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- dal 2005, se è esistito -

 

 

Sezione: Oriente

 

 

15 luglio, 2010. Si volta pagina nella sezione: universo.

11 luglio, 2010. Rivederlo non è stato traumatico. Ha, sempre e come sempre, paura di toccarmi e un'abitudine a farlo che gli viene dalle sue numerose frequentazioni ma non è specifica. Ascolto come si può ascoltare, con il mento che annuisce, e gli occhi della mente che vagano intorno, qua e là.

Ci sarà tempo e modo per un'ampia retorica dell'addio, mi dico a mente.

Quando erano i primi tempi, interpretavo la sua paura di toccarmi come un sentimento, lo stesso che provavo io allora. Chi l'ha calpestato di più? Io o lui? Che gran paura, due armature che fisicamente si squadrano, si soppesano, si giudicano - e spesso si prendono in giro reciprocamente, l'equivalente dei caroselli guerreschi - e due viventi che occhieggiano invece da dentro quel buio, con i loro contorni indefiniti e pericolosamente mortali.

Sono stanca di chiacchiere. Stanca dei sogni che si sono frantumati. Stanca dei progetti - di cosa? di sorriso - mai nemmeno affiorati alla superficie. Stanca della finzione dell'uomo che fingeva di non esistere.

Stanca anche di parlare del mio amore. Il mio amore è intatto, nel senso che non è stato né conosciuto né violato. E se ora non sa dove andare, ci andrà tutto intero in ogni caso.

Ora occorrerebbe parlare del suo amore. Come?, se lui lo ha negato così a lungo e così violentemente da estirparlo da sé e perfino da me? Perché, miei cari, io lo amavo perché lui mi amava.

Scaviamo tra le bugie. Tra la bugia dell'intelligenza, del potere, dell'orgoglio e della paura. Tolte tutte queste bugie, in mezzo alla cenere per così dire, si trovano ancora dei resti, molto piccoli per la verità, ma riconoscibili all'istante.

Che volete: noi siamo stati anche archeologi, nelle nostre lunghe peregrinazioni.

Come sono fatti questi resti? Mmm. Sotto mentite spoglie, badate, lui è lì pronto a osservare. Affamato di queste osservazioni e pronto a commentarle con il cinismo che lo caratterizza, lo innalza e lo protegge. Strano, non ha mai messo il suo cinismo sulla bilancia di ciò che è stato Male: che cosa credete che significhi? Anche questa volta, sebbene silenziosamente, osserverà e a modo suo commenterà. Con il disdegno, come ha sempre fatto.

Per descrivere il suo amore, mi occorrerà qualche tempo. E sotto la sferza delle sue offese, delle sue incomprensioni, delle sue angherie, vedrete che saprò descriverlo lo stesso.

 

5 luglio, 2010. Oggi la bambolina viziata torna a casa. Per prima cosa cerca qualcosa di fresco e di forte da bere nel frigorifero, e lo berrà sotto la doccia. Ha lo sguardo fisso di chi sta pensando ad altro mentre addenta un angolo di panino, richiude il frigorifero e prende il bicchiere. Mentre si avvia verso la doccia, lascia le scarpe in anticamera, prima una e poi l'altra, sembra disinvolta e nonchalante, ma stiamo per scoprire che la disinvoltura in lei ha la stessa espressione del dolore e della morte. A piedi nudi, calpesta un frantumo di sasso capitato sul pavimento. La fitta raggiunge direttamente il cervello, si ferma salendo con un'esplosione arancione dietro gli occhi chiusi, come contro un tetto. Dentro di lei ogni cosa si agita, si risveglia, vorrebbe percorrere la stessa strada, tentare di uscire. Ed ecco che la bambolina viziata grida e scaglia il bicchiere contro la parete. I topi che abbandonano la nave sono più di quanto si possa sopportare.

La bambolina viziata non si spoglia sotto la doccia. Lascia che sia l'acqua a toglierle di dosso i vestiti a poco a poco, mentre siede in un angolo della ceramica fredda e continua a guardare qualcosa con il suo sguardo fisso.

Le trovano tutti i posti migliori per le prime. La ospiteranno a tutti i festival che vorrà. I suoi nuovi amici sono personalità indiscutibili. Se si incapriccia, passa una giornata al telefono con un intellettuale che ride e scherza con lei, e loro due al telefono, tra i destini del mondo di cui dicono di non sapere niente, cominciano a conoscersi, con calma, anche se non si complicheranno la vita, non loro direttamente, loro sono due che hanno già dato; ma a una festa conosceranno lui l'amica di lei o lei l'amico di lui e quella sarà la strada che ora stanno preparando. La bambolina ha un bagaglio più leggero, ora. Non si cura nemmeno di pagare quando si alza dal tavolo del ristorante, non sa chi paga le cene, le feste, di chi sono le candeline, può permettersi di dimenticare le facce, le basta essere bonaria ora che gli altri riconoscono la sua.

Dopo un'ora d'acqua, la bambolina viziata scende per lo scarico, e resto io. Sento pugnalate al cuore ogni volta che mi ricordo di tutte le cose di cui mi ricorderò quando sarò vecchia, e sono felice che esista la morte.

Non è vero, non sono felice che esista la morte.

Ho fatto la prova, e in tutto ciò che dipende da me io ho una forza insospettabile. Posso fare qualsiasi cosa. E allo stesso tempo. In tutto ciò che non dipende da me io perdo e piango sempre, sempre, e ciò che non dipende da me è la parte che non si lava via nemmeno sfregando forte.

Io sono Achille, il più forte degli Achei, la bambolina viziata dell'armata greca, la punta di diamante di una macchina da guerra formidabile, e appena chiudo la tela della tenda io passo il mio tempo a gridare. Non ho ire funeste, nessuno si è mai sognato di controllare quel verso e vedere che diavolo voglia dire davvero. Provo rabbia, perché un eroe immortale, imbattibile, coraggioso, che ama l'onore e la battaglia aperta, che non ha mai colpito alle spalle, che soffre per la terra che calpesta, è senza il suo piccolo amore, un amore di cui non avrebbe avuto nemmeno il coraggio, probabilmente, se un legame senza motivo non esistesse da sé, intrecciato al destino della guerra.

