facile ma non lo è. Quasi nessuno è tanto paziente con se stesso da comprendersi tanto a fondo, e da risalire tanto indietro nella propria vita da poter raggiungere il primo gesto che l'ha complicata, letteralmente il primo complotto con se stessi, e nessuno è così umile da riconoscere la validità dell'insegnamento di un monaco del monastero di xxx. Eppure, quel monaco vi direbbe: quando avete ritrovato tutti i vostri sensi reali, a uno a uno, e solo allora, buttateli nell'agone della realtà del mondo reale. Ma, dicono i monaci del monastero di xxx, che non sanno scrivere o l'hanno dimenticato, la realtà che dovete trovare nel mondo è della stessa qualità di quella che avete dovuto trovare in voi. Una realtà che non è (se non in piccola parte) collegata alla vostra opinione. I dintorni del monastero di xxx aiutano i monaci in questo sforzo: li aiutano le valli incanalate tra decine di cime irraggiungibili, i cieli distanti come quelli di Beckett, un fiume all'orizzonte che è quasi un miraggio, e da ogni parte nuvole che arrivano a loro piacimento da chissà dove. I monaci di xxx parlano con le valli, con le cime e con le nubi: e non lo fanno solo perché hanno l'obbligo del silenzio con gli umani, o perché sono ormai tutti un po' suonati e pazzerelli. Ma perché intendono ricordarsi in ogni momento dell'estraneità delle nuvole, e intendono guadagnarsi la loro amicizia. E sanno farlo.

Ora. Ciascun monaco del monastero di xxx, dicevamo, è stato un giorno beneficiato dalla percezione netta della realtà. E subito dopo ne è stato travolto. Nel monastero di xxx, molti dei monaci sono ex forzati, ex soldati, ex milionari, ex dirigenti d'azienda: in tutte le loro vite c'è un episodio misterioso, o più d'uno, che li ha distrutti, annientati, come vi sentite voi. Proprio mentre stavano per mangiare la carne delle loro vite felici, qualcosa è andato terribilmente storto. Tanto storto che alcuni di loro hanno personalmente cancellato le tracce lasciate sulla strada che li ha condotti nel monastero di xxx. Oh, voi non siete a questo punto; loro ci sono già passati.

Qui nel monastero di xxx hanno ricominciato come vi ho detto, cercando il cammino verso quella famosa realtà di se stessi e del mondo di cui dicevamo. Non è stato facile. C'è chi si è rovinato le mani per mesi piallando i tavolacci della mensa, prima di riuscire a sentire di nuovo il dolore di una scheggia di legno piantata nel pollice. Voi, dite, lo sentireste subito, e ridete. Forse, vi risponderebbe un monaco, non sono le dita il vostro punto insensibile.

Così, vedete, essi hanno organizzato ben bene una semplice e quotidiana infelicità. Ma per raggiungere la vera felicità, essi conoscono altre e segrete filosofie, che comprendono per esempio il privarsi anche di quell'unica carne all'anno: tali fasi superiori di organizzazione non sono semplici da spiegare e non sono semplici da capire, poiché richiedono una visita più prolungata, e più concentrata, un altro giorno, al monastero alpino di xxx.

 

 

3 novembre, 2009. "Eh, ma loro sì, sapevano. Ma noi?"

Ovidio finì in esilio, cacciato dall'imperatore. Dostoevskij fu condannato a morte, dico alla fucilazione, e si salvò per il rotto della cuffia, per vivere il resto della vita in quasi totale povertà. Beckett dormì fino ai cinquant'anni in una tenda, piazzata in casa sua, senza riscaldamento.

Mi dite che cosa sapevano? Come avevano la certezza?

E' fievole il senso dell'amore che io provo (noi proviamo) per loro, e che loro, decenni o secoli fa, forse sentivano o sentivano appena, come sentivano quella strana commozione che li prendeva ogni tanto, confusa con l'aria serale, con la bruma del mattino, con qualche evanescente luccicore della sera. Pertanto no, posso garantire che "loro" non sapevano. Sentivano forse, ma non sapevano. L'incisione del mio amore per loro non intaccò minimamente i loro giorni.

Oppure sì?

Loro non sapevano. Vissero duramente, e il loro presente non ebbe più porte di quanto non ne abbia il nostro. Tuttavia riflettete. In primo luogo, guardate i loro scritti. C'era la voce altissima di chi sa. Di chi sa di me (e di chissà quanti altri), qui, a parlare in loro difesa e in loro nome. C'erano parole marchiate a fuoco una volta per sempre, con autorità immensa, da persone che non erano certe di riuscire a mangiare il giorno dopo. L'autorità, auctoritas, non veniva loro dal riconoscimento. Abbiam visto che non sapevano.

