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<settimo episodio>

- dal 2005, se è esistito -

 

SETTE MODERNISTE

Settimo episodio: Le Metamorfosi

 

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Ero l’oracolo di Delfi già da molti e molti anni, quando divenni immortale. Aprivo gli occhi davanti alle pareti del tempio, e le pareti si aprivano davanti ai miei occhi. Molti invidiavano il mio dono, ma io non l’amavo. E mi annoiavano tanto, i destini degli uomini, che nell’aria lattea in cui volavano i sette cigni di Apollo, io piegavo la testa, e fingevo di ascoltare. Gli dei camminavano sulla sabbia dei miraggi, e io che dovevo seguirli mi occupavo del caldo, sbuffando come un vecchio cane. Di quei granelli luccicanti che si voltavano a mostrarmi, non ricordo nemmeno che cosa ho fatto.

Quand’ero ancora mortale, vivevo tra i potenti, più potente di loro. I re, trasportati sui loro troni d’oro. Le donne più influenti e le più ricche, che si distinguevano per la compostezza dello sguardo con cui accettavano la sorte dei loro desideri. Mi offrivano gioielli, terre e corone, perché salvassi i loro figli dalle torbide acque acherontee, in cui, si dice, perfino Narciso potè perdere il suo amore. Io ero la Pizia, conoscevo il destino dell’ultimo cipresso piantato sulla soglia, sapevo quando sarebbe crollato il tetto del tempio dedicato a Diana, sentivo il freddo siderale intorno a una lontana stella morente: di notte, sopra i mantelli arrotolati delle infinite processioni di mortali all’ingresso del tempio, pensavo al mio e al loro potere con un sorriso.

Un pomeriggio, mentre rispondevo a una domanda di Serse il persiano sul destino del suo impero, e sceglievo tra i granelli di sabbia i due o tre che avrei potuto mostrargli, scartando quelli che non avrebbe compreso, come la faccenda delle due torri e dell’11 settembre, notai nel folto della folla un Fauno che mi guardava con gli occhi astuti, obliqui, così veloci che non lasciavano il tempo di distinguerne il colore.

Ero abituata ai Fauni. Ci sono boschi sacri, intorno alla collina del tempio. Popolati di Ninfe, di fonti soprannaturali, di spiriti delle rocce e degli alberi, di venti imprigionati tra i rami, di animali magici dai richiami petulanti. Nei primi tempi del mio incarico di Pizia, avevo creduto opportuno intrecciare rapporti di buon vicinato con le creature che abitavano in quei boschi. Sedevo sulla riva dei torrenti e annuivo mentre una Ninfa esile, con i capelli intrecciati di bocche di leone, mi raccontava la storia sempre uguale di un dio potentissimo e maleducato di cui sentiva la mancanza. Con gli anni, fatta salva qualche visita di cortesia ai tramutati cespugli o alle acque cangianti che ricordavano il mio nome, mi ero stancata di quelle conoscenze inconsistenti. Ninfe e Satiri – ma preferivo il nome latino, ancora di là da venire, di Fauni - scendevano di notte fino al santuario, quasi innocui, e io li lasciavo scorrazzare tra le folle dei dormienti, fingendo di non accorgermi di niente. Toccavano i monili, appoggiavano le orecchie ai petti dei supplici, sceglievano qualche volta un mortale di cui innamorarsi o lasciavano corone di fiori al posto di ciotole votive che rubavano e perdevano quasi subito nel bosco.

Così, non feci gran caso ai movimenti furtivi del Fauno: ma mi scoprii a sperare che si tenesse alla larga dalle offerte votive e dai preziosi leopardi che l’imperatore persiano aveva donato al tempio. Temevo che le belve feroci l’avrebbero sbranato.

Non erano i leopardi, però, ad attirare il Fauno. Il giorno successivo, invisibile agli altri mortali, il Silenio si fece più sfacciato e mi si sedette accanto, con le zampette di capra accavallate e le braccia incrociate sul petto. Rimase tutto il giorno affacciato alla roccia dei responsi, spiando le pietruzze che distribuivo sull'altare e quelle che ributtavo, non vista, nel sacco alle mie spalle. Provai a dirgli, nel suo stesso linguaggio di smorfie e di occhiate, che non gradivo compagnia. Mi ignorò, salvo ritirarsi di un passo indietro sulle zampe villose, e seguitò a sbirciare i granelli di sabbia. Aveva un’espressione così bizzarra, con il collo allungato per osservare meglio, che lo lasciai guardare. Era più bello degli altri Fauni, con la pelle più fine.

