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<mitogenesi>

 

- dal 2005 -

 

 

Mitogenesi e palinodia

 

 

 

25 febbraio, 2009. Si può dire "acùzia"? No, eh? Nemmeno se non si intende proprio proprio "acume", bensì "astuzia" travestita da "acume"? Rileggete: astuzia travestita da acume. Che vuol dire? Vuol dire che ho fatto il solito giro tra i soliti siti pasticceri, e ho trovato molta di questa "acùzia" (e non è colpa mia se non esiste, ma c'è, come direbbe Platone). Ho trovato autori che sfottono altri autori, gruppi di potere che sfottono altri gruppi di potere, allusioni e attacchi diretti, più violenti in proporzione diretta alla nullità dell'attaccato e alla forza dell'attaccante (voi direte, si giudica un forte da come tratta i deboli. Ma in questo ambiente non funziona così. Più si è forti, e più si distrugge tutto ciò che è debole. Altrimenti, come si diventa forti? Mamma mia).

E allora ho pensato: Ida, aspetta a produrre il tuo testo sacro. E ho continuato a pensare: il tuo saggio è antropologico, filosofico, letterario, critico e linguistico, ma tu lo sai che l'evoluzione di tutte codeste discipline umane è già stata programmata dagli Esperti per i prossimi decenni? Lo sai o no? Ti rendi conto che si sa già che cosa può essere detto di nuovo, ma soprattutto ti rendi conto che si sa già anche chi può dirlo? Non sei tu.

E non azzardarti.

 

24 febbraio, 2009. Il breve saggio sta per arrivare. Di solito, prima di cominciare si scrivono i ringraziamenti, io invece intendo cominciare con un gesto polemico. Che potete immaginare. Da ciò comprenderete forse qual è il mio umore, e qual è l'umore del saggio. So che tra un paio di mesi ritroverò queste stesse parole rimescolate e ripubblicate altrove sotto un altro nome. So che ci sono alcuni tra voi che sono soliti riciclare il materiale che io pubblico qui. So anche che i miei lettori, a parte i blackberry che simulano svariate provenienze, sono comunque diventati numerosi: e sono scelti tra persone che si conoscono, e che per motivi diversi si osservano o si leggono tra loro, non sempre in amicizia.

Per questo pubblicherò direttamente con lulu il contenuto del lavoro. Troverete il link entro breve.

 

23 febbraio, 2009. Forse, dopo un po' di riposo quest'oggi, vi proporrò stasera il solito pezzo di elegia mistica di cui sono specialista. Ho notato che non tutti apprezzano il mio tratto poetico-retorico-melenso, almeno non nella vita. Scusate, ma ciò è motivo di notevole orgoglio, stimolo alla perseversanza e all'ostinazione.

Cominciate pure a strofinarvi le mani.

 

23 febbraio, 2009. Mi ci son voluti quarant'anni, ma alla fine l'ho capito.

Non ci avevo fatto caso. Mio fratello è un bassista.

Di quelli che dondolano i ricci sulle corde, all'apparenza distanti.

Mio fratello è un bassista.

I buddha della musica.

 

21 febbraio, 2009. Non c'è ambiguità in me, tuttavia pare che i miei valori, quelli che io chiamo i valori ottativi della mia vita, quelli in nome di cui ecc., ebbene Essi sì, siano ambigui.

Colpa del fatto che da piccola leggevo Malraux. Questo, dopo. Prima, immaginavo - ora non ridete troppo, ma ognuno ha un suo processo di identificazione - di essere Nietzsche. Ma di salvargli in qualche modo la ragione. Sarebbe stata una bellissima impresa (e prima o poi andrebbe raccontata) perché io ci ho provato davvero (ognuno prima o poi si inventa un'esperienza che chiama la sua vita), ma, vedete, non ci sono riuscita. E adesso, nel mezzo del cammin di nostra vita, comincio anche a capire perché. Ho cominciato a capirlo quando ho preso la casa a Orta, sulle sue tracce. Sì, è una storia che dovrei scrivere. Ma il motivo per cui è inutile scriverla è lo stesso per cui tutti questi sforzi sono stati inutili. Non c'è modo di prendere per il suo verso questo mondo e rimanere ragionevoli, pare, almeno nei giorni più brutti.

 

21 febbraio, 2009. Sono giorni d'inferno. Ma io stavo bene. Solo che ieri un diavoletto mi ha detto una cosa che mi ha ferito. "Con tutto il bene che m'hai voluto tu".

M'ha detto. C'è una canzone napoletana che completa il concetto, sapete, espresso dal "tu m'hai voluto bene a mme". E dice "T'aggio voluto bene a te". Un crogiuolo di verbi al passato.

Menomale che dovevamo vederci oggi. Menomale che avremmo dovuto vederci al mare.

Stai con il tuo re. O con il tuo cheval.

Loro non si farebbero mai tagliare il telefono per te.

E' a loro che somigli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

20 febbraio, 2009. Una vicenda poco nota tra le avventure di Ulisse.

Sull'isola sconosciuta, Ulisse si guarda intorno. Nella dimora della dea, perfino le ancelle hanno sussiego e ali. Lo Zefiro che soffia nel giardino trasporta Grazie e Sorrisi: se è chiamato, le posa come farfalle sulle guance degli ospiti di casa. In un angolo vive un satiro intelligente: spunta di tanto in tanto e raccoglie le parole che cadono di bocca agli invitati; le spolvera e le restituisce silenzioso, ripulite e Maiuscole.

"E se l'ospite è un eroe - spiega la dea - subito i cuscini e i damaschi del letto si colorano d'oro, e le coltri stillano sudori dal profumo immortale", sorride.

Ulisse ammira il giardino, respira l'ombra, solleva con due dita un lembo del lenzuolo: "Ma se l'ospite non è un eroe?"

La dea ride, mostrando la scia d'oro che il corpo di Ulisse ha lasciato nel letto.

"No, ascolta. O non del tutto eroe?" continua Ulisse, appoggiandosi su un fianco, "o eroe con gran fatica? O ancora, eroe stremato da tutte le sue imprese, da quelle già compiute e più ancora dalla gloria indecisa di tutte le venture? Se non è certo, l'eroe, che il suo eroismo sia ciò che gli dei, e le dee sapienti, e i loro sintomatici lenzuoli, definiscono eroico? Non sono Achille, mi chiamo Ulisse, io. Combatto, ma sopravvivo. Piango, ma penso. Anelo, ma intanto guardo. E lotto, ma quando mi riposo dalla lotta chiedo soltanto di regnare alto sul mio trono, con i lombi allungati e la mente sgombra dai pensieri: io non dormo, e mi rigiro, sui vostri pungoli divini, sulle medaglie che brillano chiedendo altre medaglie. Considero il mare una scomodità, è questo un pensiero da eroe? Racconto bene la mia storia a un consesso incantato, davanti a un focolare: io non sono l'azione, sono il racconto dell'azione, e non mi spingo ai confini del mondo se non sono obbligato, inseguito o sfidato. Sul'acqua calma io cerco solo Itaca, dalle belle sponde."

La dea, che ha ascoltato seria le parole di Ulisse, reclina il capo su una spalla e piange, e sui mortali cade la pioggia delicata di aprile. Tutti gli spiriti le si fanno intorno, prima tra tutti la sua ancella Aracne, che pietosa solleva un velo di fili sottilissimi per nascondere a Ulisse le lacrime immortali.

"O Ulisse dalle molte risorse," piange la dea, "tu invochi Itaca dalle belle sponde, e intanto ti allontani dalla dea figlia di colui che creò la terra e sparse Itaca sulla schiuma del mare."

Ulisse è già sulla soglia. Si volta, e crudelmente risponde: "O dea, lo vedi? Tu mi guardi nel cuore. Ma io voglio mentire."

Così Ulisse, muovendo di nuovo il timone sul mare, si dirige deciso verso la terra dei Feaci, per raccontare il viaggio, e le molte prove, e il grande ingegno, e l'arduo sogno di Itaca, da Itaca dispiegando le vele.

 

 

 

18 febbraio, 2009. Oggi va bene quello che dicevo il 16.

16 febbraio, 2009. Non mi ricordo precisamente dov'ero. Non so mai precisamente dove sono. O meglio lo so in un modo che non è sempre traducibile in un indirizzo. Comunque, ero tra il punto in cui ho deciso di allacciarmi il terzo bottone del cappotto e la prospettiva che mi fa decidere se prendere un caffè o no (decido sempre di sì, dev'esserci un cartello), quando per la prima volta dopo mesi e mesi la primavera è tornata.