A poco a poco, ogni sera, la bambolina viziata vuole uccidersi, questa volta sul serio, tanto lei non se ne accorgerà nemmeno, e la donna formidabile vuole rinascere, quella che non infierisce mai su nessun nemico, e che per questo ha dagli dei la grazia di una potenza illimitata, ma non può trovare un solo amico, e lo sa, e dovrà viverci attraverso.

 

Per la prima volta, ripubblico qui un testo già pubblicato giorni or sono. Oggi lo si capisce meglio.

15 giugno, 2010. Sto per partire per il mio breve viaggio. Se non sarà il più grande e meraviglioso viaggio mai fatto dai tempi di Alessandro fino a oggi, sarà tuttavia uno dei viaggi più importanti che io abbia mai fatto.

I miei sentimenti sono agitati, la mia preparazione è inquieta, tutto scorre velocissimo come se il famoso cardine della porta del re barbaro ruotasse di nuovo su se stesso e questa volta riavviasse il mondo. Sedili di pietra immobili da anni, sui quali erano cresciute muffe ma anche fiori, si capovolgono nel meccanismo immenso che riprende a funzionare e rivelano ruote, cingoli, assi di carri. Ruotando fanno colare la sabbia e la terra accumulata nei loro immobili secoli, mentre dalle piattaforme di carico gli ingranaggi issano in aria alberi, vele, motori, batterie di remi, pale a vento e un'infinità di macchinari ignoti, che scuotono la ruggine dai denti e spolverano le corde, e si avviano tutti insieme, spesso capovolgendosi a vuoto, nell'aria, come ansiosi di divorare la terra che ancora non riescono a mordere.

Saprò dirigere questo mostro a mille teste? Ognuno ha questo dubbio, perché non dovrei averlo anch'io. Le trappole sono oggi moltissime e domani saranno infinite, e una persona che non riesce a cambiare lo sfondo colorato di un sito come questo sarà la mia sola guida. Io. E arriveranno da ogni dove maestri dell'arte, a insegnarmi di nuovo le cose che non so, e poi a farmi guerra, a rinnegarmi, a mostrarmi dove ho sbagliato e a indicarmi il cristallino tabellone della perfezione, la loro. Ci sarà chi si prende il merito del mio viaggio, chi della mia valigia, chi del mio nuovo linguaggio, chi vanterà di avermi sempre conosciuto e chi negherà d'avermi mai sentito nominare. Come al solito.

Ma tutto questo non va affrontato con la durezza di una roccia. Poiché io non ho la durezza di una roccia, né l'intransigenza di uno spazientito essere immortale.

Va affrontato come io posso affrontarlo, con la percezione perfetta che gli esseri umani sono fatti per sbagliare, ne hanno per così dire il marchio di fabbrica. Sbagliando tono con chi mi insulta, trafiggendo chi mi ama, gridando forte con chi non può vivere senza di me, trascurando chi mi resta per poco tempo, rimpiangendo ogni singola cosa che è stata abbastanza forte per lasciarmi un ricordo, ma ancora di più, confusamente, rimpiangendo tutto ciò che di meraviglioso io so di avere dimenticato. La roccia non mi importa. Va bene per le parole, va bene per le frasi a effetto, va bene per la difesa e la protezione.

Io sono carne e sangue, so tutta la paura e lo smarrimento con cui la carne e il sangue si incontrano alla vita e alla vita si perdono, e dal mio passo indietro così guardingo e a volte insicuro in modo irritante, io voglio che nasca questo passo avanti. Voglio rischiare, voglio allungare la mano, sì certo la stessa mano ancora piena di cerotti e di garze, voglio che dica tutta la mia fiducia. Che la fiducia sia non nella mano degli altri, che può mancare, ma nella mia mano. Non sia mai che la mia mano un giorno mi dica: "Hai creduto in molti, ma non hai voluto credere in me".

Sarebbe una storia terribile da raccontare, quella di una persona esausta che per proteggersi, alla fine, decide di sospendere la prova su di sé.

 

 

1 luglio, 2010. Ora ho il desiderio di tagliare i rami secchi. Un che di barocco esplode quando si cambia vita, e tutto quello che apparteneva alla vita precedente appare quasi una specie di orpello. Sento la casa pesante. Sento premere su di me migliaia e migliaia, alcune decine di migliaia, di libri. Dove mi volto vedo libri. Mi cade l'occhio su decine di libri inutili inutilmente suggeriti o ricevuti. Mi cadono addosso pile di libri come ultracorpi che vogliono conquistare il mondo, e si moltiplicano, si moltiplicano, come virus alieni. E i miei libri, non soltanto i libri che devo leggere oggi o che devo studiare domani, ma i miei libri, quelli che amo, dove sono, sepolti qui in mezzo alle decine di mostruose e abominevoli bufale che questo strano pezzo di vita ha portato?

I miei libri. Leggevo prima Aristofane, autore che non ho mai amato molto. Aristofane non è, né era, una bella persona. Eppure perfino questo cattivo uomo aveva una voce, oggi, che toglieva il caldo di dosso.

E' vero che io parlo meno di prima, quasi non parlo più.

Ascolto, ma forse ascolto meno. Invece sento. Sento molto di più le mani e i baci, il tocco dei corpi. Le parole diventano fastidiose, fumose. Sappiamo che non contano le parole né per scrivere, né in realtà per parlare, né per ascoltare. Ma quello che provo io in questo periodo è molto particolare: ed è che sebbene le parole servano nella vita, le parole non servono a vivere. A volte, vedo solo formiche. Formiche nere , stupidamente organizzate in formicai, cella dopo cella, pagina dopo pagina, frase dopo frase, e le persone sono spesso solo ricettacoli di insetti che si incolonnano fuori o dentro, e ci vuole pazienza, molta pazienza, per aspettare la fine delle loro frasi o di quelle che io devo dire per rispondere, giocoforza, alle loro frasi, mentre vorrei essere a un milione di chilometri a bere dell'acqua con gli occhi chiusi.

Scrivere. Sono mesi che non riesco a scrivere. Eppure non ho mai scritto così tanto. Non scrivo parole. Intanto vivo la vita, e chissà mai che io non sia la Letteraura per tutti questi libri che mi osservano e vorrebbero cadermi addosso. Chissà che non siano loro a desiderare disperatamente di farsi essere umano, mentre tutti qui pare sognino di volersi trasfromare in un libro.