Tornò tutti i giorni. Si accoccolava là, ascoltava le domande dei mortali, mi guardava con quegli occhietti sfuggenti, ma non appena cominciavo a rispondere iniziava un ridacchiare continuo come il frinire di una cicala. Quando coprivo alcuni segni e simboli che i postulanti non dovevano conoscere, tratteneva una risata più forte. La sera, mentre contavo le offerte lasciate alla base del masso, la sua espressione beffarda aleggiava a lungo sulla parete dell’antro, anche durante la notte. Quando cominciai a trovare tra i doni statuette priapesche e flauti di canne, li riconobbi come oggetti panici, e pensai di restituirli al Silenio. Ma non ebbi la forza di separarmene. Li osservavo sorridendo, e li nascondevo sotto i mucchi dei doni più preziosi. 

Provai a mandarlo via. Lui fuggiva dietro le file dei supplici sollevando polvere e agitando i lembi delle vesti. Ma appena ricominciavo a oracolare, eccolo di nuovo lì raggomitolato sui suoi zoccoli, con il mento barbuto appoggiato alle ginocchia e con quell’infinita varietà di smorfie. E quella risata. Non avevo mai fatto gran caso ai miei responsi, che sapevo esatti. Ma il Fauno rideva, e sebbene i mortali non potessero sentirlo, la sua risata disturbava me. I Fauni e le Ninfe, pur se disinteressati ai destini degli uomini, erano dotati come tutte le creature silvane del dono della preveggenza: un Fauno che rideva dei miei responsi, mi coprisse pure di doni, m’indispettiva.

Ma m’indispettiva ancora di più la sua assenza. Se il Fauno tardava, cominciavo ad agitarmi. Non mi concentravo. Rimandavo indietro intere processioni di supplici. Più volte i sacerdoti dovettero placare i regnanti offesi dal mio silenzio, squartando per loro i visceri di dozzine di galline, tanto che per settimane si mangiò pollame, nei banchetti di Delfi, e sopra il santuario aleggiò a lungo un sentore di selvatico. Poi il Fauno arrivava e io riprendevo a parlare. Le mie sentenze, dicevano gli indovini al seguito degli imperatori, erano diventate più favorevoli, da qualche tempo in avanti. Più benigne. Le figlie dei re colpevoli di ubris si sottoponevano più volentieri al mio responso, avendo notato che raramente, ormai, comminavo loro pene dolorose come l’essere incatenate a montagne impervie o a scogli desolati.

Avevo cominciato a prestare più attenzione al significato dei miei oracoli, quest’era vero. Ma era anche vero che avevo imparato a modularli, se così si può dire, sulla risata del Satiro visitatore. Se rideva troppo, mi correggevo. Se smetteva di ridere, insistevo in quella nuova direzione. Mi accorgevo di ottenere più di frequente il suo silenzio, ora, quasi la sua attenzione; ma forse un oracolo così serio lo annoiava. Infatti notai che il Fauno si tratteneva sempre meno a lungo tra le pareti multicolori del tempio. Mentre io sbrigavo in tutta fretta i due o tre supplici della giornata, certo, egli seguiva attentissimo le fasi augurali, puntando gli occhi così fissamente che sembrava stesse prendendo la mira; ma non appena le cerimonie terminavano, e io gli offrivo focacce e fiori, nel tentativo di avviare una conversazione, lui osservava per qualche minuto la pietra vuota dei responsi, per poi scomparire all’improvviso, veloce e silenzioso com’era arrivato.

Ero confusa. Volevo trattenerlo, ma mi pareva che ogni tentativo fosse inutile. Di notte, osservando i mantelli dei dormienti fuori dal santuario, non sorridevo più: frugavo tra i misteri addormentati, cercando quelli che avrebbero portato più lustro al tempio, e più divertimento al Fauno. Ma non ne trovavo uno: non c’erano Ifigenie, non c’erano Ippoliti, nessun Edipo. Né Amleti, per la verità, o Giuliette e Romei, nemmeno nella versione arboricola di Piramo e Tisbe. Frugavo tra i granelli divini, ma non trovavo nulla: giunsi fino alla fine dei giorni, e piansi vedendo Delfi ridotta a una collina grigia, con un prefabbricato e un distributore di bibite all’ingresso. Il distributore, abusivo. Vidi troppo oltre per un essere umano, e soffrii oltre ancora. E niente di ciò che vedevo sarebbe valso qualcosa più che la risata di un Fauno.