E allora da dove veniva?

Oggi si considera il genio nella misura del suo successo: anche questo dà il senso del pessimo tempo in cui ci troviamo per l'arte. Ieri la solitudine era anche maggiore, nella tundra innevata o nel lontano Oriente romano, senza wi-fi e senza cordless. Eppure costoro ci hanno "sentiti". Ma anche oggi, se si riesce a fare silenzio, si capisce che l'auctoritas di costoro deriva proprio da me. Da voi. Da te. Si capisce che l'eredità non è solo genetica (oh, li sento quelli che mi accusano di voler avere figli a tutti i costi..., ma non me ne curo). Che si scelgono dei figli. Lontani, lontanissimi. Perché è questo il compito umano: andare e moltiplicarsi.

L'ultima parte della riflessione è questa: quindi, quali figli vogliamo noi avere? Probabilmente, figli simili a noi. E allora chi sono tutti gli altri? Che ci importa di tutti gli altri, quando nella folla noi riconosciamo subito i nostri figli, ed è per loro che abbiamo preso il biglietto, ed è per loro che sventoliamo il vaucher dell'agenzia di viaggi?

Nemmeno noi sappiamo. Però sentiamo. Sacrifichiamoci come fecero i nostri padri, per figli mai conosciuti veramente. Impariamo l'altruismo: poiché se in questa breve digressione li chiamiamo affettuosamente figli, in realtà sono e saranno sempre, ed è giusto così, e nel momento in cui ci sappiamo padri e madri lo "sentiamo", i nostri estranei preferiti.

 

3 novembre, 2009. Altra questione di scrittura: ascoltate e osservate questo breve brano. Il pianista suona un pezzo di Mozart (il 23) e per circa metà del tempo, non sapendo in quale casella inserirlo, lo suona come se fosse Chopin. Per l'altra metà annaspa. Perché?! E' un pezzo così ... semplice! Ovvio che vi sto trascinando giù o su per la china di una parabola.

 

1-30 novembre. Mese della scrittura. Letture consigliate e scritture ritornano quando abbiamo finito il romanzo, ciao! Venerdì 6 venite a vedere il libro di VMV presentato da Ricky.

Nel frattempo, miei cari, vi faccio notare che questo sito è nato sotto il segno di un'ipotesi, quella di un indebolimento del ciclo solare ("mentre una morsa di ghiaccio stringe il sole", dall'Introibo del sito), che quattro anni fa era assurda e impensabile, e oggi è conclamata realtà. Il Sole, il nostro Sole, una cosa di cui dovreste preoccuparvi un po' più che della vostra ombra, sta attraversando un periodo difficile: il minimo più profondo dagli ultimi 100 anni. Il magnetismo si è ridotto, le macchie solari pure, e il velo protettivo che la stella stendeva su noi tutti, l'eliosfera, beh, non è più così protettivo. E quindi? E quindi è il tempo di studiare, di fare il nostro dovere di Civiltà Intelligente, o Terrestri. Riprendete in mano i libri di studio e gli strumenti di osservazione del mondo, rimettete in funzione la fantasia e l'ingegno, perché c'è da fare.

 

30 ottobre, 2009. Ok, adesso guardate questo video, non troppo a lungo perché dopo un po' anche i vostri occhi cominciano a spostarsi senza che ve ne accorgiate, e la visione può restare disturbata per qualche istante (attenti ai giramenti di testa). Comunque, osservate e riflettete. Riflettete sul romanzo, beninteso. Poi ci risentiamo, un saluto.

 

26 ottobre, 2009. E' vero, amo il senso panico. Mi piace l'alba deserta con quel respiro di vita nascosta, protetta, che emana da tutte le cose addormentate, e io, girare come uno stupido fauno in giro per il mondo, sì, questo è in assoluto quello che mi piace più di tutto. Credo che se qualcuno mi chiedesse cos'è la vita, direi che è questo.

Mh, e quando le orchestre smetteranno di fare smorfiette leziose, questo sarà il pezzo di musica che lo esprime. Nè mi importa se a voi non piace, quando mi inchino e vi saluto ho in mente questa musica, dal minuto 7.54 circa.

 

 

25 ottobre, 2009. Leggevo, proprio adesso, di un personaggio che vuole slanciarsi all'improvviso fuori dalla stanza seguendo un altro personaggio, ma si trattiene e non lo fa.

Non vi dico quanto sia comune una simile scena nei romanzi, e riflettevo sul senso che noi diamo allo slancio. L'amore si slancia, va alla cieca e si getta fuori dalla stanza. Per combinazione, nella fine architettura psicologica del romanzo che sto leggendo, l'amore, tanto più cieco e tanto più appena risvegliato come da un torpore, è proprio quello che non parte di slancio. Resta lì, distante, un po' rimbecillito. Non è acuto, è ottuso.