La primavera torna quando a me vengono in mente nuove trame di romanzi. E ogni volta è un romanzo "questa volta". Però questa volta è molto "questa volta". Primo, perché era proprio tanto tempo che non fioriva un'idea così nella mia testa. Secondo, perché è un'idea che torna sul mio sentiero, tra le idee in cui l'amore inutile di questi mesi non c'entra niente. Ho detto "l'amore inutile", e la persona che gongolava per il mio amore si sentirà, non so, offesa forse. Les hommes diventano filosofi quando les femmes lasciano andare un capo del filo. Ma io ho una strada mia, non la condivido volentieri, e forse per questo nessuno mi ama. Nessuno mi ama! Che frase strana, nella testa; voi non fate mai caso a quanto sono strane le cose che sappiamo davvero.

Tornando all'idea. E' buona. E' divertente. Mi somiglia.

E non è triste come al solito.

 

16 febbraio, 2009. Quando l'oscurità ci salva dal disturbo dei chiacchieroni, dall'ossessione dei ragionatori, dall'odio degli invidiosi, essa ci appare come ciò che non avremmo osato sperare: il riparo dell'ala di dio.

 

Dal Maestro dei Maestri:

"La preoccupazione del padre di famiglia
Alcuni dicono che la parola Odradek derivi dallo slavo e cercano di chiarire su questa base la formazione della parola. Altri invece ritengono che derivi dal tedesco, e che dallo slavo sia solo influenzata. L’incertezza di entrambe le interpretazioni però fa a buon diritto concludere che nessuna delle due sia corretta, anche perché nessuna permette di trovare un senso.
Naturalmente nessuno si occuperebbe di tali questioni se non esistesse davvero un essere che si chiama Odradek. A prima vista sembra un rocchetto piatto di filo, a forma di stella, e in effetti sembra anche avere del filo arrotolato; si tratta però solo di pezzetti di filo strappati, vecchi, annodati e anche ingarbugliati fra loro, di tipi e colori dei più disparati. Non è però solo un rocchetto, ma dal centro della stella spunta un piccolo bastoncino obliquo, e a questo bastoncino un altro se ne aggiunge ad angolo retto. Aiutandosi da un lato con quest’ultimo bastoncino e dall’altro con un raggio della stella, il tutto può stare in piedi come su due gambe.
Si sarebbe tentati di credere che una tale creatura abbia avuto in passato una qualche forma adeguata a uno scopo, e che ora sia semplicemente rotta. Ma sembra che non sia così; per lo meno non se ne trova alcun segno; non si vedono aggiunte o fratture che potrebbero far pensare qualcosa del genere; il tutto sembra certo insensato, ma nel suo genere concluso. D’altronde, non se ne può dire niente di più preciso, perché Odradek è straordinariamente mobile e non si lascia prendere.
Si intrattiene ora sul tetto, ora nelle scale, ora nei corridoi, ora nell’atrio. A volte non lo si vede per mesi; evidentemente si è trasferito in altre case; torna poi però invariabilmente in casa nostra. A volte, quando si esce dalla porta, sta proprio lì sotto appoggiato alla ringhiera delle scale, e viene voglia di parlargli. Naturalmente non gli si fanno domande difficili, ma lo si tratta – già la sua piccolezza induce a questo – come un bambino. «Come ti chiami?» gli si chiede. «Odradek», dice. «E dove abiti?» «Senza fissa dimora» dice, e ride; ma è solo una risata come la può emettere chi è senza polmoni. Suona all’incirca come il fruscio delle foglie cadute. Per lo più, con questo il colloquio finisce. D’altronde anche queste risposte non sempre si possono ottenere; spesso resta muto a lungo, come il legno di cui sembra esser fatto.
Mi chiedo inutilmente cosa avverrà di lui. Forse che può morire? Tutto ciò che muore ha avuto prima una specie di scopo, una specie di attività sulla quale si è logorato; questo non è il caso di Odradek. Forse dovrà allora un giorno rotolare ancora per le scale trascinando i suoi fili arrotolati fra i piedi dei miei figli, e dei figli dei miei figli? Certo, non fa danno a nessuno; ma questa idea, che possa anche sopravvivermi, mi dà quasi un dolore."

 

Febbraio, 2009. Tre, sull'autobus. Una indossa il giubbotto di un fantino, o la bandiera degli starter di Formula Uno. La Quadrettata. Lei è quella che ride finto. Lei scende per seconda. Lei ha l'eye liner e i capelli come la Winehouse. Delle altre due, una è la Natural Dotata. L'altra è la Betonica Alta (la Betonica Alta ha il collo piegato come gli aironi, ed è di un biondo miele color straccio dei pavimenti, ed è sul punto di dichiararsi ufficialmente infelice: pubblico, lo sguardo di un passante che aspetta di attraversare la strada a dieci metri dall'autobus).

La Quadrettata ripete due volte tutto quel che dice ("Stiamo davanti, così dobbiamo fare meno strada. Stiamo davanti, così dobbiamo fare meno strada"). La Natural Dotata parla in un Natural Microfono di silenzio intorno ("Tu dici?"). La Betonica Alta tace e oscilla come una campanula, sbattendo con entrambe le tempie contro gli appositi sostegni, prima da una parte, così, poi dall'altra. Non emette un lamento, ma saetta sguardi di disperazione ai semafori intorno.

Ripassano il programma del pomeriggio.

Io, con i guanti da giornalista di testata nazionale. La signora Chen, con la messinpiega di politene. Amanda Marcos e le sue due carrozzine di figli. Alì 'Mhed e suo fratello con il giubbotto di pelle. Ascoltiamo rapiti.

 

 

 

15 febbraio, 2009. Stalkerini! Se siamo tristi, non lo siamo per voi. Ammirate la nostra capacità di non farvi sentire in colpa, e contenete il vostro amore d'altronde per sua natura fiacco, o forse solo pigro. A noi piacciono gli eroi. E tra gli eroi - perché non sono tutti uguali - quelli con un carattere ombroso, è vero. Ma tra quelli con un carattere ombroso, abbiamo ancora ulteriori specificazioni da fare. Eroi, e mai miserabili. Infelici, ma a volte ilari. Furiosi, ma mai materiali.

Il che significa che dovreste somigliarci davvero tanto.

Vendicativi, ma non persecutori.

Magnanimi, ma un pochino insofferenti.

Forse più di un pochino.

Quando non è giorno, non è giorno.

 

15 febbraio, 2009. Ah ah, stupidamente qualcuno crede che il mio cuore possa cambiare o possa scegliere. Il cuore non può scegliere. No, le mie decisioni riguardano al massimo quel che devo leggere questa settimana, meno ancora quel che devo scrivere, e spesso nemmeno quello. Ah ah, ma è stato divertente osservare. C'è un'antica diatriba filosofica che riguarda la scelta tra amore e libertà, e una versione recente del dibattito suggerisce di non cercare mai di forzare la mano per far vincere il libero arbitrio, ma di lasciare all'amore la sua capacità di legarci e di scioglierci; esposta quasi in forma di utopia in uno dei saggi più brevi e più lucidi del Novecento (inutile citarlo qui), riguarda ben poco la vita privata, e molto la vita pubblica e politica, ed ha implicazioni e inferenze del tutto inimmaginabili.

Sono giorni in cui osservo e valuto, semmai, il cuore degli altri.

Mmm, che altro? Se questa è una palinodia, prima o poi dovremo sbaragliare qualche credenza. Bene. Quando avremo voglia, penseremo anche a quello.

Siamo di poche parole, ultimamente.

 

 

14 febbraio, 2009. Ho tutti i vostri fiori bianchi, i tuoi e i suoi. Li guardo mentre torno verso casa, lungo il bordo del canale. L'acqua è celeste, il bordo è di cemento, le automobili passano sulla statale con i finestrini abbassati per via della musica sudamericana e del caldo. Il cucciolo di cane sfortunato che la macchina ha diviso in due si è trascinato fin qui su un fianco sperando in qualcosa - mamma? - e le mosche lo hanno zittito. Nel silenzio che avete lasciato insieme ai fiori, è come se ricordassi i vostri ossi sfilati da una scatola non molto grande, a uno a uno, e c'è dell'altra polvere in fondo alla scatola, ma la buttano via, e gli ossi vanno in un campo di terra fresca, lungo il canale, e poco prima della primavera danno fiori bianchi che si vendono insieme alle rose, ma costano meno, si mettono gratis nei mazzetti per gli innamorati e attirano le mosche. Buon San Valentino.

 

14 febbraio, 2009. In effetti, sono molti anni che i poeti non si occupano di rinoceronti (Ionesco, sennò non sapete di che cosa parliamo). "In an ecstasy of horror" direbbe un altro (Fitzgerald, che voi probabilmente avete letto nel romanesco dei vostri translator del cuore).

Ci chiuderemo tra noi modernisti a decidere.

 

12 febbraio, 2009. Sto scrivendo una guida, "Sessanta buoni motivi per ritenere questo mondo una costruzione artificiale". Dal titolo si direbbe un testo di fantascienza, invece si tratta quasi esclusivamente di fisiologia.