Finché un mattino, issato su un carro d’oro, tornò Serse. Il Satiro si annoiava da forse una mezz’ora, acciambellato accanto al masso, già pronto a ritirarsi. Accolsi in fretta l’imperatore persiano nel tempio, allontanai la coppia di regnanti tessali che chiedeva indicazioni sulla sorte di non so quale prole in guerra, mi issai sul trono oracolare e aprii gli occhi, piena di speranza. “Diecimila navi tingeranno il mare di rosso”, lessi, sulla parete del destino. Significava indiscutibilmente che il re avrebbe perso nel sangue diecimila navi. Ecco una notizia importante! Ma voltai appena lo sguardo, e vidi che il Fauno ridacchiava. Eh no, accidenti! Guardai di nuovo nel fondo del destino. “Diecimila navi tingeranno il mare di rosso”. Controllai l’oracolo in lungo e in largo. Vidi il mare e una battaglia. Vidi naufraghi che nuotavano e si issavano su altre navi, forse su un ponte di navi. Mi insospettii. Allora sottoposi a un esame più attento i centomila destini imbarcati sulle navi, notando che non apparivano spezzati, se non in minima parte. Il Fauno mi si fece più vicino. Serse sollecitava i traduttori. Non sapevo che fare.

Così mi chiusi nel profondo del cuore, ed evocai Apollo in persona. 

Quando riaprii gli occhi, potei dire a Serse, re dei Persiani, che quel rosso non significava sangue, ma porpora; gli profetizzai che avrebbe diviso la sua flotta con un potente alleato, forse Cartagine, le cui navi montavano appunto vele color porpora. Serse rispose, risoluto, che il mio oracolo non aveva senso, che nessuna donna poteva essere un simurgh, e se ne andò. Alzai lo sguardo e vidi che anche il Fauno se n’era andato. Quando era successo? Mentre chiedevo consiglio al più saggio degli dei? O mentre ritornavo, mentre spiegavo al noioso persiano il destino delle sue navi maledette? Era stato troppo lungo, il tempo dell’assenza? O troppo serio il responso? Mentre mi affannavo, Tiresia venne furibondo a rimproverarmi di non aver avvertito i sacerdoti della nuova politica di alleanze dei persiani. Quasi non prestai attenzione ai fulmini del suo sguardo bianco, contenta solo che non vedesse che piangevo.

Corsi al bosco, cercai dappertutto,e infine intravidi il Fauno in una radura, mentre giocava a mosca cieca insieme ad alcune Ninfe. Lo chiamai, si voltò. Non finse di non riconoscermi, ma davvero non mi riconobbe. E nemmeno io riconobbi lui. Mi venne incontro, con tutta la cortesia possibile, a chiedermi in quale modo le creature del bosco potessero aiutarmi. Indietreggiai. Era la stessa persona, certo, ma lo sguardo mi era estraneo, la voce sconosciuta, nuovissima la piega delle labbra, insolita la gentilezza, e perfino la risata, che riprese a echeggiare appena lo lasciai al gioco. Le Ninfe lo bendarono e si tuffarono insieme a lui nel fiume, nel quale seguitarono a giocare tra alte grida. Non bastarono i cuscini e i guanciali a tenere lontane quelle grida dalla mia stanza, per tutta la notte. Così corsi al tempio, sprangai le porte e mi gettai sulle spade.

“Non lascerai solo il tuo dio,” sentii, dal fondo del tempio, invece della trafittura mortale. Mi voltai, ferita, sanguinante, ma viva, e vidi Febo Apollo in persona seduto vicino all’altare, in un angolo poco illuminato. L’avrei scambiato per uno dei tanti guerrieri stanchi e feriti che passavano per il santuario chiedendo notizie dei loro cari, se non avesse rivolto a me lo sguardo color d’argento che io ben conoscevo.

Subito mi sforzai di sorridergli, gettai incenso sui bracieri e gli mostrai le immense ricchezze e le offerte che giungevano dalle città greche, per il felice oracolo che aveva svelato il tradimento persiano. Speravo di convincerlo in questo modo ad andarsene, lasciandomi al mio destino, che io vedevo segnato - fino a un attimo prima. Ma quando tornai a guardarlo negli occhi, vidi che le scintille d’argento del suo sguardo si erano moltiplicate, e scendevano a due a due lungo le guance. Il grande Apollo piangeva. Sedetti ai suoi piedi, non sapendo che fare e non osando guardare nel mio destino per scoprirlo. Alla fine il grande arciere parlò.

Mi disse che un dio potente lo aveva a lungo sfidato a duello, insistente l’aveva atteso nella sua città, insoddisfatto l’aveva braccato presso il suo stesso oracolo, fin nel suo tempio, fin sull’altare, e che proprio lassù era riuscito alla fine a colpirlo a tradimento. Questo dio era il figlio di una divinità padrona degli uomini e degli animali, una delle sue sorelle olimpie, e l’aveva colpito sorprendendolo durante un vaticinio.

