- dal 2005 -
ix.
"Qualcuno qui dovrebbe ripensare alla storia del suo teschio," inizio, come parlando alla matita, "o sbaglio?"
Grazer si raddrizza. "Conosce la storia del mio teschio?"
"Se vuole gliela racconto. Come vorrei, come vorrei," continuo, "raccontare una lunga triste storia che non fosse la mia. Ma è la mia, è sempre la mia."
Grazer protesta. Questa volta non è la mia storia, lui può giurarci. Lo fermo. Tutti quanti vengono qui a giurare sulla mia scrivania che io non so niente della loro storia, che non c'ero, che non ero nemmeno nata. E io devo mettere un guardiano, davanti al mio telefono, perché invece la mia storia continua, e continua, e a ogni parola continua a fare male. Continua a fare male passando dalle periferie uditive, dai margini visivi, dai ritagli di pensieri ripiegati. Ha la vita infinita di una bambola che per un certo periodo della nostra esistenza sembra respirare, quasi ci imita, poi si ferma, poi s'impolvera, poi riapre gli occhi, poi è di nuovo tra le mani di bambini veri, poi di nuovo invecchia, poi di nuovo si impolvera, mentre non ha mai smesso un giorno di avvertirci, o di rinfacciare, di quale cosa è l'imitazione.
La mia storia ha la vita infinita di una bambola che guarda sghignazzando la sua nuova padrona bambina.
x.
"Da dove si comincia, per raccontare la storia di un teschio, vediamo," inizio, alzandomi e affacciandomi alla finestra. E' il venti di novembre, sono le tre del pomeriggio, il sole mellifluo della giornata invernale è già basso dietro le case. Farà buio presto. A migliaia sospirano dietro i vetri. A centinaia sbucciano mandarini per merenda aspettando il treno in metropolitana. Una donna superba, con le scarpe nuove, si atteggia di profilo davanti a una vetrina illuminata, provando in tralice il proprio effetto su ammiratori estranei. Decine di madri si introducono in camerette puzzolenti, kitsch, morbosamente intime, cercando i figli con uno sguardo d'ansia. L'oscurità e la nebbia, come cattive compagnie o pattuglie della stradale, aspettano i loro ragazzi dietro gli angoli, e il futuro vibra dentro le luci delle lampadine già accese sui comodini. Le lanterne dei negozi cinesi, luci nel buio, si conquistano immaginari di gruppo come fari stroboscopici nella Bassa, o capanni di paglia sulla riviera versiliana, o distributori di benzina illuminati, di passaggio, in viaggi di passeggeri pensierosi. E' possibile che centinaia di migliaia di persone stiano vivendo un momento cruciale nella loro vita, mentre camion di ossa di maiali macellati vengono gettati nella fossa dei liquami di un'industria alimentare ai margini della pianura, durante il secondo turno di lavoro della giornata.
Sospiro. Sotto la finestra, una figura intabarrata alza gli occhi verso di me.
"C'era una volta," inizio di nuovo, "una ragazza troppo giovane per la sua età."
