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<occhio>

- dal 2005, se è esistito -

 

L'occhio,

racconto di Ida Bozzi

 

Per tutto il giorno non aveva potuto guardare dall’altra parte.

Il camion bianco inclinato nel fosso al di là della corsia d’emergenza era l’unico punto verso il quale di tanto in tanto poteva alzare lo sguardo, come prendendo fiato. Leggeva meccanicamente la scritta stampata sul fianco, “Macnotecnic”, oppure osservava lo zig zag della corda che teneva teso il telone tra le asole cerchiate di metallo e i ganci nella fiancata. Si riposava così, leggendo lettera dopo lettera, contando gancio dopo gancio, avanti e indietro, e quando arrivava alla cabina di guida, con lo squarcio nella carrozzeria, ricominciava daccapo, dal fondo, dalle scanalature pulite della fiancata, dalle lettere blu della scritta, dalla corda.

Non guardava dove teneva le mani, non abbassava lo sguardo sul rottame d’auto sotto di lui, non percepiva il calore del corpo di “quello nella macchina” attraverso i guanti di lattice.

Poi qualcosa nell’insieme dei rumori di fondo era cambiato, non nel traffico sull’altra carreggiata, non nel clangore del carro attrezzi che lavorava in fondo alla curva sul terzo veicolo. Il soffio della fiamma ossidrica era cessato; spenta la luce della fiamma i lampeggianti delle auto della polizia si erano come illuminati, di nuovo visibili. Lui intanto s’era accorto dell’agitazione dei colleghi, intorno, e del suono metallico che veniva dalla macchina lì sotto. Avrebbe dovuto guardare, subito, aveva pensato. E in quel momento aveva sentito il sussulto del corpo sotto le sue mani. Così aveva abbassato lo sguardo, mentre i due pompieri facevano leva per sollevare il tetto deformato della Contras Coupé. Ed era stata sua la voce che s’era messa a gridare “Fermi, basta, gli portate via la faccia, così”.

“Ah, oddio,” disse Lisa, nascondendosi tutta nel cuscino, “Dio, non dirmi altro.”

Pietro la guardò, rannicchiata vicino a lui, e spostò il braccio con cui l’aveva tenuta abbracciata fino a quel momento. Si sollevò sul letto, guardandosi i piedi, i calzini arricciati ai piedi, e cercò tra le lenzuola il pacchetto delle sigarette.

“Mi fa bene parlare con te,” disse. Trovò una sigaretta, la accese.

Lei alzò la testa, spettinata, i capelli diventati più scuri per il sudore, qualche ciocca increspata sulla faccia. Non le era piaciuto sentirglielo dire. “Con me?” gli chiese. Lui annuì, fissava qualcosa in lontananza.

Lisa tacque. La fidanzata di Pietro si chiamava Silvia, e lui l’aveva appena evocata, ne aveva evocato l’ombra, la distanza, la presenza, senza nemmeno pronunciare il suo nome.

“A quel punto, sono arrivato a pensare che avrei voluto lasciarlo lì,” riprese lui, masticando il fumo della sigaretta, “addirittura, avevo così paura che avremmo potuto ucciderlo noi stessi, che l’avrei...” Si interruppe, la fissò. “Perché ti stai alzando?”

Lisa si era mossa appena, aveva sollevato le braccia, s’era ravviata i capelli, aveva allacciato il reggiseno. C’era un po’ di fretta, nei suoi movimenti, questo sì, non riusciva a nasconderlo.

“Non mi sto alzando,” gli disse, guardando il lenzuolo, “continua.”

La scocca della Contras Coupé si era divisa in due, nell’impatto contro il camion. La sbarra d’acciaio si era arrotolata come un ricciolo di burro tagliando irregolarmente il fianco destro del passeggero. Il rivestimento in alluminio della scocca invece aveva seguito una strada diversa nella materia che aveva attraversato. Sbucato già curvo dalla tappezzeria dell’abitacolo, aveva inchiodato il passeggero all’altezza dello zigomo destro, frantumando l’osso e inghiottendo l’occhio. La faccia era rientrata nel cranio e la bocca si era sollevata. Lui vedeva il collo stirato di “quello nella macchina” e tamponava un olio striato, nero e schiumante. Le bolle d’aria nel sangue lasciavano un alone, scoppiando, sui bordi già coagulati. Mentre gettava a terra le garze e ne prendeva di pulite, con le mani che gli tremavano per un istinto che non era paura, né orrore, ma non era nemmeno pietà, pensava che avrebbe dovuto continuare a farlo finché l’uomo fosse rimasto vivo. Aveva barcollato, ma non aveva oltrepassato il limite in cui la vita diventava una speranza impossibile. La fine era ancora un’aggressione, una violenza sciatta che non sapeva aggiustare la mira. Quando i pompieri avevano cominciato a sollevare la lamiera del tetto, aveva sentito “quello nella macchina” agitarsi, e le garze sollevarsi sotto le sue dita insieme al tetto di metallo. 

“Ho gridato, ma non mi sentivano,” disse Pietro, guardando Lisa, “ho perfino schiacciato la benda per tenere fermo il... le... Ma sentivo le cose che si staccavano, sotto le dita, come se...”

“Adesso smetti,” gli disse Lisa.

Lui respirò, più volte, guardandola. “Ma si è salvato, tranquilla,” le sorrise, sinistramente. “Penso che andrò a trovarlo, non l’ho mai fatto ma credo che questa volta... Ci ho pensato. Potrei anche fargli vedere la medaglia d’argento.” Il suo sorriso si sollevò di una tacca: stava guardando indietro, al momento in cui aveva pensato di andare a trovare “quello nella macchina” in ospedale. La faccenda della medaglia, per le vite salvate dopo l’incidente, Lisa l’aveva saputa solo dai giornali, e poi, solo da una telefonata. I festeggiamenti si erano svolti in famiglia.

Lisa seguitò a fissare il lenzuolo. “Sì, certo.”

“Voglio riuscire a cancellare quelle altre immagini, capisci,” disse Pietro, con lo stesso sorriso rivolto altrove, alto, verso il fondo della stanza, “vederlo vivo, cioè lì, che sta bene, che ride. La vita, no?”

“La vita,” disse Lisa. Ora sì, voleva andarsene. Prese la maglietta, dal mucchio di lenzuola.

“Senza tutto il sangue,” concluse Pietro, portandosi la sigaretta alle labbra, trionfante. “Normale.”

 

(di Ida Bozzi)

(pubblicato in The Reader’s Anger, Sette Moderniste, il 13 settembre 2008)

 




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“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).