“Qui a Delfi,” rispose.

“Qui a Delfi?” gli domandai.

Prevenne ogni mia domanda, il dio dell’oscura profezia. Rispose che sì, lui, Febo Apollo, l’arciere d’argento, conosciuto nel cosmo per la sua mira infallibile, era stato superato nell’arte da un dio ragazzo, e che ciò era stato possibile per via di un sotterfugio, di un miserabile travestimento.

Rispose che sì, per l’effetto della ferita, ora il grande dio della saggezza si ritrovava a notte fonda a vaneggiare, perdeva sangue, abbracciava in lacrime una pianta odorosa,  che era stata una bellissima Ninfa, per la quale era cieco d’amore. Rispose che sì, chi aveva fatto entrare il traditore Eros nel tempio era già stato punito e ammalato di quello stesso male, l’amore.

Disse che Eros, nella pelle di un Fauno, aveva potuto colpire lui, poiché aveva colpito me. E che ora entrambi eravamo pazzi fin nel profondo del cuore.

Mi ritirai qualche passo nell’ombra, e il dio della poesia si alzò. Rispose che sì, certo, tra i mortali quella punizione da sola avrebbe colmato la misura, placato ogni ira, sciolto ogni laccio di vendetta.

Ma nemmeno l’amore, se è infelice, rende simili tra loro un celeste immortale e un mortale terrestre: poiché l’uno esaurisce il fiore del suo pianto in un unico giorno, e l’altro arrampica l’albero del proprio dolore fino alla fine dei tempi. Che lo seguissi, dunque, nel cammino che non conosce fine: era la sua punizione.

Fu così che diventai immortale. Mentre Apollo parlava, le sue lacrime tinsero il mio vestito di una luce d’argento. Io sentii sciogliersi le membra lungo il corpo, sentii più fresca l’aria e più potente il vento, e mi trasformai in ciò che sono anche ora.

Il vostro foglio bianco. 

 

 

Hard

I piatti erano vuoti. Hard offrì un ultimo bicchiere di vino, e quando l’altro rifiutò, si lasciò sfuggire un lamento.

“Lei è tutto,” riprese. L’altro guardava le fotografie di vecchie glorie televisive appese alle pareti del ristorante. “è bellissima, è meravigliosa.”

“Oh guarda, le Kessler,” indicò l’altro, puntando una vecchia foto in bianco e nero. Il cameriere, che doveva essere il fratello o il cognato del titolare, sorrise passando lì vicino con un vassoio di linguine. Fece segno con una mano al cielo. L’amico rise. Hard non aveva seguito il dialogo muto tra i due, e guardò inebetito nella direzione indicata dal cameriere, attraverso la grata, sopra la porta del ristorante, verso la luce ocra che fiammeggiava intorno a Castel Sant’Angelo.

“Lei non avrà mai fine,” concluse Hard, staccandosi a fatica dall’angelo. “E’ il suono di fondo della mia vita.”

“E quindi? Meglio così, no?”

Hard provò a continuare, ma l’altro aveva intercettato di nuovo il cameriere. Gli chiedeva una porzione di linguine al cartoccio – “famo due?”, “no una, una, per sporcarsi la bocca”, “ce so’ pure i datteri”, “allora due - so’ illegali, ‘ndo li magni più?” – e si complimentava per la qualità delle fotografie. Tutte de fotografi famosi, pure de Molas, Muras, quello.

“Lei è tutto,” seguitò Hard, tuttavia parve che parlasse di Alice Kessler. Il cameriere s’era commosso per la doppia linguina, e aveva portato un album di fotografie, bisunto, dal quale saltavano fuori altre Kessler, Rascel, Manfredi, la Osiris, perfino la Callas con Di Stefano. Da un tavolo vicino, due puntarelle coi carciofi si fecero avanti per vedere meglio, chiesero chi era quello, Cannavaro? Allora il cameriere fece “Ah ‘mbè!” e se ne andò e tornò con un altro album di foto, più sottile, ugualmente bisunto. Lì c’erano calciatori, vallette, molti politici. Poi arrivarono le linguine. Hard scostò la faccia per non essere investito dalla nuvola di vapore ai frutti di mare, e si ritrovò a fissare di nuovo Castel Sant’Angelo. Non era mai stato così solo al mondo da quando amava lei. 