Ragionamento che sorregge scientificamente il testo: l'uomo medioevale aveva più o meno gli stessi strumenti di osservazione che ho io, nel mio salotto, nell'anno 2009. Bene. L'uomo medioevale ha forse per questo rinunciato a produrre il suo Umanesimo? No. E allora perché dovrei rinunciare io? Se io ho accesso - vorrei dire "se io dico provocatoriamente di aver accesso", ma purtroppo e per molti motivi non è così - a un livello di tecnica e specializzazione scientifica pari a quella dell'uomo medioevale, questo è ciò che posso fare. Di più, posso anche, di passaggio, rendermi conto che la mia segregazione culturale è quella di un intero mondo votato per questo alla distruzione.

Tornando alla guida "Settemila buoni motivi per ritenere questo mondo una costruzione artificiale", le mie osservazioni sono tutto fuorché scontate. Sono certa che nella vostra costruzione fisiologica del mondo non vi è l'appunto "3. Lo sviluppo della lingua francese". Posso fornirvi qui gli enunciati, ma non le costruzioni. Quando metterò online, completa, la guida "Dieci milioni di buoni motivi per ritenere questo mondo una costruzione artificiale", saprete perché la lingua francese è una spia del fatto che il mondo è un'invenzione. Quando poi metterò su Youtube la guida, che per allora avrà preso il titolo di "Sei miliardi di buoni motivi ecc.", vi domanderete come mai tante prove, sotto gli occhi di tutti, sono state scambiate per effetti ottici, giochi linguistici, avvistamenti Ufo e complotti internazionali. O esseri umani.

Noi dobbiamo darci dentro fino al limite dell'assurdità, per capire qualcosa. E se di tanto in tanto quel limite lo passiamo, è perché esiste.

 

 

12 febbraio, 2009. Crisi. Non voglio niente, di prima. Non voglio conoscere le stesse persone, non voglio vestire gli stessi vestiti. Voglio una nuova vita. Today is history.

 

9 febbraio, 2009. I piedi nudi nella sabbia, solo per un momento. D'inverno somiglia a cristalli, di un grigio chiaro, color ombra - acqua fredda che non bagna. "C'è vento, andiamo". Rimettersi le scarpe della realtà, raggiungersi trafelati riprendendo il bicchiere sul tavolo, mentre il rumore dei ciottoli nella risacca si allontana sul pavimento.

 

7 febbraio, 2009. Poiché da molto tempo, come tutti gli innamorati infelici, non scrivo d'altro che dell'amore, ho deciso all'improvviso di cominciare un racconto in cui mi occupo di un argomento diverso. Questo perché in effetti sono così infelice che nemmeno l'amore, l'amore con il suo nome, potrebbe più risolvere la situazione. Le cose a volte vanno così.

Una parentesi. Quando Romeo e Giulietta alla fine si uccidono per l'equivoco colossale del filtro di morte apparente, almeno in senso filosofico vi raccontano anche questo, che a volte gli amori muoiono per apparenza di morte, che a volte la solitudine, o l'assenza degli interlocutori nei momenti più gravi, uccidono gli amori più contrastati e perciò più forti. Se c'è un Heiner Muller online, scriva un "Duet" su questo, sennò lo scrivo io, vabbeh.

Tornando al racconto. Obbligarsi a scrivere d'altro può essere utile, ho pensato, perché sfidarsi è bello, è un'illusione dolce, dirsi "magari non ne sei più capace, eh?" fa rifiorire. E così ho cominciato a scrivere il racconto che si intitola, credo, finché non avrà un vero titolo, "La banca". L'inizio è stato terribile. Bisogna sempre tenersi un gatto vicino quando si comincia a scrivere un racconto, un gatto che abbia voglia di giocare con i fogli appallottolati e gettati via: il mio micio, Santino, ha giocato alle Olimpiadi invernali della pallina di carta lanciata, l'altra sera. Dopo quaranta e forse più gare, quando perfino il gatto s'è stancato di medaglie, il racconto ha cominciato a comporsi, a respirare. Ancora un paio di prove, e poi un inizio con il fiato sospeso. Qualcosa di buono. Qualcosa di molto buono. Lontanissimo dal qui e ora, o forse no. Non pubblicherò qui la prima parte e poi la seconda, come sono solita fare, anche perché la differenza tra questo racconto e i miei soliti è notevole. Intanto c'è una specie di narratore collettivo. Poi l'umore dei personaggi, che in genere io tengo ben stretto a ciascuno, è ambientale, diffuso. Ricorda un po' (ricorda, non sto dicendo che è) un Lethem. Tipo. Molto diverso dal mio solito.

Non è abbastanza per guarire, ma è abbastanza per riflettere su quel che succede, senza che ce ne accorgiamo, dentro di noi, durante i lunghi periodi di infelicità: quando il nostro pensiero volontario è fisso su un dolore invincibile, e il resto del nostro essere cammina e migliora, senza che non solo la persona amata se ne accorga o se ne interessi, il che è normale, ma senza che noi stessi, il che è più grave, ce ne rendiamo conto e ce ne rallegriamo, sorridendoci.

 

5 febbraio, 2009. Credo che oggi sia giusto pubblicare qui, ripreso da Wiki, il Giuramento di Ippocrate.

"Consapevole dell'importanza e della solennità dell'atto che compio e dell'impegno che assumo, giuro:

 

Fanciullini, vorrei essere lasciata in pace. Non fatevi riconoscere, su. I vostri impulsi del tutto momentanei non mi interessano, le vostre ragioni così poco salienti non mi riguardano. Dirò che in questo periodo non mi interessa quasi niente, certo non chi mi infastidisce.

 

5 febbraio, 2009. E' ancora il 4 febbraio, in realtà, e io sono un po' triste. Per tanti motivi che sarebbe insopportabile rileggere qui tra qualche settimana. Ma sto confrontando, come in un catalogo mentale, i diversi tipi di romanzo cui sono abituata. Prendetelo come il mio lavoro in questo periodo, insieme allo studio di una fortunata branca della medicina. Mi ricordo di romanzi estremamente precisi nelle descrizioni e nello sviluppo temporale della storia, quelli che io chiamo (nessuno mai farà uso delle mie categorie narratologiche) i romanzi "ta-tam ta-tam". In cui tutto succede in un tale deliquio di particolari, di azione, di intelligenze reciproche dei personaggi, che alla fine della lettura si è appassionati - magari - o annoiati - il più delle volte - ma comunque sazi, stanchi e sazi. Anche un po' confusi. Ipnotizzati dal cioccolato. Dalle tazze di tè in maioliche con disegni di rondini azzurre. Da scogliere con il basalto a picco e gli scogli di porfido verde solcato di rosso. I best seller in genere sono così. Poi ci sono i romanzi "veri, lascia stare". I romanzi "veri, lascia stare" sono quelli di Richard Ford, per dire, dove la materia ha un po' dell'imponenza e un po' della pomposità e un po' della capacità di soggezione della Storia, con la S maiuscola: raccontano fatti che non sapevo, da punti di vista indiscutibilmente autorevoli, e sono libri che mi ritrovo a osservare anche chiusi, sul bordo del tavolo, chiedendomi il senso della mia presenza qui e ovunque. Poi ci sono gli "oh, santo cielo" romanzi. Gli "oh, santo cielo" romanzi, sono quelli in cui non ci sono troppi comodini con i pizzi, scale con ventitrè gradini o bigliettini con scritture inclinate. E non ci sono nemmeno Paul Revere o George Washington o Franklin Delano Roosevelt agli angoli delle pagine. E non ci sono piogge piovose. E gruppi di detective che si incrociano tra i fogli. E nemmeno salvatori protettivi, ingenue in trappola, e nemmeno allegre zie hippie o monelle indie emo transgeniche con uno zaino. E nemmeno sono storie strane, o non necessariamente. Ma qualcosa, nel modo di raccontarle, qualcosa di immediatamente naturale nella posizione diversa della luce, e una profonda immedesimazione in quella naturale distorsione, ne fa "oh, santo cielo" romanzi. Come i sogni - quando la macchina per sogni che abbiamo in testa lavora veramente bene, ed è impossibile uscirne.

 

4 febbraio, 2009. Sono pensieri sparsi, perché sto scrivendo altro. Ma prima di scomparire da questo mondo, ve l'ho già detto, ve l'ha già detto Plotino, costruite la vostra statua che sorride.

Lasciatela dove volete, su Marte, che la possa vedere solo uno scienziato con il telescopio, o nell'erba alta, che la possa trovare anche un bambino. Io sorridevo, ditegli, e so che avevo ragione.

(Il romanzo potrebbe essere bellissimo)

 

3 febbraio, 2009. "Il linguaggio letterario è come la pece per le barche: senza la barca, a che serve?" come rispondeva Rudyard Kipling (quando glielo chiedevano, se glielo chiedevano).