E poi quel poco che scrivo, come si evince anche da queste poche righe, ha tutta un'altra voce.

Mi infastidiscono in questo periodo le persone della mezza età, quei venticinque quarantacinquenni che sanno tutto e ne parlano, ne parlano continuamente. Mi piace lo stupore, e ho scoperto che le persone più vecchie di me sono piene di stupore. Non mi interessa sapere da dove viene il loro stupore. Ma le persone più vecchie di me, o un certo tipo di persona che adesso non avrei voglia di descrivere, hanno uno stupore nelle mani, nelle dita, nelle labbra, nel corpo, che mi piace. Il loro stupore li rallenta, li terrorizza, la vita li terrorizza e loro la stanno vivendo, e un sì o un no li può distruggere, intristire per giorni, forse per sempre, chini al buio, con le labbra che pendono un po' lucide e un po' gonfie, come se avessero pianto, cosa che non è da escludere. Eppure eccoli a vivere, con quello sguardo disperato, con il bianco degli occhi, verresti su da me, siamo a un passo, a un passo veramente, dalla morte, e tu verresti su con me, non insisterò, ho detto con me, intendevo da me, ma non insistono molto, non con le parole, però con gli occhi, con i movimenti, quello che hanno visto li attira troppo, un brandello di vita, un'illusione. Amo le persone che si feriscono facilmente, e con le quali posso osare di essere estremamente cauta, oppure il contrario, ma scientemente, accuratamente, e con una lentezza e una ripetitività che è già di per sé un tratto erotico, di rito e di esperimento.

Dove le parole sono solo un copione ben preparato.

 

 

Bene. Mi spiace dirti questa cosa, ma oggi non aprirò più il computer se non per lavoro e quindi la dico ora. Tu non hai visto le lacrime. Né ti si mostreranno.

Non sai cosa sono, non le toccherai, non avrai mai il dono di queste lacrime. Contentati di quelle, artificiali, architettate tra amiche sagge e piene di consigli, o tra suocere smaniose, che ti regala la tua vita.

Qui ci sono solo le lacrime smarrite, perse. Quando capirai che sei legato a queste lacrime, e che cadono dentro di te, sarà tardi, per me lo è già, ma sarà tardi soprattutto per te. Quando non vedrò più chi sei, quando non saprò né vorrò sapere dove ti sei fermato, perfino questa povera lacrima scritta, che sarà ormai lontanissima nel tempo, ti darà approvazione e conforto. Ti ridurrai a cercare di farmi sbirciare come sei, a tentare vanamente di sottopormi qualcosa che mi ti mostri, come già fai ora, e intanto a crogiolarti di queste righe morte. Lo hai già fatto, ne hai bisogno, mascherandoti a me ma non a te stesso.

Infelice e insincero, insegnerai a tuo figlio tra le lacrime a vivere fino in fondo, e lui capirà male come te.

 

 

Dover assistere alla accorata autodifesa della scelta più mediocre, difesa necessaria a se stessi quanto più superflua per gli altri, rende meno doloroso il disacco. Le pietre tirano giù, ma il bello è che uno non se ne accorge. E' confusamente felice così, senza distinguere un filo di felicità dall'altro, senza conoscerne le origini, senza conoscere se stesso (pericolo) e crede di aver conquistato, quando invece si è semplicemente lasciato catturare da chi ha imparato a sfruttare le debolezze degli uomini, da un pezzo. La mediocrità arrampica, cattura, tranquillizza, e, anche, addormenta e riduce. A poco a poco, i movimenti si sono fatti più lenti, eterodiretti, e il sonno che fa felice i poteri del sonno, è sceso.

 

26 giugno, 2010. Non l'ho sbagliata.

Così, una finestra si è spalancata, anche dentro. Non il solito pertugio, non il solito tunnel. Io so che devo stare attenta a non perdere la strada, come ha fatto qualcuno che ha avuto paura. Che si è nascosto al mondo in una vita brillante, ma piena di compromessi dall'economia pericolosa e non ancora del tutto in luce. Ebbene, forse sì, io rappresento l'assenza di compromesso, la verità è alla fine questa. Ma ho scoperto, in questo viaggio, che io non sono affatto sola come credevo. Che esistono persone come me, e che di tanto in tanto queste persone si incontrano, si riconoscono, si inseguono per un po' e poi, ogni volta, si perdono. Ho scoperto che loro, che sono più Grandi di me, lo anticipano al primo sguardo. Mi stanno insegnando come si vive in questa terra di nessuno dove non c'è, davvero, quasi nessuno. Ma dove si deve avere coraggio e momento. E se non sapete che cosa vuol dire, pazienza. E io non ho più paura di niente, perché ho patito e ho pianto tutto, tutto, tutto il possibile tutto. Mai, credo, una persona è stata tradita e disconosciuta quanto me. Ora è come un battesimo, il famoso lavacro lustrale che ho cercato per una vita forse è venuto dal pianto.

A volte mi domando come faccio. E so che da qualche parte, Jim, e coso che non posso nominare, e un mucchio di altre persone, se lo chiedono come me.

 

21 giugno, 2010. Per me oggi è Capodanno.

Tutti i miei sensi sono accesi, per qualcosa che forse non avrà nessuna importanza, forse invece sì. Una cosa che posso sbagliare, che può privarmi di almeno un paio di lavori, ma è una sfida, un'avventura, il mio viaggetto, qualcosa che somiglia all'inizio di un film.

Ma è tutte queste cose solo perché la guardo io.

Non sapete con quale senso di orgoglio io mi incammini per questa avventuretta con le mie scarpe fruste, evitando di pagare il sito e alcune bollette per potermi permettere di anticipare le spese di viaggio. Non sapete quale desiderio io abbia di novità, di nuovo, di mai visto, e di simile a me.

Tutto in questo viaggio sarà profondo, difficile, splendido, dorato e irripetibile, come me. Probabilmente sarà anche un gran casino, proprio come me.

Quanto al passato. Non sapete quanto è neutro il tono della mia voce, né che da qualche tempo non riesco ad arrabbiarmi.