Dogma

Quando accompagnava Klaz, camminando vicino alla carrozzella spinta dalla badante, non smetteva mai di parlare. Raccontava tutte le novità lette sulle riviste, commentava qualche libro che le era piaciuto, spiegava un passaggio di trama in un racconto che aveva pubblicato.

Tutti, anche gli uffici stampa e i giornalisti, conoscevano le regole da seguire, con lei. “Deve lasciarle un messaggio in segreteria. In genere, prima di sera, lei richiama”. Così c’erano due, tre ore nella giornata, in cui non faceva altro che parlare. Iniziava con un amico, un’amica, cui faceva seguire a ruota tutti i giornalisti o gli impiegati degli editori, cui faceva seguire Klaz, se era una di quelle sere in cui aveva in programma di accompagnarlo al cinema o a cena, o se veniva a trovarli un altro del vecchio gruppo, spesso Hard. Poi, smetteva.

Tutti i suoi telefoni rispondevano con un unico messaggio: “Sarete richiamati”. Nessuno aveva mai insistito tanto da ottenere una conversazione diretta, o tanto da essere richiamato subito. Nessuno si era mai precipitato da lei quando la promessa di richiamare non era stata mantenuta.

Forse anche per questo motivo, il resto della sua giornata era un mistero calato nel profondo delle segreterie telefoniche, sul cui sfondo sonoro si udiva la porta di un frigorifero che si chiudeva, e l’abbaiare di un cane lontano, forse in strada.

 

ModeRN

Paese – molto grazioso, di cui non conosceva il nome. Casa – bellissima, pressoché disabitata.

La vita aveva linee precise, definite, stava in una scatola lì accanto, i “materiali letterari” di cui ModeRN si occupava con puntiglio e perfino, in qualche giorno particolarmente luminoso, con energia. Per lo più, tuttavia, con la mano su una pagina e gli occhi fissi, non si muoveva per ore.

Al mattino, qualcuno veniva ad aprire le finestre, a far entrare l’aria. Lui era seduto sulla sua sedia davanti alla scrivania, e la luce del sole gli si allargava sulla faccia. Poi, di sera, qualcuno chiudeva le imposte e la sua faccia finiva in ombra.

A volte chiedeva un caffè. Un pasto più leggero per cena. O che non si  preparasse nulla, perché usciva con certi amici artisti. Ma non esprimeva volentieri i propri desideri, fossero anche i più insignificanti. Lo indispettiva per esempio rimanere senza le sigarette, che doveva procurarsi nel paese vicino. I paesani gli si rivolgevano con estrema deferenza, lo chiamavano signore, professore, parlavano di lui come di uno studioso, attribuivano l’ombra sulla sua fronte a pensieri profondi sulla vita e sulla morte. Doveva schermirsi, ritirando la stecca di sigarette dal banco del tabaccaio, da tutte le loro domande.

Aveva fatto abbattere gli alberi del giardino, prima dell’estate, lasciando soltanto i tre fichi che erano cresciuti in modo sgraziato lungo lo steccato. I fichi erano alberi di rapina, così li considerava. Perfidi, parassitari. Si era adoperato personalmente perché venisse abbattuto in particolare il querciolo. Sebbene avesse sempre trovato una complicità nodosa, bruta, nei contadini che svolgevano per lui i lavori pesanti, questa volta aveva sentito addosso qualche sguardo perplesso, disobbediente. “E’ un bell’albero,” gli avevano detto. Non si opponevano, con le seghe a nastro già tra le braccia, ma sembravano esitare. Giravano intorno al tronco, segando qualche cespuglio di liquidamber nei pressi, ammucchiando i rami. Lui era rimasto nel giardino, seduto, con il suo viso scuro di uomo che sembrava pensare ai destini del genere umano, finché una farfalla non era venuta a dargli noia. Allora s’era alzato, aveva raccolto un’ascia dal mucchio degli attrezzi sul camioncino dei contadini, e aveva dato i primi colpi al tronco del querciolo.

L’ultima frase che aveva rivolto a lei era stata gentile. Se ne rammaricava ancora, contando i ceppi da ardere nella rimessa dietro la casa. Una volta uno dei fattori aveva cercato di convincerlo a mandare un carico di legna sull’altopiano, dove si stava preparando il carbone per l’inverno, spiegandogli che la gente delle case intorno avrebbe portato dolci, vino, per propiziare l’annata; ModeRN aveva riso.

Quando al mattino qualcuno apriva le imposte e faceva entrare la luce, non vedeva l’ora di rimanere di nuovo solo, e allora, se era una buona giornata, si addormentava.

 

Ichi

Ichi guarda il pavimento dell’immenso salone. Lungo il polso di marmo scorrono vene nere, profonde, che si perdono in fiumi laterali più fragili, affioranti.