Il romanzo che sto leggendo, tuttavia, è così di gran lunga (si può dire?) più sottile di tutto ciò che è stato prodotto negli ultimi dieci anni in tutto il globo terrestre letterario, che mi sarà difficile riuscire ad esprimere il succo di seicento pagine magistrali in quattro righette pietose.

L'amore è cieco è cieco. Si sparge e si diffonde così uniformemente in ogni direzione, che è già là prima ancora di andarci. Fa impressione come in un romanzo si possa permeare l'atmosfera generale di un amore sostanzialmente non detto, come le pareti scoppino d'amore, gli sguardi di chiunque siano velati da qualcosa che non appartiene loro, se non appartiene, e che invece gli appartiene, se gli appartiene, fa impressione come perfino voltando le pagine l'amore corra avanti da sé e sia già al corrente di tutto ciò che non è ancora successo, indifferente a qualsiasi svolta del destino. Fa paura, perfino, pensare che possa esistere un elemento in-dif-fe-ren-te al destino, il che significa sufficientemente coraggioso, senza esserlo affatto di per sè, da non essere alterato dagli accidenti, ma semmai in qualche modo fatto vibrare, come la corda di una chitarra che non si spezza solo perché delle dita la toccano, ma anzi suona. Lentamente affiora l'immagine per esempio di Thomas, sull'amore che va oltre la differenza della morte.

Ma fa ancora più impressione quando questo tipo di amore, ottuso abbiamo detto, che vive due velocità, l'una evidente, che sarebbe necessitata allo slancio, l'altra invisibile, che di fatto è già per così dire lontana da sé, fa più impressione dicevo quando questo tipo di amore si incontra nella vita. Non si riesce nemmeno a registrare tutto ciò che avviene, nello sterminato creato dell'amore. Gocce di pioggia scendono su Marte, su Urano esplode la lava di basalto, e si è ovunque. Fa ancora più impressione quando questo amore, che non esce dalla stanza, va oltre le differenze della vita.

Nei romanzi, e in particolare nei romanzi che hanno le dimensioni di quello che sto leggendo ora, la cosa più sensazionale è che a pagina trecento guardi la quantità immensa di pagine che manca alla fine della storia, e ti fermi un attimo in una specie di commozione - questa - in un turbamento non triste, nemmeno felice, diciamo stupito. Una specie di imbambolamento che prende (o almeno prende me) quando ci si immagina in mezzo al tempo, e per farlo meglio magari ci si immagina di essere uomini preistorici che pensano al futuro. Come deve sentirsi un gamberetto in mezzo a una tempesta nell'Oceano. E allo stesso tempo si percepisce la forza che spingerà avanti, per altre trecento pagine, proprio quell'amore che già sa tutto, che già comprende tutto, che già ha letto tutti i finali, o forse li ha già scritti, e che forse ha cominciato a scrivere proprio dalla fine, o almeno così sembra, lasciando a noi l'illusione che la direzione del Tempo che sola possiamo imboccare sia quella giusta.

 

 

24 ottobre, 2009. Assumere una posizione scandalosa, improvvisamente.

Non voler essere un semplice strumento.

E' scandaloso, lo so. Ci si chiede: se il fine è buono e condiviso, perché semplicemente non gettare il proprio fustello nel cappello?

Vi è dell'orgoglio?

Vi è dell'aristocrazia?

Parole facili.

Io penso che si sarebbe potuto facilmente rimediare a questo, ma non lo si è voluto fare. Perciò devo decidere a posteriori. E a posteriori io rispondo meditando: non voglio essere uno strumento, utile e cieco, di un fine incondiviso a priori.

Costava tanto, condividere? Sì? Non pareva importante, probabilmente. Per il principio del fustello nel cappello. Ebbene, ma questa estraneità è la solita, per me, capite, per il mio piccolo caso. Dov'è che il ritmo della campana cambia?

Dunque non voglio essere, non sono, un semplice strumento.

Con ciò, perdo vantaggi, lustro e molte altre cose.

Lo so.

 

--

Evviva. Festeggiamo: ho trovato l'incipit. Sarò via un paio di giorni per l'inutile tentativo, poi tornerò più convinta e assorta di prima. Non sarà un nuovo tipo di romanzo, e nemmeno un vecchio tipo di romanzo, tuttavia non sarà nemmeno una nuova forma, o almeno non credo.

