La pa-i-ce.
Il rumore che fa, viene a prendermi. Mi fermo. Ho le borse della spesa, e stavo bene, qui in mezzo ai carrugi, con il freddo dei pomodori che mi batte contro i polpacci, e il buio di cantina degli androni che fa respirare questi canali secchi di case, stavo bene.
Ma il rumore che fa, viene a prendermi. Quando mi fermo, l’uomo sta digrignando i denti con uno scricchiolìo di ossa e di saliva, forte fino al rumore, fino al dolore di uno che mangia se stesso. E divorandosi si piega piano all’indietro, lentissimo, fino a posare il primo ginocchio a terra, e poi l’altro, e la testa va giù, va giù, si sdraia, con questa piegatura innaturale, e l’uomo è un sacchetto d’uomo, i piedi sotto il corpo, i denti tra i denti, una schiuma dagli occhi, e le mani, le mani che stringono l’aria, la strozzano, la deformano in facce piccole, che stanno lì a guardare, che non capiscono.
Quand’è sdraiato, finalmente, piange. Ha calzoni di tela attraversati da un sesso ritratto e sussultante, una maglia arrotolata fino alle costole, e dietro, sulla testa, ha ancora il cappello di carta di giornale, da muratore, che aveva quand’era in piedi.
Volto una gamba. Ma una. Lo guardo, coi pomodori che mi si squagliano nella spesa.
“Ah,” dice.
Va bene, volto anche l’altra gamba. Insomma se si deve soccorrere si soccorre.
“Mmm…” sto ancora decidendo che parole usare. Non ne userò nessuna.
“Io volevo solo la pa-i-ce,” grida l’uomo.
Il carrugio pare ignorare. Una stoviglia, anzi, s’acciocca in un lavandino a un piano alto.
“Pa-i-ce, io volevo solo la pa-i-ce,” ridice.
Pace. Pace.
Pace però detto con l’accento francese, di muratore marocchino.
Ripete ancora: “Dio! Io volevo solo la pa-i-ce, io volevo solo la pa-i-ce.”
Pa-i-ce.
Mi siedo sui pomodori, porca puttana. Mi siedo sui fradici pomodori provenienza Spagna. Anche il muratore si piega su un fianco e si siede, e accende una sigaretta. Batte la mano per terra, fumando a ritmo tellurico.
“Io volevo solo la pa-i-ce...”
Dal carrugio qualcosa si smuove: “Eh, ma anche noi, però.”
Dice una donna. Ha una voce lucida, di una che sta all’ombra di un portone e ascolta da un bel po’, ma niente.
“Tutti vogliono la pace, Janbatiste. Cosa gridi,” dice.
“La pa-i-ce!” Le risponde l’uomo, rotolando verso il portone che parla. “Dio poteva fare la pa-i-ce.”
“Eh, Dio,” ecco cos’ha la donna.
“E’ vero, è vero. Dio poteva fare la pa-i-ce.”
“Eh, la pace.”
“Se noi chiediamo a Dio di lavorare. Allora Dio invece di guardare la pa-i-ce, deve darci da lavorare. Se noi chiediamo di avere figli e avere la moglie, Dio invece di pensare alla pa-i-ce deve venire qui a darci la moglie e il figlio. Dov’è la pa-i-ce? Se io non avevo lavoro, se io non avevo moglie e il figlio, magari Dio faceva la pa-i-ce. Perché, perché, io, perché, perché, io?”
“Janbatiste, ma stai tranquillo. E’ così per tutti.”
“Invece dobbiamo dire a Dio - lasciami qui. Non mi guardare, vai, va’ via, a fare la pa-i-ce. Mi strappo anche i vestiti, vuoi, mi tolgo la lingua dalla mia bocca, non chiedo più lavoro, non mi importa il lavoro, non mi importa la moglie e il figlio, ma va’ via. Dio! Va’ via, Dio! Vai a fare la pa-i-ce.”
“Janbatiste, che fa caldo. Poi… Dio...”
“Ma come faccio, io?” Janbatiste si alza. Fuma la sigaretta sfrangiata, parla col fumo, parla col buio del portone. Io scivolo sulle bucce dei pomodori, allargo le braccia e mi rimetto in equilibrio. Ssst.
Continua Janbatiste. “Come faccio. Io volevo rivedere mia madre. Non la rivedrò più. Più. Allora ho chiesto a Dio. Mia madre che mi guardava, mia madre, era talmente mia madre che non c’era bisogno che mi voleva bene. Mi teneva lì, sulla punta degli occhi, mia madre, come una cosa facile, e io lo stesso. Non si sapeva che era per così poco, noi. Come parlava veloce! Come mandava veloce tutti in giro a fare le cose che si dovevano fare. Ho chiesto a Dio di rivedere mia madre. E forse Dio per questo non ha il tempo di fare la pa-i-ce.”
“Dio, se vuole...”
“No. Ma io gli chiedevo sempre qualcosa, sempre qualcosa. Sempre qualcosa. Io lo disturbavo.”
“Ma poi non sei mica tornato. L’hai mica vista, tua madre, belin d’un…”
“Perché ho chiesto un’altra cosa.”
“Eh, Janbatiste…”
“Lei. Lei mi fa male,” si rotola, Janbatiste, nella strada. “Dio! Dio! Lei mi fa male, dappertutto. Lei. Lei. Lei. Lei. Oh, lei. Lei. E allora ho detto, lascia stare la pa-i-ce. La pa-i-ce. Dio!”
“Zitto Janbatiste!” Dice una finestra.
“Io volevo la pa-i-ce! Ma lei. Lei. Lei. Oh, lei. Perché io, perché io, perché io?”
Non riesce più a fermarsi. Di nuovo le gambe gli si contraggono all’indietro, e i denti riprendono a scricchiolare nella bocca. Il portone ammutolisce, di nuovo. Mi alzo. Raccolgo i pomodori infranti. Tutto il carrugio tace. Ma dietro c’è un mormorìo di fronti appoggiate agli stipiti delle porte, di mani sulle guance, di gente che aspetta, di gente che piange, di gente che si siede, di stelle che si spengono in tutte le minestre, tristi, tristi, tristi.
“Io volevo la pa-i-ce!”
Dio.
(di Ida Bozzi)
(pubblicato il 25 luglio 2006)
(online solo fino al 29 luglio 2006, perché se aspetto i vostri auguri... )