Né sapete con quale senso io osservi gli occhi di chi mi ha fatto del male, e che me ne ha fatto nel mio lutto. Premessa. Credo non possa esistere nulla di più grave: di questo hanno scritto gli antichi, questi erano i mali che davano origine alle Orestee, alle Iliadi, soprattutto alle Antigoni. Dicono che la miglior vendetta sia il perdono. Ebbene, chi concepisce la vendetta è, semplicemente, uno stolto. Io non intendo vendicarmi, perché ho una concezione di ciò che è stato fatto ben precisa, che non può tollerare alcun desiderio di vendetta. Oh sì, io posso rispondere male e mandare, scusate, affanculo. Ma questo lo faccio abitualmente e un po' con chiunque, come tutti. Ma un male vero non si sana con una vendetta. Si crea solo altro male.

Io so che a complicare la situazione c'è stato l'intervento di fattori esterni, distruttivi e pericolosi. Io so che questi fattori hanno letteralmente fatto implodere una condizione già messa a rischio da altri elementi. Io so che spesso sono stata confusa con altre persone.

Ma io non ho nulla in comune con gli altri.

Ho sofferto così tanto, che ieri con il mio biglietto di viaggio in mano ho pianto. Sono stata così sfruttata, e poi irrisa, senza sapere né capire perché, che ancora adesso non riesco a credere che qualcosa nella mia vita sia ora reale, vero, concreto. Non credo che questa persona si renda conto, nemmeno per un attimo, di quello che ha fatto, e se sì, credo che gliene importi solo per brevi tratti, mentre per altri tratti si senta anche, irrimediabilmente, in colpa. Ma, ripeto, per ciò che ha fatto non c'è punizione o vendetta. Ma, semmai, qualcosa che questa persona non capisce, e non capirà, ma forse può sentire. Un senso umano più profondo, che passa sotto tutte queste cose, e le osserva, come le osserverebbe la Vita in persona. Non il quadernetto su cui si segnano gli amici e i nemici, quello me lo vedo bene in altre mani. No. Un'altra cosa, più solenne, che in parte è espressa dalle parole dell'i-ching quando dice "l'uomo buono è accresciuto dalle azioni dei malvagi".

So anche che questa persona tenta, di tanto in tanto, dei contatti. Li tento anch'io. Non siamo persone cattive, né persone buone. Ma le nostre azioni sono state davvero esecrabili, e davvero sante. Quello che ancora ci unisce, al di là di questa superficiale distanza, è un filo sottile, esile, che corre al centro di noi, e che io non nomino perché non ne conosco il nome.

Ciò che farò, dalla mia distanza, dalla mia nuova vita, è rispettare questo esile filo. Tenerlo in vita, saperlo raggiungere, accettare che mi si facciano notare i momenti in cui lo calpesto o me ne distraggo, farlo notare a mia volta se mi sarà richiesto.

La parte umana dell'essere umano, la parte che chiamiamo divina perché non sappiamo a che altro di più grande paragonarla, dentro di me non fa più fatica.

Forse l'ho trovata, la parola. Questa parola è il Sacro. Ma ciò che significa Sacro, il Separato, è una strada lunga e tortuosa dentro di noi, nella parte di noi che non conosciamo come non conosciamo l'impulso che dal cervello muove al respiro. Mi rivolgo direttamente a questa persona: mi hai fatto male, me ne hai fatto di più e per primo, me ne hai fatto anche prima che mi accorgessi che me ne hai fatto. Ora non farmene più: chiunque tu sia, non sei un mio nemico. Trattieniti dal farmi altro male, raggiungi l'apice dentro di te, e guarda con distacco il male che mi hai fatto. Non è te.

Io sono la sola che lo pensa, non deludermi - qui sì che mi deluderesti. Impara a pensarlo anche tu. Quel male non è te.

E adesso me ne vado, ciao, spero che non chiudano il sito per le bollette non pagate, le pago dopo.

 

 

18 giugno, 2010. Cari. Per alcuni giorni non scriverò sul sito, poiché avrò davvero da fare.

 

 

15 giugno, 2010. Sto per partire per il mio breve viaggio. Se non sarà il più grande e meraviglioso viaggio mai fatto dai tempi di Alessandro fino a oggi, sarà tuttavia uno dei viaggi più importanti che io abbia mai fatto.

I miei sentimenti sono agitati, la mia preparazione è inquieta, tutto scorre velocissimo come se il famoso cardine della porta del re barbaro ruotasse di nuovo su se stesso e questa volta riavviasse il mondo. Sedili di pietra immobili da anni, sui quali erano cresciute muffe ma anche fiori, si capovolgono nel meccanismo immenso che riprende a funzionare e rivelano ruote, cingoli, assi di carri. Ruotando fanno colare la sabbia e la terra accumulata nei loro immobili secoli, mentre dalle piattaforme di carico gli ingranaggi issano in aria alberi, vele, motori, batterie di remi, pale a vento e un'infinità di macchinari ignoti, che scuotono la ruggine dai denti e spolverano le corde, e si avviano tutti insieme, spesso capovolgendosi a vuoto, nell'aria, come ansiosi di divorare la terra che ancora non riescono a mordere.

Saprò dirigere questo mostro a mille teste? Ognuno ha questo dubbio, perché non dovrei averlo anch'io. Le trappole sono oggi moltissime e domani saranno infinite, e una persona che non riesce a cambiare lo sfondo colorato di un sito come questo sarà la mia sola guida. Io. E arriveranno da ogni dove maestri dell'arte, a insegnarmi di nuovo le cose che non so, e poi a farmi guerra, a rinnegarmi, a mostrarmi dove ho sbagliato e a indicarmi il cristallino tabellone della perfezione, la loro. Ci sarà chi si prende il merito del mio viaggio, chi della mia valigia, chi del mio nuovo linguaggio, chi vanterà di avermi sempre conosciuto e chi negherà d'avermi mai sentito nominare. Come al solito.

Ma tutto questo non va affrontato con la durezza di una roccia. Poiché io non ho la durezza di una roccia, né l'intransigenza di uno spazientito essere immortale.

Va affrontato come io posso affrontarlo, con la percezione perfetta che gli esseri umani sono fatti per sbagliare, ne hanno per così dire il marchio di fabbrica. Sbagliando tono con chi mi insulta, trafiggendo chi mi ama, gridando forte con chi non può vivere senza di me, trascurando chi mi resta per poco tempo, rimpiangendo ogni singola cosa che è stata abbastanza forte per lasciarmi un ricordo, ma ancora di più, confusamente, rimpiangendo tutto ciò che di meraviglioso io so di avere dimenticato. La roccia non mi importa. Va bene per le parole, va bene per le frasi a effetto, va bene per la difesa e la protezione.