Intendo occuparmi del solito vecchio romanzo che sto scrivendo lontano da qui, senza più occuparmi in realtà del fatto che piaccia o non piaccia, che abbia una forma o un'altra, che sia migliore o peggiore di altre cose che ho scritto. Tuttavia, osservandolo, ora, ancora in prospettiva soltanto nella mia mente, mi rendo conto che se non sarà così come è, come vuole essere, come lo vedo lì davanti a me, allora non sarà. Ciò descrive me, in qualche modo, sebbene la storia sia in fin dei conti tutt'altro (un'ambientazione, può essere me? un clima, un capitolo, può essere me? in un certo senso no, e in un certo senso sì). E' ovvio, è sempre stato ovvio. Non ha alcun significato scrivere la storia che qualcun altro potrebbe scrivere. Sembra la prima cosa da tenere presente, ma per me è arrivata ultima, non nelle parole, ma nei fatti. Non so perché, non ha più nessuna importanza lo stile, non ha più nessuna importanza la radice culturale, non ha più nemmeno importanza se è una storia "corretta" o no.

Io che sono così attenta a cercare di essere accettata, anche per quello che non sono. Io che sono così attenta a cercare di non essere proprio esattamente ciò che sono. Io che rifiuto di fare ciò che cerco dagli altri: conoscermi, volermi bene. Io che preferirei cercarmi ovunque pur di scoprire che sono in un altro modo. No, menzogna. Io che temo di non avere niente dentro, e mi comporto come se questo fosse vero, io che temo di non essere all'altezza, e mi comporto come se dovessi pararmi il culo. Io che temo che quando avrò capito chi sono, allora non vorrò più avere niente a che vedere con me.

Invece.

Ho scoperto che sebbene io sia io, ebbene, io sono all'altezza. Non è una cosa che ho creduto innocentemente da giovane, per poi pentirmi o rendermi conto che ho sbagliato. No, è un fatto che ho rifiutato per anni, e ancora adesso non lo credo solidamente. Vedo un bagliore, un lume.

Forse perché quando penso di aver perso tutto, e trovo me, solo me, mi domando che cosa ho perso in fondo, se sono lì. E il bagliore mi basta. Stranamente, non è poi così debole. Anzi mi sembra un Sole. Forse è un Sole, abbagliante. E forse, finalmente, ho deciso di fidarmi di qualcuno che mi tradirà, mi deluderà, mi umilierà, mi dimenticherà, mi farà soffrire come non ho mai sofferto prima. E quel qualcuno, finalmente, sono io.

 

 

21 ottobre, 2009. Anche se F. aveva maturato alcune opinioni certe sulle questioni che si dibattevano nei circoli culturali, egli preferiva astenersi dall'esprimerle. A chi gli domandava come potesse rinunciare a influire in qualsiasi modo sul suo tempo, egli non rispondeva, ma si stringeva semplicemente nelle spalle. Non era noto per essere uomo dai movimenti eleganti, e quello stringersi nelle spalle arricciava le maniche del suo cappotto in modo ridicolo, dando alla figura un generale aspetto di insulsaggine che riusciva all'improvviso fastidioso, perfino irritante. Come non si sospetta che uomini molto brutti coltivino sentimenti bellissimi, così ci si convinceva più facilmente che un goffo manichino non avesse opinioni, figurarsi se incisive, su qualsivoglia argomento. E lo si lasciava in pace.

Quando poi si trovava di nuovo solo, F. raddrizzava le spalline del cappotto con qualche strattone impaziente, e proseguiva per la sua strada. Un amico, in un incontro a quattr'occhi, avrebbe potuto cercare di stuzzicarlo, dicendogli sottovoce "tu credi forse che questo non sia il tuo tempo, ma non ne hai un altro. Il tuo tempo è finito! Presto!", conoscendo già in parte le sue convinzioni più generali intorno al destino e cercando di presentargliele nella forma più urgente possibile, quasi rivoltandogliele contro, affinché in qualche modo facessero da chiave per le stanze più segrete del suo pensiero. E poi, persa la pazienza, lo stesso amico avrebbe potuto avvertirlo, sempre sottovoce: "Nessuno più ti ascolta! Parla!".

F. tuttavia non era una vittima di se stesso, non manifestava altri atteggiamenti ombrosi e non era per altri aspetti minimamente reticente. In questo modo, al di fuori degli ambienti culturali, conduceva una vita del tutto o quasi normale, e lo si sarebbe detto perfino affabile, se non addirittura aperto. Ma, nel suo mondo, egli viveva appartato.

 

---

Ho il raffreddore. Mi consolo, come da decenni ormai, con Dostoevskij. Non vi dico come pronuncio Dostoevskij, con questa infreddatura.

 

---

La storia si ispira a un fatto di cronaca.

