- dal 2005, se è esistito -
rigenerazione
15 novembre, 2010. Nemmeno a me piace la luce fredda, apri le finestre Ida, il sole, il sole!
Prima avevamo il mondo, ti ricordi di quando siamo quasi morti sotto quel crollo di neve, papà? Io e te, tutti felici poi di esserci salvati, tu un po' meno felice, e io che saltavo!
Papà.
Sento adesso la tua mancanza, papà, è questa la mancanza che sentirò per sempre. Io sto vicino alla mamma, sapendo che lei è fragile, fragile, come mi facevi capire tu solo con un'occhiata sopra le sue spalle, occhiata di fuoco, di fulmine, non si tratta così la mamma che è fragile, e siamo noi che la proteggiamo. Casa nostra era tutto un incrocio di queste fragilità, la mamma con te su mio fratello, la mamma su te, voi due ne sono sicura su me.
Il mondo ha cominciato a diventare piccolo, prima il quartiere, poi quando le gambe non ti hanno retto più solo la casa, poi piano piano solo la stanza della musica e la camera, poi soltanto il letto, infine del letto solo l'arco strettissimo di un gomito e di una guancia, e alla fine solo gli occhi, azzurro blu come scolpiti, felici sempre, sorridenti sempre, tanto che i giorni della tua morte, papà, sono stati i soli giorni in cui ho capito che cos'è la vita, e dov'è, e dove la si cerca e le si sorride, e come si ama nel semplice colore del sole tutta la vita, anche quella che non c'è più, anche quella che non verrà, che si è sognata.
Papà, papà. Come farà il mondo senza di noi? Come farà senza il medico e il mago, che buffi due che eravamo, con il nostro dire, sempre, coraggio, a tutti, e tutti a stare zitti davanti a noi e a sbertucciarci alle spalle. Ma noi guarivamo, vero pa'? Tu guarivi con tutti gli alambicchi e le medicine, e con quella specie di sferzata di orgoglio che davi ai malati, che uscivano dal tuo studio come in una fanfara, soldati di una guerra, e quante vite hai allungato. E io guarivo toccando con un dito, che bella storia sarebbe questa da raccontare. La bambina che si credeva un mago e piano piano lo è diventato, e ora quando toglie il dito guarda la gente soffrire, e punta i piedi capricciosa, no! non guarisco più nessuno. Papà. La dottoressa che ti aveva in cura aveva abbandonato tutte le speranze, e l'ultimo anno è stato un anno regalato, fatato, magico, pieno di fiori e di pasticcini, e loro sono sicuro non hanno mai capito come facevamo, quando tornavi a casa dagli esami, sempre nefasti, sempre negativi, a dire: "Beh!". E a occuparci della nostra vita invece che della morte. Due giorni prima che morissi, eravamo lì come degli stupidi a dire: "Beh!". Nessuno sa cos'è questo nostro "Beh". Io lo so: aveva smesso da poco di piovere, tu stavi morendo proprio e lo capivi, da medico, come lo capivo io, da mago, e ancora una volta ci siamo detti "beh", "beh, non mi piace questa brutta luce, voglio vedere il sole, voglio vedere i fiori della mamma, come sono stamattina nel sole". Abbiamo spalancato le finestre, tu con un dito, io aprendo i vetri e le tende, e sono entrate le Dolomiti, l'aurora boreale, i nostri mari, i nostri fiumi, e noi eravamo allegri al punto che siamo riusciti a contagiare la mamma, che anche lei, che vede i drammi dappertutto, rideva.
Noi siamo pazzi papà. Un giorno magari ti racconto come sei morto, perché secondo me, da come ridi, non lo sai ancora.
