SETTE MODERNISTE
Sesto episodio - Webeide
Post
Alle quattro del mattino, una nuova festa era iniziata nell’ennesimo locale: musica assordante, sulle pareti di rete un documentario sui dissesti climatici terrestri, e gruppi di Esseri stretti a discutere della fine del mondo tra un cocktail e l’altro. Gli orsi polari che si tuffavano da brandelli di pack al polo, nei video, sembravano spinti da necessità più impellenti.
“Un impero che combatte,” diceva una Creatura di luce, “per l’energia delle fonti non rinnovabili, è un impero malato. Se la Cina si convertisse al solare, ciao ciao Bush, Iraq e tutto.”
“Già, ma la Cina.”
“Eh, la Cina.”
Post osservò i blocchi di ghiaccio polare che precipitavano nell’oceano video, e fece un cenno a Cluster. “Via di qui,” significava il cenno. Cluster annuì. “Possiamo andare da me,” le disse.
Lei lo guardò. Vicino a lei cominciarono a parlare di scontro di civiltà, terrorismo, individuo massa e democrazia. Il tour completo.
In quel momento, una Creatura di luce la toccò con un dito: “Ehi, un’umana,” disse. Quattro Esseri la guardarono. “Non commestibile,” disse uno, storcendo le labbra. Post si girò e gli schiacciò un piede, con intenzione: “Allora non toccarmi”. Tornò a voltarsi e rispose al tale che parlava di scontro di civiltà tra mondo arabo e Occidente. “E tu: è una sola civiltà, con lo stesso mito di Creazione e con la stessa teleologia, e semmai è l’Estremo Oriente a non aver conosciuto la vertigine della Caduta. Ti è chiaro? Due miliardi di saggi si possono trasformare in due miliardi di Formiche, se serve. Ma un solo peccatore si crederà sempre la Cicala”, disse. “Ho reso l’idea?”
La Creatura di luce la guardò senza vederla, e riprese la conversazione nel punto preciso in cui l’aveva interrotta. Solo che, ora, parlava in modo diverso: “Io dico che la questione dell’individuo massa nasce dall’assenza di un Dio Creatore nella cultura estremo orientale, non dall’imperialismo demo-americano. Due miliardi di saggi sono due miliardi di formiche. Un peccatore è sempre la Cicala...”
“E’ mia questa frase!” intervenne Post. La musica coprì la sua voce, ma ugualmente gli Esseri cominciarono a voltarsi verso di lei. Nell’aria presero a volare i frammenti di Creature incontrati sulla spiaggia, quelli che si nutrivano di sentimenti.
Si sentì afferrare per un braccio.“Usciamo,” le urlò Cluster, “tu non sai come funzionano le cose, qui.”
Fuori, nel viale principale, sotto i neon che si riflettevano nelle vetrine dei locali come in una qualsiasi città, Post si calmò. Spiegando a Cluster quel che era successo, si limitò a parlare di “disagio” e di “divergenze d’opinione”. La buttò in filosofia: “Devo abituarmi alle vostre regole.”
“Già.”
“Nel mondo umano c’è una voce e c’è una firma. Qui invece funziona come per i vasi comunicanti o per la capillarità.”
“M-mh, complicata,” alzò le spalle Cluster.
“Come una spugna che si imbeve. Come una terra che si impregna. Non è un mondo adatto a un autore. E’ di qui, casa tua?”
Cluster colse la breve trepidazione della voce nella domanda, e non rispose. Chiese, invece: “Che cos’è un autore?”
“Io sono un autore. Un’autrice. Una che parte dalle Cine e dalle teodicee, e arriva alle cicale. Capisci?”
“Impressionante,” commentò Cluster.
“E’ il mio lavoro. Scrivo. Qui non avete autori?”
Lui le rispose dopo qualche secondo: “Qui le chiacchiere girano,” e non aggiunse altro, mentre Post lo seguiva impensierita.
Camminarono ancora per la città, fino a un complesso di appartamenti fronte mare, e finalmente raggiunsero la casa. Cluster fece strada su per una scala a chiocciola. Una Creature di luce li sorvolò uscendo velocemente, e Post fu certa che si affrettasse verso un altro raduno, da qualche parte.