Perciò, io da oggi mi occupo di medicina, per un lavoro di documentazione. Tra parentesi. Sono davvero disgustata dalle meschinerie di certi sottoboschi, in cui di certo non si fa letteratura ma ci si limita a parlar male di chi la fa. Ho visto cani scatenati mordere povere ossa. Ma qualcuno qualche giorno fa mi ha detto che un'idea non deve morire. Io vado avanti con il mio studio, e so che le persone intorno a me, non più così poche, vanno avanti con il loro.

Noi fatichiamo, lavoriamo dal mattino a sera tardi: ma c'è chi, oltre che rosicare, non fa nulla.

 

 

2 febbraio, 2009. L'amico Guido Scarabottolo ci segnala il suo nuovo sito.

31 gennaio, 2009. Ascolto spesso le confidenze degli Dei e degli Eroi, che mi hanno eletto dama di compagnia e zimbello per quella certa vacua inanità che hanno la bontà di riconoscermi. Non mi è mai piaciuto il nome Dafne, ma tra questi begli apolli l'unica è pregare che mi crescano foglie sulla punta delle dita, e radici sotto le piante dei piedi.

C'era un alloro, dove andavo in vacanza da piccola, nella casa della nonna, un alloro di chiara origine dafneica, alto più di me, direi adulto, con un sottile tronco scuro dritto per oltre un metro e mezzo. In cima al tronco, come appoggiata, aveva una parrucca di chioma larga all'incirca un metro, frattale della foglia ovale quasi lanceolata, con un vago color cipresso complessivo, che si sbiadiva col vento. Infatti le foglie, così odorose, avevano due facce, una più scura, quasi nera, verde di un verde alloro vicino all'indaco, al rosso scuro, al marrone testa di moro, su cui le venature spiccavano verde chiaro, magre e incavate. E l'altra faccia color cavalletta, dove le venature erano gonfie e bianche come latte scremato, o come pelle di alieno. Il vento lo screziava. Non avendo altra compagnia che somigliasse ad un essere umano - i pini sequoia erano spropositati, come questi apolli: conversavano alla pari coi fulmini - io passavo molto tempo, forse più del dovuto, in compagnia dell'alloro. Facevo progetti, insieme all'alloro. Non è una compagnia adatta a una bambina di otto anni, un alloro, direte voi. L'alloro. Nessuno doveva cogliere foglie di alloro per l'arrosto. Una volta, non so perché, abbracciai l'alloro. So il gesto, non la motivazione, il dialogo di bambole che deve avermi spinto. L'alloro. Io potevo raccogliere una o due foglie - al massimo! - ogni giorno. Non mi piaceva l'odore, ma la profumeria dei piccoli è fatta, soprattutto, di odori che non piacciono. Quando avevo colto le foglie, le infilavo su bastoncini di rami caduti dalla fronda del vecchio pino sequoia. Con questi spiedini di Dafne, in piedi vicino all'alberello, assumevo la tipica posa della Bozzi, le mani chiuse su un microscopio di oggetti e la testa incassata nelle spalle per guardar giù. Avevo i capelli rossi e una fascetta grigia nei capelli, e le foglie di alloro tra le mani. E parlavo alle foglie. Ricordo i miei discorsi, di segregata in giardino; stranamente, sono tra le poche cose che ricordo di quell'epoca tutta cancellata, e della mia intera vita. I patti che abbiamo stretto io e l'alloro, Dafne, in buona parte io li ho mantenuti. E sono patti segreti. (e quell'alloro è grande, ora, grande e vigoroso: l'ho visto, solo un po' spettinato, identico ad allora) E mai più ho avuto qualcuno che ascoltasse, che mi lasciasse dire - quasi solo, sempre, cantare - senza mai interrompermi. Qualcuno che complesso, intricato, pieno di pensieri nelle volute cerebrali di foglie, dividesse con me progetti demenziali, come produrre francobolli di foglie - da piccola ero un'industriale - e mi ascoltasse quando raccontavo, sicura, confidente, la prima trama di romanzo il cui personaggio, mi ricordo, doveva chiamarsi Nora per via di Nora della casa di bambola. L'alloro Dafne era più lucido di tutte le altre piante, così amato, e se potessi dire del sentimento di un albero, direi che era felice. Da allora, come lei, di me, della me vera, di nessun sogno, non ho mai più parlato.

 

 

29 gennaio, 2009. Lo stalking da oggi è un reato punibile così e così. Che faccio, vi perdono o vi denuncio, stalker?

28 gennaio, 2009. Grandiosità di opere mai compiute. "Una farfalla batte le ali a Pechino" era il titolo del nuovo racconto che volevo pubblicare qui. Cominciava così.

"Una farfalla batte le ali a Pechino, sotto lo svincolo dell'autostrada Ovest-centrale. Una lucertola, che ha notato il battito di ali, la divora e si incammina sul pennone quadrato del Jingxing Stadium, nei sobborghi della città. Lassù intende aspettare la nuvola di moscerini che al tramonto si solleva dall'erba del campo. Ma è un giorno umido, le articolazioni si intirizziscono, e Lee, la lucertola, teme di non riuscire a scendere in tempo dal pennone, qualora dal campo invece dello sciame di moscerini dovesse levarsi una famiglia di aironi. Qui vanno pazzi per gli aironi. Ce ne sono dappertutto. E così Lee decide di non salire sul pennone, dove in effetti in breve tempo si accovaccia Tex, l'airone cinerino scappato da una riserva nel Sezuan al tempo del terremoto. Il pennone si riscalda, per via della cova prolungata di Tex, e le piccole particelle di ghiaccio sulla stele liscia si sciolgono scivolando a terra come microscopici ruscelli. Alfio, il ragno appostato ai piedi del pennone, si sveglia irrorato di rugiada. Gli pare che questa Cina, in fin dei conti, sia uguale a Trezzano, umida come il Naviglio, e i ragni non sopportano l'umido. Lui ricorda di essere partito da Trezzano. O meglio, lui ricorda di essere entrato nella valigia di un uomo, a Trezzano. E di non aver trovato l'uscita per tre giorni. Durante i quali deve essere successo qualcosa: o la valigia ha sollevato le zampe e il mondo si è messo a girare molto in fretta (come dice Pisillium, il filosofo dell'antica Aracne, "se ti sollevi sulle zampe, il mondo ti passerà sotto"), oppure l'uomo ha trasportato se stesso, e la valigia, e Alfio il ragno, nella città di Pechino. Che però somiglia a Trezzano. La strada per casa, lo guidano i suoi sensibili peli dorsali, dovrebbe essere a Ovest. Percorrendo la strada del ritorno con una media di mezzo chilometro al giorno, Alfio calcola di poter rientrare a casa in circa dodicimila giorni. E si mette in cammino. Al sessantaquattresimo passo in direzione di Hong kong, dopo lo svincolo, dove già si vede il cartello per lo stabilimento Nike, Tex l'airone si solleva in volo dal pennone spaventando un piviere, che zampetta di undici gradi verso ovest, vede Alfio e lo becchetta via. Sedici parassiti, in quel momento, rotolano giù dalle ali del piviere. Assante, toporagno, sta trascinando a casa la spesa, due mosche morte e una zampa di cavalletta, nelle ampie guance a sacca, quando strofina la coda su un filo di erba medica e dà senza volerlo un passaggio a uno dei parassiti. Gli altri quindici moriranno di sete di lì a poco. Ma Pelopulos si tiene ben attaccato alle radici di una setola con le sei zampine a forma di punta di capello."

Tuttavia, non so per quale motivo, il mio interesse per questa impresa è momentaneamente scemato. Dico per oggi.

 

24 gennaio, 2009. Mentre come promesso ripubblico qui l'integrale di "Il museo" tra gli Infelici brevi, vi ricordo che quando ho anticipato l'avvento della piccola era glaciale, alla fondazione di questo sito, il coro di risate l'ho sentito fin qui. Adesso, e finché il Sole non si deciderà a riprendersi, e anch'io, ghiacciate pure.

Le mie letture di questo periodo sono strampalate: non c'è un occidentale. Le scritture sono rare, ma felici. L'umore essendo pessimo - nonostante le liete compagnie - non potrebbe essere diversamente.

 

22 gennaio, 2009. Il museo (Infelici brevi) - conclusione (la prima parte è sotto, ma presto lo riedito in versione integrale)

Il padrone del museo racconta della notte in cui cadde il meteorite. Dice del boato forte salito dai campi, degli alberi pettinati dall'impatto, delle due mucche carbonizzate. Ricorda soprattutto le fiamme, rosse nella notte.

"Le mucche sono bruciate vive?" chiede la fidanzata.

Il padrone del museo muove la testa oscillando tra due posizioni appena distanti, entrambe in ogni caso dietro al bancone.

“Una no, l’altra sì,” risponde.

Su sollecitazione dei fidanzati, racconta in fretta come si è svolta l’agonia di ciascuna mucca. Il suo racconto è lacunoso.

“Ma quando ha finito con un calcio la seconda mucca,” insiste la fidanzata, “vi siete guardati negli occhi?”