Io sono carne e sangue, so tutta la paura e lo smarrimento con cui la carne e il sangue si incontrano alla vita e alla vita si perdono, e dal mio passo indietro così guardingo e a volte insicuro in modo irritante, io voglio che nasca questo passo avanti. Voglio rischiare, voglio allungare la mano, sì certo la stessa mano ancora piena di cerotti e di garze, voglio che dica tutta la mia fiducia. Che la fiducia sia non nella mano degli altri, che può mancare, ma nella mia mano. Non sia mai che la mia mano un giorno mi dica: "Hai creduto in molti, ma non hai voluto credere in me".

Sarebbe una storia terribile da raccontare, quella di una persona esausta che per proteggersi, alla fine, decide di sospendere la prova su di sé.

 

 

9 giugno, 2010.

Volere diventare grandi, "grandi", una parola che ha significati che confondono. Si crede di diventare grandi quando le persone che si amano sono tutte lì intorno a festeggiare. Qualcosa ci ha reso grandi, e noi lo vediamo soprattutto nei loro occhi. Ma quello che si festeggia è solo uno dei significati di questa parola ingannevole.

Nella più nera delle solitudini, quando il più gentile ti disprezza e gli altri ti hanno dimenticato, o anche quando tutti i sorrisi sono opportuni, sempre dosati, sempre misurati, c'è un momento in cui diventi grande e non lo sai. Quando per poco che tu creda, credi, per poco che tu desideri vivere, desideri vivere, e per poca che sia la speranza che nutri, tu nutri una speranza. Diventi grande quando con il cuore morto ti alzi in piedi e fai ciò che fai, qualsiasi cosa sia, sapendo che tutte le persone che ami sono morte, e senza scherzi, senza lieto fine, la luce fioca di ciò che sei deve bastarti.

Stranamente, io non ho mai provato prima ciò che provo adesso. Non ho mai creduto in me abbastanza da pensare che avrei potuto accontentarmi di diventare grande solo per me, senza ottenere niente da nessuno, con le mie sole forze e, quel che temevo di più, con il mio solo occhio a guardarmi, e sono stata una stupida. Credo di essermi persa il vero sapore della mia vita, finora, e non ho nessun timore ad affermare che diventare grandi significa esattamente ciò che sembra nel più fragile dei suoi significati. Significa crescere.

 

 

5 giugno, 2010. -- a moi, donc. Breve come un brivido, anche se non è stato breve. E' difficile restare distesi, dritti e sorridenti mentre accade a volte di sentire quel brivido, che è un annuncio di terre lontane, un vento che scende da regioni per nulla sconosciute, anzi simili a tutte le altre, e proprio per questo raggelante. Perché io so le cime degli alberi, e le strade e le città, e le forme delle lampade nei ristoranti e il sapore della carne nel piatto e il riflesso delle figure nella vetrina, un po' di rosso dalla mia parte, dall'altra parte non so. Conosco me, conosco la trama di tutti i tovagliolini di seta sulle tovaglie, e nei fori, dentro i fori della trama e dell'ordito del tovagliolino segnato con il dorso del coltello, mentre qualcuno che è qui e ora vive ciò che ha, e si stupisce del sale sulle patate o del finocchietto sul salmone, io chiamo me che non sono mai lì, ma attraverso altre trame e altri orditi mi guardo sforzarmi lì di fare finta di nulla, imploro tutta la mia fatica a sorreggermi, prima che il pranzo cominci e io rida, per un po' ancora sorvegliandomi da tutti i riflessi di tutti gli specchi, di tutti i bicchieri, di tutte le bottiglie, i vasi le vetrine i metalli gli occhi, per un po' ancora chiamando "eccomi lì" e dai riflessi osservandomi come una sconosciuta cui salvare la vita, una sconosciuta disperata che si sta buttando nel fiume. E poi mai più, per un po', mai più sentire la mia voce che mi cerca, per un po' e mai più, ed essere tutta dove sono, e occuparmi di un boccone da tagliare o di una collana da scegliere senza che dagli specchi salga quella faccia, quella voce, quel dolore che mi domanderebbe senza mai fermarsi, come un soccorritore al di là della strada, che cosa ci faccio qui. E' quella voce che io chiamo solitudine, quando sa dove trovarmi.

 

 

Io non posso più fare nulla. Non voglio soffrire. Ho preso troppe batoste, e non voglio più una sola parola cattiva, perché so che non me la merito, e se anche me la meritassi non sarei in grado di sopportarla. Sto scrivendo. Il lavoro invece non mi soddisfa. Sorrido, e se sei felice, va bene. Più vedo tutta questa felicità, e più mi ritiro. E va bene così.

Se io dovessi chiederti scusa, non sarebbe giusto, perché dovresti chiedermi scusa tu di così tante cose, e nemmeno questo sarebbe giusto. Non mi piace tutta questa storia di scuse, ma immagino che tu la intenda così. E così muore tutto. Ho apprezzato i piccoli gesti. Ma purtroppo io sono ancora ferma a quando mi hai detto "ho le spalle piccole", una cosa che mi ha impressionato moltissimo. A me piacciono le spalle grosse, e sono stata lasciata troppo sola per potermi fidare, non so più dov'è la tua fragilità e so bene che la mia si è estesa, ingrandita all'inverosimile. Muoio se mi si sfiora. Con le mie spalle grosse, muoio se mi si sfiora. Forse anche tu sei così.

Non lo so più- .

 

 

1 giugno, 2010. Boh, il problema dev'essere stato risolto, io non ho avuto più notizie. Sto lavorando di gran carriera al romanzo, ma dal momento che non è facilissimo stare in sintonia con dieci mondi, mi ritiro un po' dalle incombenze meno urgenti, o meno facili, come tenere un diario online. E' molto probabile che pubblichi qui presto un racconto, ma comincio ad avvertire una forma di sollievo dal fatto di scrivere un romanzo in privato: non ci sono più infingimenti, gli scontri sono portati alle loro estreme conseguenze, l'intreccio delle disavventure si può leggere nel suo senso prospettico e si può anche non leggere.