Entrarono in una stanza piccola, con le reti delle pareti dipinte di bianco, arredata appena. Era un posto strano, che sembrava tenuto vuoto con accuratezza: non modesto, non frugale, soltanto vuoto. Pochissimi gli effetti personali, fatta eccezione per due generi di oggetti: le fotografie incorniciate, e il materiale scritto, dai fogli sparsi ai libri, relegato in una libreria. Per un momento, Post ebbe il dubbio che nella città di luce fosse proibito conservare proprietà personali, come in certi monasteri. Notò che mancava l’humus di masserizie, di oggetti accantonati per l’uso futuro o dimenticati dopo il disuso, di ricambi, che costituisce in qualsiasi casa il sottotesto di una stanza. Ma notò anche che per quanto poco apparisse vissuta quella casa, per quanto poco parlasse, per quanto fosse un semplice implicito di casa, o forse proprio per questo, ugualmente aveva sul comportamento di Cluster un effetto evidente: superata la soglia, e spostate le due sole sedie intorno al tavolo, l’uomo-Creatura aveva cambiato umore; era diventato del tutto silenzioso, più sorridente, ma meno affabile. I suoi gesti si chiudevano in movimenti asciutti, brevi. Ed era tra sé e sé che sorrideva, o forse alle fotografie appese, o perfino al tavolo, alla pianta, oppure al letto dietro la libreria, non a Post. E Post si chiese se seguirlo a casa fosse stata una buona idea, dopotutto: si accomodò su una sedia, ma rimase tesa, attenta, anche lei in silenzio ad ascoltare il brusìo - certo doveva essere solo un’impressione di brusìo -, la vibrazione di intese tra Cluster e il suo mondo. Li guardò, osservò le loro corrispondenze.
Al centro del tavolo c’era la piantina verde. Lucidata, senza una sola foglia secca, in una fioriera minuscola da cui la terra coperta di muschio verde sporgeva a colma, come se le radici avessero tentato più volte di liberarsi. Cluster seguitava a lanciare rapide occhiate alla pianta. La toccò, anche, due volte, facendola ruotare appena nella luce. Oltre alla piantina verde, sul tavolo era posato un vasetto di vetro. Pulitissimo, trasparente e vuoto. Una penna. Un paio di occhiali con la montatura rossa. Là un vassoio con una lampada. Niente cui davvero far caso, per la verità, se solo sulla libreria, o sulla parte di libreria che fungeva da comodino accanto al letto, o per terra, o sulla cassettiera, ci fossero stati anche un paio di chiavi, un pacchetto di fazzolettini di carta, un auricolare per lo stereo, un flaconcino di profumo per la casa o qualche foglietto giallo per gli appunti con i bordi arricciolati. Invece non c’era niente, niente ovunque. Perfino nel bagno, dalla porta aperta sullo sfondo, Post vide solo due calzini lunghi appesi a una sbarra di metallo vicino alla vasca da bagno. Distanti, le forme dei piedi l’una rivolta verso l’altra.
Tornò a guardare Cluster.
“Questo bonsai,” gli domandò, in tono casuale, di conversazione, indicando la pianta, “ha una storia?”
“Ha una storia? L’autrice. M-mm, no. Mi piace, al momento. Anche tu,” rispose Cluster. E mentre Post gli sorrideva, lui si alzò, spense la lampada e si diresse verso la camera da letto, al buio.
Beh...
Post poteva muoversi, seguirlo. Restare seduta, aspettare. Andarsene, volare a una delle feste sul conflitto di civiltà. Pensare... non si pensa in certi momenti. Si sente. E sentire... Sentire, Post non sapeva sentire. Più. E sentire, in quel Paese in cui le Creature di luce si nutrivano dei sentimenti umani, significava soffrire, in ogni caso. Rimase per un attimo di troppo a fissare i profili degli oggetti, nella luce che filtrava attraverso le finestre e le reti. Quegli oggetti non erano i compagni di vita di Cluster, i suoi funzionali, i suoi strumenti. Stavano lì, uno alla volta, con il suo sguardo puntato addosso, per un altro motivo.
“Lei era un ostaggio,” disse Cluster nel buio, dalla camera da letto.
Post si voltò. “Eh?”
“Lui era altrove,” continuò l’uomo-Creatura, “nonostante la coerenza vitale del suo corpo. Interi apparati erano dislocati lontano da lui. Il cuore. Il sangue. I suoi sogni, se esistevano, non erano lì. Lei annaspava nel vuoto.”
“Di che cosa stai parlando?” trattenne il fiato Post, “E’... è qualcosa che dovrei aver letto?”
“Lei invece era lì, tutta, un essere completo. Vivo. Vero. Foglie, radici, fusto, e il mucchietto di terra che la nutriva.”
“Ah, la piantina. Bella, questa... poesia, l’hai scritta tu?” gli chiese, riprendendo fiato. Ma il respiro le si fermava in gola.
Cluster rise. “La sto scrivendo adesso. Lei respirava, lì. E l’aria cominciava a mancarle. La terra si seccava, di minuto in minuto, tra le sue dita. Lui non tornava. Il nutrimento si esauriva a poco a poco.”
“D’accordo. E...” Post doveva solo decidere. Andare. O restare.
“E..." finì Cluster, "E non c’erano patti per gli ostaggi.”
Post si alzò.
(di Ida Bozzi)
(pubblicato il 29 marzo 2008)