Il fidanzato interviene come un opuscolo illustrativo della sensibilità peculiare della donna che ama. “Rita ama gli animali, soprattutto i cuccioli,” spiega. Rita annuisce sollevando una mano fin sul cuore.

“Infatti è una fortuna che non fossero cuccioli. Vitellini,” concelebra la fidanzata.

Il padrone del museo non sa se rispondere con la verità. Ricorda con paura il momento dell’uccisione della mucca. Ricorda le scintille sgorgate dalla testa bovina al primo colpo, e il grido comune di orrore, suo e della bestia, per l’ultimo guizzo di vita. Gli si torcono le budella, tuttora, al pensiero di quel sì e di quel no gridati insieme, in una lingua sconosciuta, da entrambi.

“Quando mi sono voltato, ho visto l’extraterrestre vicino al sedile di guida,” spariglia, cambiando discorso, alla fine. “Il sedile era tutto quello che era rimasto dell’astronave, ” precisa.

I fidanzati obiettano le solite cose. Che il sedile non è esposto nel museo. Il padrone del museo risponde le solite cose. Che “gli scienziati” hanno preferito tenere tutti gli oggetti tecnologici, compresa la tuta bruciacchiata e il casco rotto dell’extraterrestre.

“E le hanno lasciato il marziano?” chiede il fidanzato. Ha il tono interessato di uno che lavora nel ramo franchising.

“Mi hanno restituito l’extraterrestre dopo averlo rigirato un po’ e ricucito qua e là,” annuisce il padrone del museo. “Mi hanno restituito anche le mucche, suggerendomi però di non consumarle.”

“Chissà come mai non l’hanno tenuto,” dubita la fidanzata.

Il padrone del museo non sa rispondere. Tutto ciò che gli viene in mente, a proposito dell’extraterrestre morto, è strano. Insolito per lui, che non è uomo di penna e nemmeno di parola. Tutto ciò che gli viene in mente è una nenia: sono, essere, sarei stato, fui, sarò, fossi stato, ero, sarò stato, che io sia, sono. Preferirebbe raccontare degli attimi in cui, tra i resti di mucca morta, ha capito di trovarsi, primo uomo sulla Terra, di fronte a un altro uomo venuto da chissà dove.

Ma i fidanzati non sembrano interessati all’inconoscibile locale. Insistono sui particolari organici: le malattie, i virus spaziali, la solidità della teca, i poteri taumaturgici, telepatici e magnetici degli extraterrestri morti.

Il padrone del museo sazia la loro fame di folklore.

Fidanzato e fidanzata esprimono il desiderio di tornare nella sala per osservare di nuovo, con occhi diversi, l’extraterrestre morto.

Il padrone del museo fa cenno di andare pure. Li osserva mentre valicano il confine del lutto e li immagina mentre si trattengono presso l’extraterrestre morto, per un po’, soffusi di contrizione scientifica e di raccolto sollievo.

Lui riprende a leggere il giornale, e a custodire. 

(di Ida Bozzi)

 

19 gennaio, 2009. Il museo (Infelici brevi).

Fidanzato e fidanzata sono usciti dal museo dopo un breve giro. Il padrone li ha già studiati ben bene al momento di staccare i biglietti, li ha guardati camminare con la schiena rigida e le braccia conserte intorno alla teca dell'esposizione, e non ha bisogno di osservarli ora, mentre confabulano brevemente voltando le spalle al cartello che dice "Museo mondiale dell'extraterrestre", fuori dalla prima e unica sala. Il sipario dal quale sono usciti ondeggia ancora lievemente, muovendo polvere.

"Scusi," comincia il fidanzato. Il padrone del museo solleva la testa dal giornale che sta leggendo.

"Sì?"

"Ma c'è solo un extraterrestre morto, lì dentro," dice il fidanzato, allargando le braccia.

Il padrone del museo lo guarda inclinando la testa, come fa quando parla con le mucche. "Sì. Vivi non ne sono arrivati."

"Noi intendiamo dire," interviene la fidanzata, aggrappandosi con una mano alla maglietta del futuro marito, "che, insomma, ci aspettavamo di più, da un extraterrestre."

Il padrone del museo piega il giornale e lo depone sul bancone davanti a sé, vicino all'espositore delle tazzine che riproducono malamente la sagoma dell'extraterrestre. "Beh, ma è morto."

"Già, appunto," riprende il fidanzato. "Mi sembra parecchio, otto euro a testa, per vedere un extraterrestre morto che non fa niente, dico niente, a parte essere morto."

Il padrone del museo si gratta la cima della testa. "Beh, ma è extraterrestre."

I due fronti del bancone d'ingresso si osservano in silenzio per un po'.

"Almeno ci fossero delle note esplicative," prova la fidanzata, "sa, come nei musei veri." Fosse per il fidanzato, invece, il silenzio continuerebbe a oltranza.

Il padrone del museo storce il naso. "Non sono un uomo di penna. Però c'è un opuscolo del Comune che dice un sacco di cose. Lo avete avuto insieme al biglietto."

Scuotono la testa, i fidanzati. Poi lei estrae dalla tasca di lui un foglietto piegato, di un bel verde brillante su carta patinata, e lo sventola sotto il naso del padrone del museo. "Certo che l'abbiamo avuto, l'opuscolo. Ma parla quasi solo di lei e della sua fattoria."

Il padrone del museo annuisce vigorosamente. "Dell'extraterrestre non sappiamo molto. Tutto quello che si sa, si sa di come io l'ho trovato. Sono un mezzo eroe, da queste parti, e ho diritto a un po' di pubblicità."

Fidanzato e fidanzata sentono il bisogno di confabulare ancora un po' tra loro. Il padrone del museo li lascia fare, e intanto ripassa mentalmente la storia del ritrovamento. E' passato del tempo, e lui comincia a confondersi con le date.

E infatti. "Insomma, almeno ce lo racconti di persona, com'è successo," dice la fidanzata.

"Sì, diamine," dice anche il fidanzato.

Il padrone del museo non si scompone. "Di solito non faccio visite guidate. Siete fortunati che non c'è folla."

I fidanzati si scambiano un'occhiata, ma tacciono.

Il padrone del museo racconta della notte in cui cadde il meteorite. Dice del boato forte salito dai campi, degli alberi pettinati dall'impatto, delle due mucche carbonizzate. Ricorda soprattutto le fiamme, rosse nella notte.

"Le mucche sono bruciate vive?" chiede la fidanzata.

(segue)

 

 

18 gennaio, 2009.

(incipit)

"Il pallone, dopo aver preso origine in un certo punto della Quattordicesima Strada, la cui esatta posizione non posso rivelare, si dilatò durante la notte verso nord, mentre la gente dormiva, fino a raggiungere il Parco."

(excipit)

"Rimuovere il pallone non fu difficile: autofurgoni con rimorchio portarono via il telone ormai sgonfio, che ora giace in un magazzino nel West Virginia, in attesa di un nuovo periodo d'infelicità. Un giorno, chissà, quando io e te avremo litigato."

(I brani riportati tra virgolette sono l'incipit e l'excipit de Il pallone, di D. Barthelme)

Ho letto tante cose, ma proprio tante (tutte sicuramente male, stalker!), e le mie preferenze vanno come sapete sempre a Dostoevskij, a Tolstoj, e ai soliti. Tra i contemporanei considero Ellis una tacca sopra gli altri (anche sopra DeLillo, perché DeLillo ha la tendenza a spandersi, come una macchia in un soggiorno moquettato) per il senso di sofferenza di Victor Ward, che ritiene di essere un personaggio comico, e perché l'inspiegabile mondo di Pat Bateman resta - la struttura di quel libro è portentosa - inspiegabile.

Ma c'è un autore - c'è sempre un matto che sbaraglia le tue certezze: ogni epoca letteraria ne ha uno - che mi fa tuttora l'effetto di una doccia. Doccia presa sotto le cascate del Niagara, in un giorno di sole sfavillante, con un impermeabile giallo addosso (e un cappello giallo) mentre Enola Gay mi sta cercando per lanciare addosso a me la bomba atomica. Un effetto di ultimo luna park prima della fucilazione.

E' ancora una volta Donald Barthelme. Non vi consiglio di cominciare con "Biancaneve", ma con i racconti. Non è un autore trascinante, dovete considerare che ottiene l'immedesimazione e lo straniamento nello stesso tempo, e sono sicura che vi lascerà freddi. Però quello che vede della realtà è sorprendente. Sorprendente e bastardo, perché i suoi infelici sono infelici senza possibilità di salvezza, e i suoi stupidi sono stupidi senza pietà. I suoi personaggi sono antagonisti, cattivi, mistificatori, ipocriti, ipersinceri, psicotici, nello spazio di una forchettata a tavola o di un colpo di pettine nei capelli. Per intendersi: Carver in confronto è uno scrittore sdolcinato e tremendamente affettuoso con i suoi personaggi. Con Barthelme, la lama del coltello appoggiato sul tavolo di cucina taglia la pelle anche soltanto restando lì, nella pagina. Il personaggio è il coltello, e le cose sono Mary e John che passeggiano intorno. Il coltello è il bubbone che Mary e John hanno provocato e possono infiammare o guarire.