16 ottobre, 2009. The Balloon Boy.

"Mi avevi detto che lo facevamo per lo show", dice il piccolo Felix al padre Dick, in favore di telecamera. I nomi sono cambiati per quest'altro show. Tutt'intorno, lamiere cromate parcheggiate in mezzo al midwest, campi di terra arata, furgoni delle tv con i portelloni aperti per arieggiare l'odore di popcorn e ciambelle digerite. La storia di oggi è Uomini americani che corrono a salvare il figlio volato via su una mongolfiera. Si schianterà? Il bimbo volerà via e morrà? In realtà il bambino sulla mongolfiera non c'è, e quando lo trovano nella stanza sopra al garage, terrestre e beato, lui risponde sogguardando il padre con quegli occhioni da cucciolo: "Mi avevi detto che lo facevamo per lo show". Il giornalista che sta intervistando il padre abbassa il microfono. "E' una bufala?" Strillano tutti i giornali che hanno investito uomini e mezzi e prime serate e non vogliono perderne nemmeno una goccia. "Il padre si è inventato tutto per quindici minuti di notorietà", avvertono i conduttori, con la faccia severa dei diavoli custodi nel girone dei Disapprovabili.

Dick guarda il bambino dall'alto in basso. "Felix, perché mi fai questo?"

Il bambino è sorridente, innocente e silenzioso. Non gli è riuscito difficile slegare la mongolfiera, ma per un sacco di tempo ha creduto che suo padre non si accorgesse di niente. Dal nascondiglio sopra il garage uscivano onde mentali "Vòltati verso il giardino e guarda, testa di cazzo", ma a parte le onde mentali Felix non poteva fare altro. Nemmeno chiamare le tv. Però mandare un messaggio con la radio sì. Nessuno avrebbe indagato su un radioamatore del midwest che si domandava che cavolo facesse un pallone in volo con un bambino dentro. Li ha avvertiti lui, i media, e quelli sono arrivati prima che suo padre, dal retro della casa, alzasse la testa dalla falciatrice e rimanesse come un idiota a bocca aperta a guardare l'ombra storta della mongolfiera attraversare le nuvole. Probabilmente il vecchio si è spaventato. Probabilmente ha smaltito con la corsa attraverso i campi i suoi venti dollari settimanali di cene surgelate davanti alla tv. Probabilmente si è chiesto se una madre non sarebbe stata meno distratta. Probabilmente si è sentito responsabile di qualcosa. Di qualsiasi cosa, schiaffeggiato via dalla sua ebetudine sorridente mattino e sera. "Ehi Dick, come butta".

Poi il padre li aveva visti: furgoni delle tv, camper, macchine ferme davanti al giardino di casa, con le donne in pantaloni sedute sul cofano a masticare panini e ad aspettare, gente che scattava fotografie e chiedeva di visitare la casa, persone che lo chiamavano per nome e gli chiedevano notizie. Gente che dopo un po' lo riconosceva, qualche butterato segaiolo dello stato vicino, accorso sul posto con il pick up, a masticare semi e a chiedergli se era lui quello del "reality" dell'anno scorso. Certo che era lui. L'eroe per tre settimane di "Wild & Car Show", "quello che faceva l'inventore".

E finalmente Felix dalla stanzina sopra il garage lo aveva visto mutarsi in pubblico in quello che realmente era, quando armeggiava con i rottami costruendo macchine del vento che non funzionavano e allarmi per verande e cicalini per cani: un pallone gonfiato che si pavoneggiava spiegando quant'era stato bravo e sottile e furbo a costruire una fortuna dal niente, "dal niente" lo ripeteva sempre più di una volta, perché ci teneva. Felix poteva quasi sentirlo, mentre correva dietro alla mongolfiera e dichiarava alle tv "soffro terribilmente", oppure "farò di tutto per salvare il bambino", oppure "ho fatto di tutto per salvarlo ma non ce l'ho fatta", contando fino a tre davanti al microfono, per avere tutta l'attenzione del pubblico.

Poi era bastato uscire dal nascondiglio del garage. Abbastanza presto per vedere l'ombra di delusione dipingersi sulle facce di quelli del pick up, di quelli delle tv, e anche di suo padre. Ma non così presto da non essere chiamato per nome, e abbracciato in favore di telecamera, e stretto tra un paio di lacrime false e una vera. Sì, beh, un po' gli era piaciuto vedere suo padre piangere di gioia. Un po' gli era sembrato quasi abbastanza. Poi si era ricordato che invece non lo era. Quando suo padre aveva detto al giornalista, e non a lui, "beh, eccolo qui", Felix si era ricordato che non era abbastanza. Gli ci era voluto un po' di coraggio. Però andava fatto.