Non riesce ad ascoltare tutte le parole della guida specializzata, che d’altronde non ha pagato, lo sovrastano, lo satollano, e si allontana dalla comitiva di turisti cui ha tentato di accompagnarsi. Ma no, ma no, non è una separazione, la sua. E’ ancora spinto dallo stesso misterioso desiderio di partecipare e sorridere,  imitazione credibile di un entusiasmo giapponese, tedesco della Bassa Sassonia, americano con la borsa a tracolla, con i sandali, con i pantaloni stropicciati dai sedili dei treni.  Ancora si accosta alle traiettorie delle macchine fotografiche, vorrebbe quasi convincere i due coreani che fotografano una finestra bordata d’oro a spostarsi nella Sala delle Carte Geografiche, che assapora prima di loro e per loro, ed è con le vertebre di Hans e Nora, i due tedeschi incontrati all’ingresso, che piega il collo per  guardare fino al soffitto la parete di marmo rosso con le venature bianche su cui si innestano capitelli color avorio, stucchi, gli angeli d’oro di un soffitto.

“Raffaello,” says the guide.

Ichi ride alla parola “Raffaello”.

Quando il mondo diventa troppo potente per una sola mente, la mente può vacillare. Il cuore si svuota, una potenza selvaggia e indifferente lo prosciuga e lo sorbisce come il cadavere di una preda, e questa potenza dalla superficie piatta, rigida, fredda, che ha vinto, può distruggere. E forse, in qualche modo, distrugge. Offre la scelta: odia, fuggi come un dannato, come un reietto, la compagnia dei felici, di coloro che hanno, ritirati a rosicchiare le tue ossa o a guardarle come se fossero estranee, ripiegate, inerti. Oppure muori.

“Raffaello,” says the guide, again.

Questa signorina piccola, con il caschetto di capelli biondicci, la cravatta rossa sulla camicia bianca sotto la giacca grigia, e i denti rovinati, e un brutto anellino al dito, che indica la Scuola di Atene nello stanzino altissimo, sbieco e stretto, è Dio.

La potenza ti ha detto: odia, o muori. Ma tu, buccia spremuta, ti sei risvegliato sputato fuori dalla bestia, e non sai nemmeno com’è successo.

Sei stato forse molto fortunato.

C’è una cosa alla quale pensi spesso, da qualche tempo a questa parte. Ed è che un giorno, quando sei nato, hai trovato qualcuno che ti ha spiegato chi eri. Il vicino di banco che ti ha rubato la merenda, l’amore sciolto, o un ladro che ti ha lasciato mezzo morto per strada, o la persona che ti ha ceduto il posto in autobus, o chi ti ha baciato. Qualcuno che te lo ha inculcato o che ti ci ha legato mani e piedi. A rinforzarli, oppure a scioglierli, quei legacci, quanto tempo hai impiegato. Quanta forza hai speso, quanti dei tuoi giorni hai passato. Più volte, un’infinità di volte. Hai schivato i colpi più duri, se hai potuto gridare per i colpi meno duri. Hai colpito a tua volta oppure no. Hai colpito scappando, hai colpito picchiando.  Chi fossi, che cosa fossi mai all’inizio, e perché dovesse essere così faticoso esserlo, e chi volevano che fossi, e chi sei diventato ora, e che cosa intendevi diventare, e che cosa avresti dovuto diventare, e chi hai finto di essere, e chi hai creduto di essere, e chi sei stato, e chi sei, è ciò che sei.

Chi ti ha spiegato chi sei, te compreso, lo ha fatto lasciandoti abbastanza vivo da respirare. Questo pensi.

Ma Dio sta mostrando Raffaello sulla parete sinistra dello studio.

“Look at the tiny parts,” sta spiegando la guida.

E’ passato il tempo in cui non riuscivi a vederli, i particolari. In cui la folla ti confondeva, le facce ti passavano davanti senza fermarsi. La loro neutralità è stata un tuo inganno.

L’estraneità, è un elemento della spiegazione. Il vuoto, è un elemento della composizione. Il male, è uno dei pilastri, l’altro è il bene, e dei dieci altri non conosci nemmeno il nome. Osserva l’errore dipinto. Guarda la piccola martire nell’angolo aureo del quadro.  Lei ti sta guardando. Impara a esaminare ciò che manca. Pittura su un muro: non è viva. E’ una martire: qualcuno la uccise. Probabilmente, fu infelice. Ti sta guardando: e nell’agorà della filosofia, è Rappresentazione della Somma delle Mancanze.