Hurrah per Barthelme!

 

18 gennaio, 2009. Dunque, dunque, dunque. Che cosa succede?

Dal Punto di Vista Che Saluto Qui come una riva dalla quale la nave si allontana, ho avuto una discussione con un tale per una questione che marginalmente riguarda il problema dell'identità.

Dal Nuovo Punto di Vista - se questa si chiama palinodia, un motivo c'è - ho incontrato un inconsapevole "guardiano della soglia" (non perché sia inconsapevole di sé. E' solo inconsapevole della soglia). Nella nostra tradizione ne troviamo numerosi, da Cerbero alla Sfinge, tutti con una funzione ampiamente illustrata da testi di diversa origine e significato bla bla. Del "mio" guardiano della soglia non devo dir nulla: nemmeno lo conosco personalmente. Ho anche la sensazione di essere circondata da numerosi "guardiani della soglia" - presso i quali il viandante deve fermarsi per una rituale anticipazione della lotta cui va incontro, o dell'ultimo tratto del percorso. No, non gli stalker. Gli stalker sanno bene quello che fanno, quindi non sono funzioni così dirette del destino. Hanno tuttavia la funzione dei rovi, delle strade impervie e del buio nel percorso del viandante.

Comunque.

Sigismondo insegna (è bello, parlare a se stessi senza che nessuno capisca un bel niente): devo aprire gli occhi.

 

 

16 gennaio, 2009. La torre resterà la sua casa. La donna che ama rimarrà un'ombra esitante e infida. Il suo regno apparterrà per sempre ai cortigiani più loschi. E tutta la saggezza cresciuta piano nel dolore gli servirà a conservare il tozzo di pane per la cena, a raddoppiare le coperte con i giornali rubati la domenica, a tappare i buchi nei vetri con i cocci di una bottiglia, e a distinguere di notte il fruscìo di uno scarafaggio dallo zampettare di un topo. Sigismondo non si sveglierà più.

 

14 gennaio, 2009. Sono stata perdonata - perciò, stasera, cena letteraria. Che cos'è una cena letteraria, direte voi, che lo sapete benissimo.

Mah.

Una serata in cui non capisci niente di quello che mangi e di quello che ascolti, dal momento che le due cose avvengono contemporaneamente. Non riesci nemmeno a coordinare correttamente il lavoro minuzioso di - ma che ne so - scarnificazione dell'arrosto, o dello scrittore che hai davanti. Ma la sincronicità (non il sincronismo) è interessante, perché la subiscono anche gli altri e ne risentono. Così, alla fine, ci si ritrova ad ascoltare tutti insieme i fatti privati di qualcuno che, lontano da quel tavolo, anche dopo una simile confessione, non ti saluterà nemmeno. La democrazia del ristorante! Io poi sono la peggiore di tutti: per un difetto di fantasia, infatti, non ricordo esattamente la faccia delle persone. Non ci riesco. Questo a volte mi fa soffrire, quando si tratta di facce familiari, ma mi trasforma in una stronza quando si tratta delle facce dei colleghi. Non ricordo le facce, quelle di nessuno, non me le ricordo bene. Già ora, dopo un'intera serata passata in loro compagnia, le ho dimenticate, anzi trasfigurate. Ricordo il bordo della camicia bianca della Caterina seduta davanti a me. E la punta del naso di un colore diverso, sul viso dello scrittore.

Comunque: ho mangiato davvero? Sapete che non lo so?

Mi fa bene, quella che voi chiamate realtà. Per me è così leggera, inconsistente. E i miei sogni così duri, grumosi.

Torno ai sogni, però. Io torno sempre ai sogni.

 

13 gennaio, 2009. Gli stalker mi scuseranno, se li costringo a trovare altre strade per impicciarsi dei fatti miei. Ma vi sono punti di non ritorno. Vedete come si vanno assottigliando i post. Riprendo su di me le energie spese. Ho perso quindici chili in sei mesi.

E ho smesso di avere paura.

 

12 gennaio, 2009. "Ma nel momento in cui moriva, il principe Andrej si ricordava di dormire e in quello stesso momento fece uno sforzo su di sé e si svegliò".

Romanzo polistorico.

Oltre cinquecento personaggi.

"Prima, aveva paura della fine. Due volte aveva provato questo senso tormentoso di paura della morte, e ora non lo capiva più".

 

11 gennaio, 2009. Cari fan. Visto che il mio amico Rimbaud ha deciso di diventare Verlaine, io non ho altra scelta, pena la mia stessa vita, che diventare Rimbaud. Noi ci capiamo, vero Arthur? E poi scusa: non ti interessa, no? "Fa freddo e manca poco, dai". Questa settimana devo scrivere per un concorso letterario, un saluto a tutti.

10 gennaio, 2009. Quando Achille, piangendo sul corpo di Patroclo, giura vendetta contro Ettore, nell'Olimpo Zeus si volta verso Era, e le chiede: "Sei soddisfatta, adesso? Achille torna finalmente in guerra". E lei, terrorizzata di sé e dell'altro divino supremo, rabbrividendo come per scuotersi di dosso il sangue del ragazzo morto, risponde a Zeus: "Ma che cosa dici, tremendo figlio di Saturno! Io no, non io."

Omero sapeva tutto. Tutto prevedeva. Tutto spiegava. Omero è uno dei pochi amici che abbiamo, in questa vita.

 

9 gennaio, 2009. Non ha importanza come ci sentiamo, noi stiamo. Siamo stati nel destino del mondo e questo è sufficiente. Il mondo ha gridato quando siamo nati. E siamo nati.

 

Parola strana, destino. Espunta dai trattati poiché considerata impura, empia. Non credereste che è imparentata con il semplice vocabolo destinatario. Immaginereste nobiltà maggiore per una parola che fa tremare i polsi.

 

Invece è una parola semplice. E' voce affine al verbo stare. Iterazione dello stare.

 

Quante persone vogliono convincerci all'una o all'altra ideologia, nascondendo dietro al pensiero una visione del mondo cui credono prima che alla verità. Come vorrei credere al filosofo che ho intervistato l'altro giorno: mi dice che non c'è il nulla, come spero anch'io. Ma come credergli?

Noi dobbiamo cercare. Guardando con la mente lucida nelle radici del nostro essere. Non credete a chi vi dice che non tocca a voi cercare perché siete dilettanti. Cercate, poiché siete stati un destino.

 

 

Lo stalker è per caso geloso? Si sente nel diritto di commentare? E in base a che cosa, di grazia? Sono impegnata, devo partecipare a un concorso, e non ho tempo per scrivere qui. Ma lo stalker vuole ricordare cose lontane. Le chiamavi così, giusto? Cose lontane.

 

8 gennaio, 2009, in prosa. Ieri ero così arrabbiata che ho copiato e incollato qui un intero canto dell'Inferno. Oggi non sono più così di cattivo umore, tuttavia in effetti vorrei dedicarmi alla sistemazione del sito, perché troppe di queste intemperanze l'hanno riempito e pasticciato. Dante però con i modernisti c'entra, eccome, quindi penso che lo lascerò. Quell'"io sol uno" è un avviso ai naviganti; a parte le tristezze e sregolatezze di Ovidio e le lune di Catullo, è il primo accenno alla solitudine dello scrittore - in Dante la solitudine c'è, eccome, anche la solitudine dell'impresa; sebbene non sia intesa in senso romantico o postromantico - che se ne stia lì chiaro e tondo.

 

 

8 gennaio, 2009. Ma statevi zitti.

Lo giorno se n'andava, e l'aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno

m'apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,

che ritrarrà la mente che non erra.

O muse, o alto ingegno, or m'aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch'io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate.


Io cominciai: "Poeta che mi guidi,
guarda la mia virtù s'ell'è possente,

prima ch'a l'alto passo tu mi fidi.

Tu dici che di Silvïo il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente.

Però, se l'avversario d'ogne male
cortese i fu, pensando l'alto effetto
ch'uscir dovea di lui, e 'l chi e 'l quale

non pare indegno ad omo d'intelletto;
ch'e' fu de l'alma Roma e di suo impero
ne l'empireo ciel per padre eletto:

la quale e 'l quale, a voler dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
u' siede il successor del maggior Piero.

Per quest'andata onde li dai tu vanto,
intese cose che furon cagione
di sua vittoria e del papale ammanto.

Andovvi poi lo Vas d'elezïone,
per recarne conforto a quella fede
ch'è principio a la via di salvazione.

Ma io, perché venirvi? o chi 'l concede?
Io non Enëa, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri 'l crede
.

Per che, se del venire io m'abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
Se' savio; intendi me' ch'i' non ragiono".