E così aveva guardato gli adulti come adulti per un'ultima volta, a uno a uno, e aveva contato a mente fino a tre davanti al microfono, come gli aveva insegnato suo padre, e poi aveva sorriso.

"Mi avevi detto che lo facevamo per lo show", aveva detto.

 

 

15 ottobre, 2009. L’ultimo Aeternauta scivolò a terra sul pavimento, dove le lastre di marmo disegnavano la greca su cui si saltava da piccoli. Rossa, color porpora, ci si domandava come mai avesse disegni lunghi esattamente come piedi di bambino, e da adulti la domanda restava, solo che diventava senza risposta. Terrazze immense, di pietra bianca lucidata dalla pioggia, dove l’inverno era più bello e più proibito dell’estate, e l’estate più breve e più desiderabile dell’inverno, circondavano la stanza in ogni direzione. Verso Sud, c’era il mare, a Nord le montagne, a Est e a Ovest il giorno e la notte.

Per ciascuno di quei panorami, un giorno, si era provata nostalgia.

Cedere agli istinti era stato facile, quando gli Aeternauti erano un popolo, complicato, quando l’Aeternauta era rimasto solo. Si poteva fondare un’etica, in una stanza solitaria tra terrazze deserte, coniando il rispetto per la formica e la venerazione per il soffio di vento. Si diventava un po’ pazzi, un po’ astuti: si cancellava ogni giorno il giorno precedente, e si conservava della settimana il giorno migliore, in modo che la Storia, nell’eventualità di un testimone futuro, non tramandasse nemmeno un errore. La pazzia consisteva nella redazione stessa della Storia, ultimi di un universo.

Non ci si soffermava sulla sensazione violenta che perfino le cose stessero attendendo la distruzione, ansiose di ritornare nel calderone del cosmo, irritate di essere oggetti. La tristezza degli oggetti talvolta era percepibile, nel silenzio. All’alba, una scarpa rimasta nella stessa posizione in cui era stata lasciata la sera prima, soddisfaceva tutta la necessità di crudeltà dell’Aeternauta, e poi suscitava tutto il suo pentimento.

Il boato del mondo silenzioso era un interlocutore con cui l’Aeternauta riusciva perfino ad arrabbiarsi, di tanto in tanto. Sgridava i temporali.

Eppure, la solitudine non sembrava una faccenda seria.

Quel giorno, in cui tutto non era più perfetto del giorno prima, doveva essere il giorno in cui l’Aeternauta sarebbe morto. Stanco, ma non annoiato. Le formiche e i lampi erano divertentissimi. Ma morire, prima o poi, si doveva.

Così scivolò a terra, rantolando. Guardò la spianata lucida del pavimento con un’attenzione solenne, i passi dei bambini, la greca rossa. Gli veniva da ridere, i passi dei bambini, non c’era veramente niente di triste, lui che moriva, avrebbe potuto raccontare perfettamente tutti i giorni a seguire, il banchetto delle formiche, non c’erano più vermi dall’estinzione delle mosche, l’ultima polvere di ossa soffiata via da un vento dell’Est, il gioco dei granellini di polvere tra le tende della finestra a Ovest, poi altro silenzio.

Ah, la notte. Ah, il giorno. Ah, la linea dell’alba disegnata sul pavimento. Gli veniva da ridere.

Vide la bambola quando stava per chiudere gli occhi. Caduta a terra, come lui, ma non per un ovvio abbandono. Scompaginata, i braccini disordinati, il naso sul pavimento. Persa. Lasciata cadere scappando.

Non da lui. Non possedeva una bambola. Non c’era la possibilità che fosse una trappola tesa da se stesso per incuriosirlo della Morte.

La Morte possedeva bambole?

Quante domande, erano troppe domande  tutte insieme.

La bambina che aveva lasciato cadere la bambola si affacciò nella stanza da una delle finestre. La finestra Est, senza senso.

“Chiedi pure,” mormorò l’Aeternauta, con un filo di voce.

“Chi sono io?” chiese la bambina.

Si guardarono, abbastanza a lungo. L’Aeternauta rideva dentro di sé, come se quella fosse una risposta. La bambina era piena di angoscia, e di paura, e di orrore, e aveva piedi della misura esatta delle greche sul pavimento. Questo l’Aeternauta notò, prima di morire, ma niente altro.

 

14 ottobre, 2009. Giornate di ritmi deliranti. Ma ci sarà un qualche manuale di manutenzione che dice che io devo trovare un minuto per me, uno di quei cosi (non diciamo libri) con la copertina bianca e l'inquadratura di un particolare del corpo cui è dedicata la teoria demenziale di autocura illustrata nel manuale: il sorriso, i piedi, l'ombelico, la ghiandola pineale.