Perché diavolo ti stupisci della complessità della rappresentazione, se l’arte sta cercando disperatamente di rappresentare ciò che non c’è accanto a ciò che c’è, e che non c’è a sua volta? Perché ti stupisci che sia l’assenza a rendere l’arte, arte? Non è ovvio che l'arte sia ciò che manca?

Non è ovvio?

Chi sei è ciò che sei. E chi non sei, è ciò che sei, lo è nello stesso identico modo. Ciò che in un unico individuo l'etica ritaglia via, e l'esistenza trattiene entro i propri confini, l'arte lo restituisce. Osserva la martire. Un'etica l'ha uccisa e un'altra l'ha assolta, non sarà mai più viva, e tutto questo è nel quadro.

“You have five minuts to check the room,” sorride Dio, pettinandosi il caschetto e sistemandosi in un angolo dello studio, mentre i turisti si danno l’aria di esaminare con grande attenzione l’affresco, affollandosi ai piedi della scalinata dipinta. Ichi li osserva mentre inforcano strane montature di occhiali.

(segue, cado dal sonno)

 

Klaz

Klaz

Ho perduto la facoltà di ricordare molto tempo prima di subire un danno vascolare irreversibile.

In realtà, quasi tutto ciò che ricordo – e intendo, ciò che ricordo come fosse oggi - è qualche pomeriggio passato davanti allo specchio quand’ero piccolo. Avevo sette anni, le gemelle ne avevano sei e mio fratello grande ne aveva nove. Nel bagno c’era lo specchio enorme, orizzontale, una specie di finestra che faceva venir voglia di scavalcare e alla quale per un certo periodo in famiglia rimanemmo tutti appesi. Non erano solo le nostre età di ragazzi, ad appiccicarci a quel vetro; oppure sì, ma credo che a tutti in famiglia piacesse la sensazione che si provava passando davanti allo specchio, l’impressione fatata di poter prendere in qualche modo la realtà alle spalle e svelarla. La mia famiglia non era mai stata appassionata di realtà, e questo ci rendeva un po’ diversi dagli altri, tutti quanti. Rendeva mio padre un idealista, e mia madre una creatura angelica e un po’ vaga, e noi fratelli e sorelle inclini al teatro e al sogno e a una forma di letizia panica di creature dei boschi e degli specchi. In ogni caso, lo specchio era il nostro gioco preferito. Corinna e io avevamo imparato a farci la barba così bene che, se ne avessimo avuta di vera e irsuta, il senso di freschezza sulla nostra pelle rasata non avrebbe potuto essere più nitido. Usavamo shampoo alla mela verde e i pèttini da viaggio che ci aveva regalato la nonna. Mettevamo una goccia di shampoo nel cavo della mano, e facevamo la schiuma con un dito d’acqua e un pennello di plastica per le tempere. Poi passavamo il pennello sulle guance e sul mento, come se la nostra barba avesse la forma della barba di Abramo Lincoln: infatti sotto al naso non avevamo pelame immaginario, non più, da quando la gemella nel radersi i baffi di fantasia aveva respirato una bolla di schiuma e aveva tossito tanto da farci scoprire e punire dalla mamma. Ben insaponati, con i menti alzati e la mascella inferiore un po’ sporgente, che ci dava l’aspetto ingrugnito e mascolino delle scimmie dei documentari, passavamo velocemente rasoiate di pèttini sulla schiuma che già si scioglieva, scoprendo a tratti la pelle pulita e scambiandoci apprezzamenti generici, vagamente adulti, sulla bellezza del lavoro di barbiere. Quello che ci piaceva più di ogni altra cosa era risciacquare a ogni passata il pèttine sotto l’acqua. Un’azione filosofica, che mi spinse alla mia prima meditazione artistica, sul perché ci si affatichi tanto a fare una cosa se non è che per disfarla. Anche Andrea e Carlotta, l’altra gemella e il fratello grande, si univano di tanto in tanto alla nostra sessione di visagismo, anche se in me, e credo anche in Corinna, l’affollamento di ben otto barbieri nel bagno, compresi quelli specchiati, faceva crescere esponenzialmente la paura di essere scoperti. Come se farsi la barba in otto contro gli ordini di mamma fosse infinitamente più rischioso e trasgressivo che radersi per finta in privato.

Il ricordo delle nostre facce specchiate, i quattro (otto) movimenti simili ma discronici, la trama semplice di quel film privato, il senso di piacere che ci dava riuscire a togliere la schiuma con pochi colpi di pèttine anche nelle zone più appuntite del mento, e la serietà affilata che passava su quelle finte lame, è quello che io definisco un vero ricordo. Così corposo, che ricordarlo e averlo vissuto non sono cose tanto differenti.