Il personaggio del cattivo e il personaggio del buono, il marginale che fa il suo ingresso solo per un po' e quello che invece prende il possesso di una situazione di latenza, il twist of fate e il convenuto casuale, hanno tutti ragione da vendere, nei romanzi. E' sottile il rapporto con ciascun personaggio, il romanzo non può addolcire o accentuare in realtà nulla, può solo accendere una luce su un aspetto o su un altro, ma deve procedere con la stessa indifferenza del destino. Sennò diventa brutto, falso, forzato, e soprattutto già visto. C'è una libertà, in questo, nel provare a mettersi davvero nei panni degli altri, che nella vita si può sperimentare solo per brevi momenti (a parte forme gravi di alienazione). Nei romanzi entra l'assoluto, che esista o no nel cosmo. L'assoluto è il relativo portato alle estreme conseguenze, al millimetro, non è un'immagine dall'alto, è uno stato in cui il tempo è tutto sullo stesso piano, e le cose diventano limpide, chiare, senza cedere nulla della loro dimensione impossibile.

Nel momento in cui si smette di voler far succedere le cose in un romanzo, le cose semplicemente avvengono, questo me l'hanno insegnato e io lo ripeto. Nel momento in cui non si forza il personaggio a un movimento, un movimento, forse un altro rispetto al previsto, verrà. Ovviamente il personaggio dev'essere scavato fino in fondo, conosciuto come un altro se stesso. Eccetera eccetera, queste sono tutte cose note.

Quello che non conoscevo è la mia capacità di creare un altro mondo. Prima, scrivere era sempre creare uno spioncino su questo mondo, poco di più. Attenta, mi misuravo con le possibili letture, con il senso quotidiano delle azioni e delle reazioni, con i miei importantissimi ruoli, ecco, i ruoli.

Adesso qualcosa è successo, come dicono degli atleti: ho rotto il fiato. So che qualsiasi cosa può essere scritta da me: lo so perché se sono stata capace di viverla e di ricordarla, e di vederla, e di reggerla tra le mie mani, sono anche capace di scriverla. Non importa quanto complicata e quanto effimera sia: forse una vita così ingannata come la mia serve proprio a cogliere l'effimero, a prendere l'effimero grande un millimetro quadro e a costruirci dentro la gigantesca stanza del mondo. Perché è questo che si fa con cose che agli occhi di chi ci circonda sono perfino più piccole di un millimetro quadro, uno sguardo, una parola, l'amore di tutta una vita nella terribile presenza della morte, intravisto nel microclima umido e infausto di un piccolo cimitero dietro le palpebre, quel senso disperante che grida con chi vorrai essere quando sarai solo, anche se non potrai. Una cosa che milioni di persone, miliardi di persone hanno visto e non hanno notato, c'è chi la vede e la nota. E se la nota, e se si mette a raccontarla, senza interessarsi alla fretta di chi non l'ha notata e vuol passare via, niente è più impossibile da scrivere.

 

 

Le pubblicazioni sono sospese causa spionaggio del computer, di mail varie e dell'attività sul sito. Sono stati fermati dal gestore del server alcuni ingressi non autorizzati nel sistema, e noi fermiamo i lavori.

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24 maggio, 2010. Non interverrò nei graziosi dibattiti intorno a realtà e romanzo sui siti letterari, e nella fattispecie sul sito dell'amico critico Gian Paolo Serino (un dibattito che per la verità si sta svolgendo tra i suoi lettori, non sempre specialisti), per il semplice motivo che il mio intervento potrebbe apparire sconcertante.

Da molti anni si va facendo sul mio sito un ragionamento che pochi hanno seguito - tra questi, lo stesso critico, che tuttavia mi pare per suoi motivi reticente ad ammetterlo, come se ci fossimo conosciuti per partenogenesi - su molti aspetti del mondo non solo contemporaneo. In ogni caso, le discussioni sulla realtà e sul romanzo, qui, hanno già suscitato riflessioni in direzioni differenti da quelle che ho letto finora in tutti gli interventi, sia sui siti sia nei volumi dei numerosi saggisti che di realtà e di romanzo, o anche solo dell'una e dell'altra Cosa, si sono occupati. Ho già spiegato da queste pagine il processo evolutivo della realtà, l'ho fatto citando Eraclito e Parmenide, Godel e Platone, e non intendo tornare su alcuno di questi argomenti.

Invece mi fermo e getto un'occhiata, probabilmente l'ultima, a un modo di concepire la letteratura, la vita, il reale, me, voi, che non porterà mai a nulla di significativo, di diverso dalla solita inutile pappa rifritta. Come mi disse Saramago in un'intervista, e come molti prima di lui dissero in decine di altre occasioni, la letteratura non è consolatoria. Ma andiamo a fondo di questa osservazione, così come andò a fondo Saramago e gli altri prima di lui: non solo la letteratura non è consolatoria, ma nemmeno la vita lo è. E insieme alla vita e alla letteratura, c'è un altro elemento che, e mi preme ricordarlo, non è consolatorio, ed è proprio il gesto dell'autore. Si fa presto a dire scrivere. Scrivere è solo l'approdo finale di una lunga rotta, o il punto d'impatto dopo una lunga traiettoria. Occupiamoci di ciò che viene prima. Un autore non può essere, e lo dico da anni, forse dal primo giorno qui, un sapiente, né un saggio, né una guida spirituale, né, soprattutto, uno che ha sempre ragione. Diciamolo forte, in modo che i nostri lettori sentano: UN AUTORE NON PUO' OCCUPARSI DI SCRIVERE UNA STORIA CHE SIA CONSENSUALE, in cui si perseguano finalità come piacere al pubblico, piacere all'editor, piacere alla critica, piacere alla fidanzata, piacere a se stesso, piacere ai propri personaggi, piacere alla grammatica italiana, piacere alla storia e alla geografia, piacere al mercato straniero, piacere a dio, essere gradito al destino, piacere alla verità.

Noi sappiamo che non è un ragionamento banale, sebbene sia solo accessorio. Ma finché l'occhio dello scrittore non perde la preoccupazione di coerenza e fedeltà a uno qualsiasi degli elementi suddetti - ho letto oggi due scrittori che si rimbeccavano vicendevolmente un errorino di ermeneutica - non vedrò niente di nuovo.

Lo scriverò, invece. E spero che Serino lo recensisca. Un saluto agli amici,

Ida

 

 

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Non so che giorno è. Non lo so per mia volontà. Perché posso permettermi finalmente di non saperlo e la mia vita sta lentamente riprendendo velocità. Grazie a me stessa e ad alcuni, insperati amici.