Sono stanca, sto traghettando da sola me stessa e il mio microscopico gruppo familiare (io e il gatto) attraverso la crisi, la mia e l'altrui e quella di tutti, e sto cercando di mantenere la rotta e la lucidità. Non è facile, ma mi si osserva, mi si giudica dotata di una quantità di coglioni sufficiente a produrre tutto il testosterone necessario e anche qualcosa di più, e mi si lascia nel mio guado.

Se vado veloce, mi si ride addosso che non vado abbastanza veloce, se mi fermo e resto impantanata mi si passa vicino con la barca chiazzata di altro fango e non si prova nemmeno a liberarmi dall'incaglio. La gente si diverte quando uso le parole sbagliate o cado in ripetizione, ma non s'accorge di quanto dev'esser stata lunga la familiarità con il naufragio perché io conosca così bene tutti i termini del mare.

E' vero, è difficile se non impossibile amarmi, lo so perfino io. Si ha sempre l'impressione che io non abbia bisogno di niente, e contemporaneamente che io manchi di tutto, due condizioni che non suscitano amore. Non ho bisogno di niente come le rocce, i massi, anzi gli schiacciasassi, e manco di tutto come un paesaggio in costruzione, vuoto e desolato, con i profili delle gru arcigni e i capicantiere che mandano via gli estranei o sgridano gli operai.

Invece ho dentro una piccola forma, non pretendo nemmeno che sia troppo robusta o conformata, e non posso lasciarla andare in giro da sola. Ve l'immaginate, a tentare di attraversare quest'autostrada, io sì, e la fatica più grande che faccio e la voce grossa dipende da questo, che cerco di non farla morire. E' lei che un giorno dovrebbe sedersi qui a raccontare, lei che vede attraverso i miei occhi tutto il male e anche tutto il bene.

 

 

13 ottobre, 2009. Febbre da amarezza.

"Anche lei, eh Catullo, ti ha rimproverato per i tuoi sbalzi d'umore, perché tu foglia ti sei mossa al suo soffio di vento". Volevo scriverlo in latino ma non mi ricordo più niente.

Comunque Catullo diceva bene: odi et amo.

 

12 ottobre, 2009. Impegni.

 

12 ottobre, 2009. Sarà...

 

10 ottobre, 2009. La parola di oggi è "filamenti". Ho trovato un sito in cui il Sole è ripreso in colori inimmaginabili, non il solito EIT blu o giallo, né il violento modulo fisso a raggi x in differenti frequenze. Resto per oggi a guardare i filamenti del nuovo colore, grandi ciascuno quanto una ventina di Terre, unendo questa immagine a un'altra, che spero di non dimenticare mai: ripresa dal piano dell'eclittica, si orientava all'improvviso verso il basso, mostrando come da una balaustra il precipizio di polvere e di vuoto per anni luce e anni luce sotto di noi. Laggiù in basso, ramificazioni periferiche della Galassia, luminose come Parigi di notte dai satelliti, o come gangli di Dna frattali. Esistenti, visibili, anzi lì davanti agli occhi, ma difficilmente concepibili. Noi comprendiamo solo immagini come quella qui sotto, in cui la nostra presenza è sensibile.

La parola di oggi è "filamenti", ma in realtà le parole non mi interessano, sebbene mi renda conto che non ci sia altro Modo, come non c'è altro Modo che l'immagine, come non c'è altro Modo che l'essere umano.

 

( STS-41B, NASA)

 

9 ottobre, 2009. A stretto giro di posta: NO. Quando intervengo qui, non sono la giornalista che si occupa di letteratura, ma un'aspirante scrittrice. Ciò che dico è, in prevalenza, artistico. Le parole che non voglio più sentire sono l'occasione per trovare immagini nuove: per esempio, "camminare con le orecchie" è un'immagine che trovo interessante.

Non è un buon periodo ma va tutto come può. Un mio amico mi ha regalato "Watt" di Beckett, anche se per coscienza glielo restituirò appena l'avrò letto. Ho fatto un'intervista a un autore che mi sembra finalmente in crescita e non in crollo stilistico e contenutistico. A poco a poco questi piccoli elementi esterni mi aiuteranno a riprendere fiducia dopo il breve "down". Ringrazio Paola che, bontà sua, mi ha mandato una pagina intera di applausi, scritti, per un mio raccontino.

 

9 ottobre, 2009. Nuova rubrica:

Le parole che non voglio più sentire.

La "parola che non voglio più sentire" di oggi è: "cartografia".