E qual è quei che disvuol ciò che volle
e per novi pensier cangia proposta,
sì che dal cominciar tutto si tolle,

tal mi fec'ïo 'n quella oscura costa,
perché, pensando, consumai la 'mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta.

"S'i' ho ben la parola tua intesa",
rispuose del magnanimo quell'ombra,
"l'anima tua è da viltade offesa;

la qual molte fïate l'omo ingombra
sì che d'onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand'ombra.

Da questa tema acciò che tu ti solve,
dirotti perch'io venni e quel ch'io 'ntesi
nel primo punto che di te mi dolve.

Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi.

Lucevan li occhi suoi più che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella:

"O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto 'l mondo lontana,

l'amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che vòlt'è per paura;

e temo che non sia già sì smarrito,
ch'io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch'i' ho di lui nel cielo udito.

Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c' ha mestieri al suo campare,
l'aiuta sì ch'i' ne sia consolata.

I' son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare.

Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui".
Tacette allora, e poi comincia' io:

"O donna di virtù sola per cui
l'umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c' ha minor li cerchi sui,

tanto m'aggrada il tuo comandamento,
che l'ubidir, se già fosse, m'è tardi;
più non t'è uo' ch'aprirmi il tuo talento.

Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l'ampio loco ove tornar tu ardi".

"Da che tu vuo' saver cotanto a dentro,
dirotti brievemente", mi rispuose,
"perch'i' non temo di venir qua entro.

Temer si dee di sole quelle cose
c' hanno potenza di fare altrui male;
de l'altre no, ché non son paurose.

I' son fatta da Dio, sua mercé, tale,
che la vostra miseria non mi tange,
né fiamma d'esto 'ncendio non m'assale.

Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo 'mpedimento ov'io ti mando,
sì che duro giudicio là sù frange.

Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: - Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando -.

Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov'i' era,
che mi sedea con l'antica Rachele.

Disse: - Beatrice, loda di Dio vera,
ché non soccorri quei che t'amò tanto,
ch'uscì per te de la volgare schiera?

Non odi tu la pieta del suo pianto,
non vedi tu la morte che 'l combatte
su la fiumana ove 'l mar non ha vanto? -.

Al mondo non fur mai persone ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com'io, dopo cotai parole fatte,

venni qua giù del mio beato scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch'onora te e quei ch'udito l' hanno".

Poscia che m'ebbe ragionato questo,
li occhi lucenti lagrimando volse,
per che mi fece del venir più presto.

E venni a te così com'ella volse:
d'inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar ti tolse.

Dunque: che è perché, perché restai,
perché tanta viltà nel core allette,
perché ardire e franchezza non hai,

poscia che tai tre donne benedette
curan di te ne la corte del cielo,
e 'l mio parlar tanto ben ti promette?".

Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che 'l sol li 'mbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo,

tal mi fec'io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch'i' cominciai come persona franca:

"Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch'ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse!

Tu m' hai con disiderio il cor disposto
sì al venir con le parole tue,
ch'i' son tornato nel primo proposto.

Or va, ch'un sol volere è d'ambedue:
tu duca, tu segnore e tu maestro".
Così li dissi; e poi che mosso fue,

intrai per lo cammino alto e silvestro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7 gennaio, 2009. Ancora, al ramarro che dorme. Oggi comincio a buttar giù il romanzo. Io. Ok?

Ascolta,
ti ricordi quando venne
la nave del fenicio a portar via
me, con tutta la voglia di cantare
gli uomini, il mondo, e farne poesia...
Con l'occhio azzurro io ti salutavo
con quello blu io già ti rimpiangevo
e l'albero tremava e vidi terra,
i greci, i fuochi e l'infinita guerra...

Li vidi ad uno ad uno
mentre aprivano la mano
e mi mostravano la sorte
come a dire: "Noi scegliamo,
non c'è un dio che sia più forte".
E l'ombra nera che passò
ridendo ripeteva: "no..."

Ascolta,
ero partito per cantare
uomini grandi dietro grandi scudi
e ho visto uomini piccoli ammazzare
piccoli, goffi, disperati e nudi...
Laggiù conobbi pure un vecchio aedo
che si accecò per rimaner nel sogno
con l'occhio azzurro invece ho visto e vedo,
con l'occhio blu mi volto e ti ricordo...

Ma tu non mi parlavi
e le mie idee come ramarri
ritiravano la testa dentro il muro
quando è tardi
perché è freddo, perché è scuro
e mille solitudini
e i buchi per nascondersi...

Ho visto fra le lampade un amore:
e lui che fece stendere sul letto
l'amico con due spade dentro il cuore,
e gli baciò piangendo il viso e il petto...
E son tornato per vederti andare
e mentre parti e mi saluti in fretta
fra tutte le parole che puoi dire
mi chiedi: "Me la dai una sigaretta?"

Io di Muratti, mi dispiace, non ne ho
il marciapiede per Torino, sì lo so
ma un conto è stare a farti un po' di compagnia,
altro aspettare che il treno vada via:
perché t'aiuto io ad andare non lo sai,
sì, questo a chi si lascia non succede mai,
ma non ti ho mai considerata roba mia,
io ho le mie favole, e tu una storia tua.

Ma tu non mi parlavi
e le mie idee come ramarri
ritiravano la testa
dentro il muro, quando è tardi
perché è freddo, perché è scuro...
E ancora solitudini
e buchi per nascondersi...

E non si è soli quando un altro ti ha lasciato,
si è soli se qualcuno non è mai venuto
però scendendo perdo i pezzi per le scale
e chi ci passa su non sa di farmi male:
ma non venite a dirmi
adesso lascia stare
o che la lotta deve continuare
perché se questa storia fosse una canzone
con una fine mia
tu non andresti via.

(Vecchioni, dai)

 

7 gennaio, 2009. "Ma perché, infelice, mi rivolgo ancora agli dei?" (Antigone, Sofocle)

 

 

6 gennaio, 2009. Per ventitré giorni, nel 1984, la mia parrucchiera fu irreperibile. Riapparve improvvisamente e brevemente dall'altra parte dell'oceano in questo video, in compagnia di

- uno con la maglietta lavata con il Colgate, alla chitarra

- il Dr. Who dei telefilm, alle tastiere

- Bin Laden, alla batteria.

Sugli altri è assolutamente impossibile dire qualcosa. Se il bassista però vuole il mio numero di telefono, adesso dovrebbe avere l'età adatta.

Una nota ambientale. Era l'epoca degli effetti speciali ai concerti - oltre che delle spalline imbottite, ma quella sta tornando - e in questa circostanza l'effetto usato è, chiaramente, il fumogeno. Forse però qualcuno ha lasciato una finestra aperta in proscenio, e il risultato è che il fumo attraversa velocissimamente il palcoscenico con un effetto freezer, o pack della Groenlandia, o tolda del Titanic, o cannone sparaneve guasto a Curma. Tra il pubblico, brevemente inquadrato di profilo, intravvedete un biondissimo Camerini con un cerchione di macchina all'orecchio.

Comunque poi la mia parrucchiera è tornata: con l'autostop - ha fermato un camionista con il gesto atletico che le vedete compiere a ogni boato di sintonizzatore, e quello l'ha caricata.

Una domanda. Perché lei canta in un accendigas?

 

6 gennaio, 2009. E, stalker, oggi impara una cosa. "Stillness" non è "silenzio" come lo intendi tu.

E' una qualità importante degli oggetti che in questa lingua da Risorgimento si può forse tradurre come "sospensione muta", ma forse no.

E' quando il mondo tiene il fiato, invitando alla concentrazione e al raccoglimento. Semmai, non è il silenzio di chi non risponde, ma il silenzio di chi ascolta.

6 gennaio, 2009. Nelle tre colorazioni disponibili, ecco un video che racconta il nostro dramma negli anni Ottanta. Svegliarsi con la vestaglia allacciata male, gli orecchini fatti da noi con - orchidee? perline del negozio in S. Maria Fulcorina? pelle di salame? talpe morte? - e avere di tanto in tanto negli occhi il barlume di Norma Desmond, ma a vent'anni. Notare i fulgidi esempi maschili: uno a scuola nostra era proprio così e lo chiamavamo Napo Orso Capo (mai saputo il nome vero). E' davvero tanto, credetemi, se siamo sopravvissuti.

 

5 gennaio, 2009. Invece delle utili e aggiornate letture in cui dovrei essere impegnata, leggo una vecchia storia di fantasmi di Dickens. Quando perderò il lavoro e tutto il resto e mi chiederanno perché, io dovrò rispondere: colpa di Dickens. E' una vera fortuna che nessuno abbia intenzione di chiedermelo.

Intanto, il miglior fratello del mondo mi annuncia che mi presterà i racconti della Jackson, in inglese.

Torno alla pagina in cui Dickens racconta l'alba, "a certain air that familiar household objects take upon them when they first emerge from the shadows of the night into the morning". E un vocabolo che in italiano ci sogniamo: "stillness".