Il problema è che il trauma non passa senza conseguenze. Il mio cuore fatica a riprendere velocità. Non è una metafora, è un'affezione, di cui purtroppo ho sempre sofferto e che con i dolori, i lutti, lo stress e i cuori spezzati, peggiora. La Sick Sinus Syndrome, di cui soffro fin da quando sono piccola, è un problema che il cuore ha quando gli impulsi elettrici non giungono sempre a destinazione. Il cuore si ferma, e questo non accade durante la veglia, accade durante il sonno. Ogni notte può accadere cinque, sei, trenta volte. Se te ne accorgi, vuoi per l'impulso di adrenalina che scateni, vuoi perché cominci a tossire, di solito ti riprendi. Ma per maggiore sicurezza, ti dicono, a parte il solito non fumare (che c'entra il fumo con l'elettricità), il rimedio è il pacemaker. Ora, se il mio disturbo non è più funzionale, come ormai credo, e se non guarisce con un po' di riposo e di sali minerali, come invece spero, puoi intendere che le bugie che mi sono state dette, l'abbandono senza spiegazioni, la superficialità con cui un essere umano è stato trattato, qualche conseguenza l'hanno avuta. Gravissima.

Cancello ancora, una parte che non riesco più a condividere. Ne scrivo una che in parte condivido.

Ci sono persone che sono importanti per noi. Noi non sappiamo dire perché, e non sappiamo nemmeno come chiedercelo, ma sono importanti per noi. Il loro giudizio, il loro affetto, la loro presenza, la loro parola, perfino il loro dissenso ci sono indispensabili per continuare. Quando queste persone si staccano, può accadere per mille motivi. Ma quando accade malamente, e poi si tenta di mettere una pezza, bisogna essere cauti. Perché ci sono ferite, ci sono conseguenze, ci sono dolori. Soprattutto, non si può pretendere. Vedi, io non so nulla della tua vita e nulla voglio sapere. Quasi non accendo più il computer, perché stare davanti allo schermo in studio mi dà fastidio. Però da qui ho visto te sfilare via come se io non fossi importante, e non dico "non fossi stata", uso il presente. Quando hai desiderato che ci vedessimo, perciò, non ho accettato. Io so di essere importante per te, e so che tu sei importante per me. Ma non mi piace che tu non lo consideri. Non mi è piaciuto. Tu hai ritenuto che una volta segnata la tua strada, e pronto tu a partire, non avresti più avuto bisogno di me. Ma questo tipo di bisogno, che è il bisogno di condividere con qualcuno che ha intravisto qualcosa di noi, c'era e c'è. Strapparlo così, superficialmente, ha fatto male a me, ma ha fatto male anche a te.

Due persone che sono importanti l'una per l'altra, stanno anche distanti, si possono anche accantonare, ma stranamente è poi il loro sguardo che si cerca nei momenti importanti, belli e brutti, della vita. Tu mi sei mancato molto, in un momento cruciale, ma sei rimasto una persona importante per me. Però ho visto quanto sai essere miope.

Non c'è una conclusione che io debba trarre, non è un racconto, è vita, di là c'è il maledetto cuscino sul quale mi si fermerà il cuore non so quante volte stanotte, devo spegnere le luci nel resto della casa e leggere un libro, fare una doccia e lavarmi i denti, pensare a quel che farò domani senza preoccuparmene troppo, e così tu. Sì, oggi ti ho chiamato traditore: e non me lo rimangio, solo che non lo faccio in pubblico. Il traditore è quello che volta le spalle a una cosa importante in cui è coinvolto, non della quale è estraneo. Ci avevi pensato? Non so, non frequenti altri filosofi naturali, anche se parli di libri interi sul tradimento (che del tradimento hanno capito una cippa, secondo me). Tradisce solo l'amico, l'amante, il soldato, non l'estraneo. Io credo che tu abbia tradito qualcosa cui appartieni. E credo che tu debba saperlo, prima di dirmi se andiamo a prendere un gelato.

ciao

 

18 aprile, 2010. Oggi sembro un leone in gabbia, che non posso scrivere. Mi guardavo camminare, prima, per strada, e dicevo: questa è una tigre. Ma oggi solo articoli, fino a notte fonda.

 

18 aprile, 2010. Mi sono svegliata per via di un incubo e l'incubo mi ha fatto paura. L'avevo appena detto, che ho paura di svegliarmi in un mondo in cui ancora una volta non posso scappare. Adesso ho paura di tornare a dormire, perché non voglio più fare lo stesso sogno. Ma prima o poi, fisiologicamente, mi verrà sonno. Vorrei che almeno quando dormo io mi fossi amica.

Come quando nelle miniere tutto crolla, e i contatti si interrompono, e tutti i soccorritori abbattono la testa e spengono le centraline di rilevamento, ma uno dei guardiani si ostina a non voler tornare, a non voler stendere il telo di plastica blu che coprirà l'entrata del tunnel dalla pioggia in attesa delle scavatrici e degli inquirenti, perché dice di aver sentito un rumore. C'è come un battito, ma sarà il percussore di una delle idrovore che ancora i pompieri non hanno spento. Eppure il guardiano non sembra convinto, aggrotta le sue sopracciglia di giovane anziano, sarà un padre di famiglia, o il figlio buono di una madre pedante, o il fratello maggiore di una ragazza che s'è un po' persa ed è tornata in lacrime una notte, oppure uno che s'è appena accorto che sta diventando stempiato, in ogni caso quel guardiano resta indietro, si volta di continuo, con una scusa, ha dimenticato i guanti, gli cade la torcia, rallenta per allacciarsi il giubbotto, a un certo punto i suoi compagni devono chiamarlo perché sembra incantato, chino ad allacciarsi una scarpa. L'ennesima volta però non si sposta, appoggia una mano sulla ghiaia del parcheggio, come uno che sente la temperatura del mondo, alza la testa, i compagni vedono il suo collo che si stira, la sua faccia che si appiattisce tra le orecchie. Dai che andiamo, gli dicono. Lui nemmeno risponde. E' un tale modesto, non gli piace fare quello che si mette in mostra, però a un certo punto lo deve dire: va che c'è un rumore. Gli altri si fermano come dei merli nel prato, non si accorgono che voltandosi qua e là sui sassi fanno un rumore del diavolo, però a poco a poco anche loro diventano meno veloci, rallentano, posano, si fermano, smettono di scalpitare. Perché cominciano a sentire, anche loro, un rumore. Si guardano, allora, in silenzio, cercandosi solo gli occhi, con i brividi che gli salgono dalle ginocchia umide, dal fondo dei pantaloni bagnati di fango. Sì che c'è qualcosa. C'è un rumore, non è che gocciola qualcosa? Scartano tante ipotesi, ma senza insistere, sarà la pompa, sarà qualcosa che fa toc toc e noi non sappiamo. Ma a un certo punto non si può più nemmeno fare finta di aver perso tutta la speranza, e qualcuno, uno arrivato comodo, un piccoletto di statura, che si mette in mezzo quando hanno smesso di parlare i più robusti, smagrito, che le tute gli vanno larghe in tutte le direzioni, quello che è un po' il nervo scoperto di tutto il reparto di superficie, stira un braccio verso le autopompe e fa: che provino a riaccendere, qua. E si richiamano indietro gli uomini con le sonde, i fari delle macchine già pronte per partire si spengono, i guanti vengono indossati di nuovo, anche adesso che sono fradici e gelati. E si riprende a cercare.

