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Infelici brevi

 

Il museo

Fidanzato e fidanzata sono usciti dal museo dopo un breve giro. Il padrone li ha già studiati ben bene al momento di staccare i biglietti, li ha guardati camminare con la schiena rigida e le braccia conserte intorno alla teca dell'esposizione, e non ha bisogno di osservarli ora, mentre confabulano brevemente voltando le spalle al cartello che dice "Museo mondiale dell'extraterrestre", fuori dalla prima e unica sala. Il sipario dal quale sono usciti ondeggia ancora lievemente, muovendo polvere.

"Scusi," comincia il fidanzato. Il padrone del museo solleva la testa dal giornale che sta leggendo.

"Sì?"

"Ma c'è solo un extraterrestre morto, lì dentro," dice il fidanzato, allargando le braccia.

Il padrone del museo lo guarda inclinando la testa, come fa quando parla con le mucche. "Sì. Vivi non ne sono arrivati."

"Noi intendiamo dire," interviene la fidanzata, aggrappandosi con una mano alla maglietta del futuro marito, "che, insomma, ci aspettavamo di più, da un extraterrestre."

Il padrone del museo piega il giornale e lo depone sul bancone davanti a sé, vicino all'espositore delle tazzine che riproducono malamente la sagoma dell'extraterrestre. "Beh, ma è morto."

"Già, appunto," riprende il fidanzato. "Mi sembra parecchio, otto euro a testa, per vedere un extraterrestre morto che non fa niente, dico niente, a parte essere morto."

Il padrone del museo si gratta la cima della testa. "Beh, ma è extraterrestre."

I due fronti del bancone d'ingresso si osservano in silenzio per un po'.

"Almeno ci fossero delle note esplicative," prova la fidanzata, "sa, come nei musei veri." Fosse per il fidanzato, invece, il silenzio continuerebbe a oltranza.

Il padrone del museo storce il naso. "Non sono un uomo di penna. Però c'è un opuscolo del Comune che dice un sacco di cose. Lo avete avuto insieme al biglietto."

Scuotono la testa, i fidanzati. Poi lei estrae dalla tasca di lui un foglietto piegato, di un bel verde brillante su carta patinata, e lo sventola sotto il naso del padrone del museo. "Certo che l'abbiamo avuto, l'opuscolo. Ma parla quasi solo di lei e della sua fattoria."

Il padrone del museo annuisce vigorosamente. "Dell'extraterrestre non sappiamo molto. Tutto quello che si sa, si sa di come io l'ho trovato. Sono un mezzo eroe, da queste parti, e ho diritto a un po' di pubblicità."

Fidanzato e fidanzata sentono il bisogno di confabulare ancora un po' tra loro. Il padrone del museo li lascia fare, e intanto ripassa mentalmente la storia del ritrovamento. E' passato del tempo, e lui comincia a confondersi con le date.

E infatti. "Insomma, almeno ce lo racconti di persona, com'è successo," dice la fidanzata.

"Sì, diamine," dice anche il fidanzato.

Il padrone del museo non si scompone. "Di solito non faccio visite guidate. Siete fortunati che non c'è folla."

I fidanzati si scambiano un'occhiata, ma tacciono.

Il padrone del museo racconta della notte in cui cadde il meteorite. Dice del boato forte salito dai campi, degli alberi pettinati dall'impatto, delle due mucche carbonizzate. Ricorda soprattutto le fiamme, rosse nella notte.

"Le mucche sono bruciate vive?" chiede la fidanzata.

Il padrone del museo muove la testa oscillando tra due posizioni appena distanti, entrambe in ogni caso dietro al bancone.

“Una no, l’altra sì,” risponde.

Su sollecitazione dei fidanzati, racconta in fretta come si è svolta l’agonia di ciascuna mucca. Il suo racconto è lacunoso.

“Ma quando ha finito con un calcio la seconda mucca,” insiste la fidanzata, “vi siete guardati negli occhi?”

Il fidanzato interviene come un opuscolo illustrativo della sensibilità peculiare della donna che ama. “Rita ama gli animali, soprattutto i cuccioli,” spiega. Rita annuisce sollevando una mano fin sul cuore.

“Infatti è una fortuna che non fossero cuccioli. Vitellini,” concelebra la fidanzata.

Il padrone del museo non sa se rispondere con la verità. Ricorda con paura il momento dell’uccisione della mucca. Ricorda le scintille sgorgate dalla testa bovina al primo colpo, e il grido comune di orrore, suo e della bestia, per l’ultimo guizzo di vita. Gli si torcono le budella, tuttora, al pensiero di quel sì e di quel no gridati insieme, in una lingua sconosciuta, da entrambi.

“Quando mi sono voltato, ho visto l’extraterrestre vicino al sedile di guida,” spariglia, cambiando discorso, alla fine. “Il sedile era tutto quello che era rimasto dell’astronave, ” precisa.

I fidanzati obiettano le solite cose. Che il sedile non è esposto nel museo. Il padrone del museo risponde le solite cose. Che “gli scienziati” hanno preferito tenere tutti gli oggetti tecnologici, compresa la tuta bruciacchiata e il casco rotto dell’extraterrestre.

“E le hanno lasciato il marziano?” chiede il fidanzato. Ha il tono interessato di uno che lavora nel ramo franchising.

“Mi hanno restituito l’extraterrestre dopo averlo rigirato un po’ e ricucito qua e là,” annuisce il padrone del museo. “Mi hanno restituito anche le mucche, suggerendomi però di non consumarle.”

“Chissà come mai non l’hanno tenuto,” dubita la fidanzata.

Il padrone del museo non sa rispondere. Tutto ciò che gli viene in mente, a proposito dell’extraterrestre morto, è strano. Insolito per lui, che non è uomo di penna e nemmeno di parola. Tutto ciò che gli viene in mente è una nenia: sono, essere, sarei stato, fui, sarò, fossi stato, ero, sarò stato, che io sia, sono. Preferirebbe raccontare degli attimi in cui, tra i resti di mucca morta, ha capito di trovarsi, primo uomo sulla Terra, di fronte a un altro uomo venuto da chissà dove.

Ma i fidanzati non sembrano interessati all’inconoscibile locale. Insistono sui particolari organici: le malattie, i virus spaziali, la solidità della teca, i poteri taumaturgici, telepatici e magnetici degli extraterrestri morti.

Il padrone del museo sazia la loro fame di folklore.

Fidanzato e fidanzata esprimono il desiderio di tornare nella sala per osservare di nuovo, con occhi diversi, l’extraterrestre morto.

Il padrone del museo fa cenno di andare pure. Li osserva mentre valicano il confine del lutto e li immagina mentre si trattengono presso l’extraterrestre morto, per un po’, soffusi di contrizione scientifica e di raccolto sollievo.

Lui riprende a leggere il giornale, e a custodire. 

(di Ida Bozzi, 19 gennaio, 2009)




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“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).