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IL VILLAGGIO GLOBALE di Sette Moderniste

romanzo "serial" di Autori vari

Episodio Uno: ore 10, il magico istante in cui capisci che sarà una giornata di merda

 

Luchino Invernizzi, di Luchino/Dj Lu

 

Lo so che ci sto mettendo un’eternità.

La ragazza in coda dietro di me dice “Senti Ines, torno dopo, non ho tempo”.

Ma i soldi in ordine nel portafoglio sono importanti.

Sono un’altra di quelle cose che mi distinguono da Ciongo, detto l’Essere, detto El Ciongo. Un giorno qualcuno scriverà qualcosa su di lui, intendo una storia, perché di verbali ne hanno già scritti parecchi. El Ciongo tiene i soldi in un grosso topo morto che ha in tasca, un sacco di pezza grigia chiuso con una corda. I soldi che tiene nel topo morto sono per la maggior parte miei. Miei e di un altro paio di ragazzi. Non è il tipo di compagno che, come suggerisce mio padre da dietro il mobile bar, aspetti fuori scuola quando sarà solo e senza i teppisti che gli danno manforte. No. Anzi, è meglio se lo incontri a scuola, dove i teppisti che gli danno manforte lo tengono calmo e gli impediscono di ucciderti.

El Ciongo non è grande e grosso. Io sono più alto di lui di mezzo metro. Ma io sono il genere spilungone, lui è il genere cattivo.

Lo capisci da dietro che è cattivo.

Io dietro ho controllato, ho un ciuffo di peli molli che mi crescono sulla nuca. Sexy, per le ragazze alle quali piacciono i soffici orsacchiotti pallidi e con gli occhiali in tasca: di ragazze così non ce ne sono molte, anzi per la verità sono solo due, in quarta B, si chiamano Jolanda e Mafalda e sembrano un piatto di cozze con contorno (Jolanda è un filo meglio, tipo che mi ha scaricato un giga di beach e pop della California, e ha le tette grosse e sempre tiepide).

Ma El Ciongo sulla nuca ha una riga orizzontale, di origine incerta, circondata da  spine acuminate di barba. E un uomo con la barba sulla nuca, tu lo consideri più alto di te in quasi tutte le circostanze.

Perciò, se ti dice di aprire la finestra della sala professori prima di uscire il venerdì sera dalla lezione doposcuola di teatromovimento, tu apri la finestra della sala professori prima di uscire il venerdì sera dalla lezione doposcuola di teatromovimento, e lo fai senza fare domande come se ne andasse della tua stessa vita. Perché infatti ne va. E quando accendi la tele la mattina dopo, e senti la parola “acqua” e “liceo” e “sanzioni per gli allievi” e “indagini”, capisci che forse una domanda dovevi farla.

Ora ho sistemato i soldi nel portafoglio, e posso uscire dal negozio. Ci vengo da quando sono piccolo, a comperare le figurine. Qui è normale. Qui io posso chiudermi nello stanzino di cameretta e seppellirmi di figurine. Bambi 2, Incredibles, Disney Classics e Panini. In paese è come se fosse sempre Natale. La Ines mi dà del tu. I bambini sono bambini. E io sono un bambino. Un vecchio bambino. Uno che ha passato lo Stige un paio di volte e ritorno, ma che ha solo quindici anni. Qui non devo aprire finestre per El Ciongo. Qui non devo occuparmi di ragazze. Bluette qui è solo il nome di un colore.

Bluette.

Mi viene da vomitare.

Non c’è un’altra ragazza al mondo che si chiama Bluette, e io non amerò mai più. Ha gli occhi viola come il tappo dello yogurt che compra mia madre al supermercato biologico. Vomito ogni volta che apro il frigorifero, adesso che Bluette non c’è più. Mia madre ha fatto venire un santone sciamano che ha detto che ho un’intolleranza alimentare al biologico e mi ha prescritto un mantra.

Ma io ho un solo mantra.

E’ la canzone che ho scritto per lei, "Out of your element - Pelle". L’abbiamo registrata io e Gli Offesi. Ogni tanto la ascolto. Lei non l’ha nemmeno sentita. Ha sorriso, come faceva quando credevo che mi amasse, e non ha preso la cuffietta che le offrivo perché, ha detto, “sennò mi cade la bicicletta”. E se ne è andata spingendo la bicicletta, così, di fianco, con i pedali che giravano a vuoto e le facevano un livido sulla coscia nel punto esatto in cui mi sarei inginocchiato per baciarla. Jolanda la Cozza invece ha voluto una copia della canzone col Nero e l’ha messa sul suo blog con tutti i cuoricini e una scritta “PER DISCOGRAFICI: IL MIO AMORE E’ UN GENIO!”.

Ce l’ho qui, per ascoltarla quando proprio non ce la faccio più, l’ho scaricata in due versioni sull…

Sull…

Non dirmelo.

Alzo gli occhi e guardo l'immensa distesa di neve profonda in cui spatolano pedoni, sciatori, Suv, statue della piazza Centrale, bambini piccoli con i copriorecchie di peluche rosa, case antiche, chiese inclinate dalla neve, alberi verdi e montagne aguzze e un odore di wurstel cotto alla griglia.

Avevo l’Ipod nella tasca esterna dello zainetto. Avevo. L'Ipod. Avevo. L'...

Adesso c’è il cavo bianco.

Con il suo bel jack masticato.

Con le sue due belle cuffiette.

Il nodo di filo a tre quarti che mi fa da rosario.

Un pelucco di lana della sciarpa che ho messo nello zaino perché mi strangola.

E nient’altro.

Solo neve profonda.

Urlo.

“Aipooood”

Un tizio che passa con il cane mi chiede perché sto piangendo.

 

(pubblicato il 22 settembre, 2006)

(per tornare a Machi)



castATsettemodernistePUNTOcom

 

“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).