Ecco, io dico che una parte di me dovrebbe fermarsi e chiamare tutte le altre, e la parte nervosa fare la voce grossa, e i miei soccorritori personali di nuovo smontare dagli abitacoli, perchè io da qualche parte ho ancora qualcosa di vivo, che mi chiama e mi aspetta.

 

14 aprile, 2010. Io sono stata molto brava e coraggiosa, ma anche vera e umana, ieri, e mi sono meritata di esserne felice.

Adesso devo lavorare di cinghia sulla mia pigra schiena di esaurita-da-tutte-le-delusioni-che-la-vita-può-dare-meno-una.

 

13 maggio, 2010. Il soldato degradato è chi, morto un genitore, sente pienamente la propria mortalità, come hanno scritto molti autori. Lo impregna un sentimento di retrocessione che non ha nulla delle passioni, non è rovente e improvviso, non è labile ed estremo come l'infiammazione dei sensi. E' un sentimento, cioè l'esperirsi del sentire, una presenza all'apparenza fioca ma costante, a volte più intensa, ma, e in modo allarmante, più spesso sommessa, installata come un sottinteso o come una nausea. Mentre con le passioni uno sfogo è possibile, il sentimento a volte non arriva nemmeno alla sufficienza della superficie: ed è difficile afferrarlo, quasi impossibile osservarlo tutto da capo a piedi. E il sentimento del soldato degradato a mortale non impedisce il sorriso, e nemmeno sta dietro il sorriso, ma si tiene ancora un passo indietro, abita in una regione poco visitata dalle parole. Così come è facile dire un odore o un'immagine, e invece è quasi impossibile dire lo strumento del sentire o del vedere. Cancella, dentro, quasi tutte le paure - di cui non si ha più bisogno. Ma riserva terrori - i quali si manifestano a volte come brevi sogni, o incubi, o impressioni del dormiveglia, in qualsiasi momento della giornata. Non si ha più alcuna paura dei fantasmi, per intendersi, ma si può temere di risvegliarsi in un mondo di larve: o legati, o catturati, o prigionieri, o in altri cento modi - impotenti. Il soldato degradato a mortale vede durante il giorno queste cose in lontananza come si ricordano improvvisamente le finestre e le porte di casa, quando si è fuori in giro per la città. Con un dubbio, non abbastanza forte da essere riferito, che quell'una o altra finestra sia stata dimenticata aperta, o la porta, o che sia stata chiusa inavvertitamente, o che stia cedendo proprio ora a un vento forte. Chi prova questo non può ragionevolmente sottrarsi a nessuna delle proprie mansioni, ma le sbriga con un disinteresse eccentrico - dal latino - intento com'è ad afferrare il lembo di sentimento che scivola sotto, come una medusa. Il pensiero della morte, come una fotografia quando non la si guarda, si installa in noi con questa sua persistenza sfumata.

12 maggio, 2010.

Anche maggio è un mese crudele.

Al soldato degradato nasce un arto, un senso nuovo, una funzione tristemente organica che esplora, senza controllo e senza comando, regioni abissali nascoste e insopportabili agli altri sensi, oltre le linee. Mio malgrado, questo senso sta da solo scavando le sue trincee verso fronti oscuri che io non ho mai visitato né cercato, con i quali intesse una sua familiarità. Io che sono il soldato degradato, degradato a semplice mortale, nutro in me questo nuovo cordone, questo baco, che cerca un'immortalità perduta e lo fa stuzzicando un abisso di cui non teme più di ricambiare lo sguardo. A volte, penso che questo baco abbia ragione, e abbandono tutto il mondo per andare all'inseguimento dei nuovi progressi che si sono compiuti in questa galleria, sempre più fonda, sempre più intricata, perché mi pare, da là, di sentire di nuovo le voci che conosco. Ma la terra si richiude sempre davanti e dietro di me, e tutti gli altri sensi mi trascinano verso l'altro sole, quello della superficie della terra. Dove è più facile scavare di tanto in tanto, ma dove non c'è nessuno, mai, che sia dello stesso esercito. Come un disertore.

 

11 maggio, 2010. Ho cominciato a scrivere questa storia perché mi servivano altre parole e perché mi riesce molto difficile pensare senza scrivere. A volte condivido con voi. Purtroppo è un uso ormai superato che non mi serve più. Non ho trovato molte parole, soltanto alcune, e continuerò se me ne serviranno altre. Non sto quasi più al computer e non ho più bisogno di conferme, né di misure. Solo di esercizio, di tanto in tanto.

Il romanzo va abbastanza bene, grazie. E' più simile alla parte che qui è stata per un po' la giornata indicata ora come "In vita".

 

11 maggio, 2010. Oriente.

 

10 maggio, 2010. L'idolo.

 

9 maggio, 2010. Abbandono.

 

8 maggio, 2010. In vita.

 

7 maggio, 2010. Domani.

 

6 maggio,2010. Sola.

 

5 maggio, 2010. Offese.

 

4 maggio, 2010. Sahiba.

 

 

 




castATsettemodernistePUNTOcom

 

“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).