Come "carta" e "inchiostro", anche la parola "cartografia" entra in una serie di immagini che si trovano spesso in testi giornalistici o letterari, come la "cartografia del racconto" o la "cartografia dei sentimenti".

Ed esattamente come quando sento "carta" e "inchiostro", anche quando sento "cartografia" ho la sensazione di

camminare con le orecchie tra i cocci appiccicosi di un vaso pieno di melassa buttato per terra all'aperto e mimetizzato con foglie secche sporche e rane.

Blah.

 

6 ottobre, 2009. Io vado troppo veloce, sorvolo. Non-è-questo-che-accade. Devo rallentare. Ma soprattutto a poco a poco devo puntare la luce. Piano piano, non è detto che mi riesca subito. Però. C'è una buona pagina di romanzo, nata questa sera su un blocchetto di carta quadrettata, che mi fa sperare. E' un lavoro duro. Sto imparando a puntare la luce. Per farlo devo concentrarmi su un elemento della narrazione che, vi sembrerà strano, non avevo mai considerato prima: io. Non la prima o la terza persona, non ciò che intendo dire o ciò che voglio si capisca. Non i nemici, i cattivi, le cattive. No, solo io. Io. Le mie sospensioni. La pausa che c'è tra me e il reale, e, spesso, tra me e le mie parole. Ciò che cerco di catturare a volte attraverso i gesti, intere scene che ho dovuto inghiottire davanti al mio pubblico reticente.

Vi sottoporrò la pagina quadrettata di oggi, in piccoli brani, quando capiterà, per mostrarvi la differenza tra questi precedenti tignosi, e la lama di luce che origina da un punto piccolissimo e si apre nello spettro. Ma prima devo ritrovarmi. Ciao.

 

5 ottobre, 2009. Quando ero piccola ero sciocca, forse sciocca come tutti ma più vulnerabile, quindi una sciocca chiusa in se stessa. I miei ricordi, al momento di impressionarli sulla rètina del ricordo, sono stati sciocchi e chiusi in se stessi. Tutti i giorni osservavo un muro di arbusti in lontananza, invalicabile e abitato da nebbie e animali, il colore di abiti di una vecchia del cortile, così strano, mai più rivisto in tutta la mia vita, e un palazzo molto alto, dalle cui finestre gli altri bambini si sporgevano.

Da sotto contavo uno due tre quattro cinque sei sette piani. I cortile della mia casa a tre piani era vicino al palazzo alto. Noi del cortile a tre piani chiamavamo tutti i giorni i bambini del palazzo alto, parlandogli da lì. "Ehi, tu." "Ehi tu." Ricordo che non mi piaceva quest'abitudine dei miei compagni di giochi. Avevo paura che gli altri bambini cadessero di sotto. Quando passavano la testa sopra i gerani, io scappavo. Quando agitavano le braccia oltre la ringhiera, io facevo loro segno di arretrare. I miei amici del cortile alzavano le spalle: un giorno mi dissero "Sono nostri nemici." E io guardai su e da allora mi ammalai di vertigini.

I miei pochi ricordi sono sciocchi, nessun ricordo di cielo, nessun viso, nessun grumo ravvicinato di terra si è salvato nella distruzione sistematica che questo intelligentissimo presente ha richiesto.

Io provo orrore del vuoto che ho dentro, in un modo che voi non capite. Solo con estrema fatica, con tutta questa grande intelligenza nuova, riesco a ritrovare i miei ricordi sciocchi. Io provo orrore del vuoto che ho dentro e conosco il prezzo della conformità meglio di chiunque altro.

 

4 ottobre,2009. Non mi sarà possibile realizzare il mio sogno, che sarà realizzato da apposite persone senza sogni. Mi siederò sotto l'albero e guarderò le foglie uscire a divertirsi e sorridersi e seccare a una a una, tutte felici. Finito lo spettacolo, vedrò gli spazzini fare il loro lavoro fischiettando. Poi la scena resterà vuota. Guarderò i miei piedi nella ghiaia e potrò constatare che non sono ancora pronti per andare da qualche parte. Li lascerò scavare piccole buche di sassi e richiuderle, per sfogarsi, finché qualche cane infastidito piscerà sopra la loro scrittura. Mi sembrerà di sentire ancora le foglie stormire sui rami, come quando, di spalle, andavano ai party. I vialetti del parco rimarranno vuoti e incorniciati di cieli bianchi, addensati. Guarderò più lontano che potrò senza vedere niente, insistendo, ma pensando che se avessi rinunciato sarei stata felice anch'io al suolo, come le foglie e il cane. Mi ricorderò che solo i vivi sentono freddo e non vorrò più esserlo.

Di nuovo.

 

 

 

 




castATsettemodernistePUNTOcom

 

“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).