Stillness è ciò che avrete da me in questo periodo. Eh, ma non c'è traduzione. Leggete Dickens, leggete.

 

4 gennaio, 2009. La solitudine dell'uomo che odia. La solitudine dell'uomo che odia me.

E' più forte. Una delle prove che nella vostra religione c'è qualcosa che dovreste riguardare meglio (forse era tradotto male).

 

3 gennaio, 2009.

Vivo in soffitta con le maniche lunghe sulle dita.

Appena è primavera, parto. Appena mi raggiungono, io parto - salgono le scale, riaccendono il camino, aprono al sole, io parto.

Fisso per giorni il ghiacciolo del tetto di un vagone - qualche volta ha una luce blu - non sto a spiegare. Faccio fumo dalla bocca, sorrido sempre quando i vestiti scricchiolano.

Il caldo scioglie il pianto.

 

2 gennaio, 2009. Il giorno (Infelici brevi)

E’ stato un solo giorno della mia intera vita. Possibile che basti a riempirla tutta?

Richiude gli occhi.

Li riapre. La donna che si muove davanti alle tendine non si è accorta che lui è sveglio. Li richiude.

Quel giorno, il mondo nuotava nel corpo di un fantasma, la luce mi sembrava così bianca che i soldati, il muro, il bordo della mia camicia galleggiavano nella stessa pentola di latte. Conservo la luce bianca nel fondo del mio cuore come un mostruoso tesoro. Quando Lisa mi chiede “che cos’hai?”, come faccio a risponderle che sto conservando la luce bianca dentro di me? Così come conservo in tasca la pallottola che il soldato mi diede (...ede, ede, ede...)?

Decide di scrivere. Scriverà qualcosa in cui lei possa vedere il bianco di quella luce. Le notti di Pietroburgo sono così bianche, e nessuno degli avvinazzati attaccati ai lampioni a gas se ne è mai accorto. A cominciare da monsieur Turgenev.

Con questa promessa di pace, muove la schiena per alzarsi. La donna subito lo guarda.

Io vedevo morire gli uomini davanti a me, e ho sentito in quel momento che nessuno di loro era più colpevole né più innocente di quanto non lo fossi io. In che cosa l’ho sentito non lo so, così dovrò chiamare questa cosa dio, perché dio è tutto quello che io non so. Questo tesoro, non sai quanto è labile. Io lo scriverò, lo scriverò. Ma soprattutto, io ho bisogno di mostrarlo a te.

“C’è del tè caldo, ma alzati per favore,” dice la donna.

Lui sente la sua voce di taglio a metà del ventre. Le dice che sta conservando dentro di sé la scena della mancata fucilazione. Lei sospira come se si trattasse di una cosa triste, e si avvicina per accarezzarlo, per mandare via il male.

E’ tutta la mia vita, perché vuoi mandarla via? Io sono felice mi duole tutto tanto sono felice. Sono un bambino, felice con la sua mancata fucilazione, la sua luce bianca e il colore del sangue di quelli che sono morti. Sono così felice. Ho dei tesori di orrore dentro di me. E’ tutto quello che ho e tu non lo capisci. Il soldato che doveva sparare a me, nel plotone, aveva un lato dello stivale così consumato che le dita dei piedi vi avevano impresso una forma. Io dovevo morire - a quell’uomo lo stivale si sarebbe sfondato di lì a due giorni - l’aria era bianca e lattiginosa - il sangue si muoveva tra i sassi calpestati nella neve. Indagherò a fondo, e se scoprirò che tu non puoi capire questo, sarà una tragedia per il nostro amore. Io non posso amare un animale. Io scaverò dentro di te finché non sarai anche tu così felice come me, Lisa. Tirerò i tuoi capelli finché non manderai una voce umana.

“Non c’è più inchiostro,” le dice.

Lei si vestirà, scenderà, attraverserà la città per cercare l’inchiostro, lui intanto verserà il tè e rovescerà il samovar nel letto, getterà i vestiti sulla macchia per fingere di asciugarla, si butterà in poltrona, a fumare, osservando il mucchio di stracci inzuppati, e quando lei tornerà sarà già uscito, incontrandola sulle scale le urlerà che è una buona a nulla, così in ritardo, quando invece l’inchiostro era nello stipetto, e che lui tornerà con i Tyssen quella sera, e di riordinare la casa, e di preparare il salmone, sì, il salmone.

E’ stato un solo giorno della mia intera vita. Devo fare in modo che tu ci entri, o tra noi è finita, finita, capisci? Sarebbe insopportabile reggere il tuo sguardo che brancola, sarebbe insopportabile sentire la tua voce che chiama, come un’estranea che non sa dove si trova. Voglio vederti come ho creduto, nella pentola di latte di quel mattino, in punto di morte, mentre ti muovi con passo certo, insieme a me.

 

 

 

2 gennaio, 2009. Avete presentato le bambole gonfiabili alle vostre famiglie? Si sono comportate bene, sono state educate? Sono rimaste ritte sulle sedie, o sono scivolate inesorabilmente sotto il desco natalizio sulle loro ginocchia di lattice rosa? Oppure hanno cominciato a fare cose impensabili per delle bambole gonfiabili, come per esempio osservarvi proprio mentre vostra madre vi parla, e poi guardare lei e ammiccare, e poi parlarvi mentre è vostra madre che vi guarda, e poi tornare ad ammiccare? Le bambole gonfiabili sono vendute con istruzioni in tutte le lingue. Sono quello che si dice un prodotto destinato a un vasto pubblico, ed è il motivo per cui vi sono piaciute subito. Quindi, anche le famiglie sanno come fare con le bambole gonfiabili che voi portate al pranzo tenute dritte da un anellino e due orecchini. O voi così esperti avete letto le istruzioni soltanto nella vostra lingua?

C'è di buono, nell'avere sentimenti devastati, che Barthelme apre un mondo.

 

1 gennaio, 2009. Buongiorno. Questo sito non è più aggiornato da tempo, per una serie di motivi bizzarri tra i quali annovero un elemento che potrei definire "la scaramanzia dello scrittore". Mah, se ne parlava l'altra sera con uno scrittore, appunto, Spinato: c'è sempre un momento in cui ti coglie il dubbio che quello che scrivi, se non è del tutto "trascorso", passato nel tempo, possa diventare "vero". E' una faccenda complicata, in realtà, poiché di solito lo sguardo che si rivolge alla scrittura è quello esterno che si occupa, semmai, della "verità" della scrittura. Qui invece ci si occupa della "verità" della realtà. Ci spiegheremo con un esempio. Ma non oggi. Oggi raffreddore.

Ah, per chi legge in inglese, è da tanto che voglio indicare qui un testo piano di Arthur Miller, che si trova su Granta. Niente, così, scorre via, sulla pace di uno scrittore in un Chelsea hotel in cui soggiornò per scrivere. E' un anno senza secondi fini. Torno a Barthelme, ciao, etcì.

 

30 dicembre, 2008. L’ultimo dell’anno.

Di questo dolore non ho consolazione. La certezza che sul mio destino vegli qualcuno di sensato e di saggio, Colui che mi strappa giorno dopo giorno le cose più dolci e più amate per offrirmene presto di migliori, non regge più.

Esiste anche il male.

Il male incompensato. Il disequilibrio di un moncherino, i bambini morti, gli innocenti ammazzati. E questo è male. Il mio unico amore è perduto per sempre, e questo non vuol dire, come asserite voi difensori dell’ordine sociale, che era soltanto l’uomo sbagliato, e che il vero amore sarà un altro e verrà. Vuol dire il male. Lui era il vero amore, e il resto è lutto, buio, vite spezzate, un fato indifferente, una prigione di tenebre da misurare con le dita in ogni direzione solo per scoprire che non ha porte e che non ha finestre. Ho detto, il male.

E ora?

Chi sperimenta il male, cos’è, cosa diventa?

Ha due strade. Accende nel buio l’ultimo fiammifero e tiene corto il fiato mentre si ubriaca alle cene degli altri prigionieri del male. Oppure diventa qualcosa che io ancora non sono, ma che sento arrivare. Forse un cercatore, più disperato e spietato di quanto sia tollerabile, che fuma al buio e non pretende più niente di meno che la piena luce, l’accecante assoluto, il dio totale, lo squarcio nella muratura del mondo. Ma lo ricerca come ha imparato: senza speranza di trovarlo, tra mucchi di corpi inanimati. Pronto a infilzare l’anima nascosta dietro i drappeggi di una cauta amicizia, in cui non crede più e che non sa apprezzare. Pronto a tirare e strappare il lembo della radice di un cuore, senza fermarsi finché non lo svelle bollente di sangue dal manto gelato della terra.

Un angelo scaraventato lontano, impazzito di dolore, un grumo di piume mescolato a morte con il cucchiaio del male.

E ride, lui, ride.




castATsettemodernistePUNTOcom

 

“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).