Ma mentre almeno due delle sessioni di barba familiare sono impresse nella mia memoria con tutto lo spessore della realtà che sto osservando in questo preciso istante – con gli occhi socchiusi, appoggiato allo schienale della sedia a rotelle, infastidito dal formicolio al braccio – con il passare degli anni l’efficacia della mia capacità di ricordare dev’essersi affievolita. O non s’è mai sviluppata. Poiché la realtà non si è spenta, anzi è diventata più potente e invasiva che mai, dev’essere stata la mia capacità o volontà di ricordarla, a mostrarsi insufficiente. Avvenimenti ben più notevoli di un gioco felice con i fratelli, e giorni dei quali credevo mi sarebbe rimasto un ricordo indelebile, si sono slabbrati e disintegrati negli anni e nei mesi, fino ad assottigliarsi in fotogrammi trasparenti, ai quali la memoria si accosta di malavoglia anche nei momenti di estrema concentrazione, e dentro i quali non c’è più vita e trama e senso che nella successione di spot pubblicitari nell’intervallo di un film alla televisione.

Mi lascio cullare dall’illusione che sia come dicono i medici, che si tratti di un effetto dell’ictus, che io abbia a che fare con una malattia vera e propria che colpisce i distretti del mio braccio destro, della mia gamba destra e dei miei ricordi, e contro la quale sto lottando. Mi lascio assolvere, mi abbandono a questa nebbia di perdono nella quale sto calando per riuscire a sopportare il pensiero di non potermi più muovere, di non poter più aggiungere o togliere una riga alla pagina della mia vita. Ma se dovessi sperare di rialzarmi, dovrei un giorno anche affrontare seriamente il fatto che pur guarito, pur se perfettamente padrone dei miei sensi e di tutte le parti coscienti del mio corpo, io sarei un uomo che ha vissuto molto, e con intensità, ma che non ricorda quasi niente. Uno che ha saputo vivere, ma che non ha saputo trovare, non dopo l’età felice dell’infanzia, l’interruttore dell’importante facoltà del ricordare.

Mi esercito, ora, seduto su questa sedia, approfittando dell’ultima luce, mi alleno a sviluppare quest’ultima facoltà. Questo nuovo senso. Rammentare, ricordare, rievocare, rivedere, rivivere. Chiudere gli occhi, puntare lo sguardo su un’epoca della mia vita, e farne emergere qualcosa di più che sagome incerte e smarginate. Per quindici anni, ogni giorno, ho aperto e chiuso la porta dello studio preso in affitto dopo la pubblicazione del secondo romanzo. Ricordo l’atrio della portineria, il corridoio con la passatoia rossa, la maniglia della porta, l’odore di polvere bruciata dell’anticamera nella penombra, perfino l’accordo di cembali che annunciava l’accensione del computer. Ma non ricordo distintamente di aver attraversato quel corridoio ogni giorno e di aver ogni giorno udito il suono d’accensione del computer. Ho in mente poche selezionate immagini rappresentative, poco più che una sequenza per tutte. E nemmeno ricordo gli elementi più complessi, per esempio la disposizione precisa degli oggetti sulla scrivania, che pure ho fissato coscienziosamente per circa cinquemilatrecento giorni di fila. Capisco i trucchi che la mia mente ha usato per sorvolare una vita intera. E’come se ricordassi un’unica luce che si accende nello specchio in un’unica mattina e la mia faccia un’unica volta specchiata per farsi la barba con un unico sorriso. Come se i cinquemila giorni passati in quello studio, i dodicimila passati nella casa dello specchio, i quattromila spesi con la mia prima moglie, i mille passati con la seconda, e tutti gli altri, non fossero una voragine davanti alla quale fermarsi ogni volta a bocca aperta a tremare, ma qualcosa di tutto sommato trascurabile nell’economia di una mente umana.

Trascurabile, in favore di che?

Se poi, nel tentativo di ripristinare l’ordine in questa caverna vuota, cerco di andare oltre la catalogazione dei gesti ripetitivi, se mi avvicino a quel piccolo cumulo di momenti irripetibili davanti ai quali io so di aver chiesto – poiché sono uno scrittore, un romantico e un curioso sciocco sentimentale – “Fermati attimo!”, lo faccio con ansia e con paura. Provo cautamente a saggiare qualche momento qua e là, e mi ritraggo non appena intravvedo le solite figure sfumate, i soliti recipienti mezzi vuoti. Del bacio che mi diede Ichi nel reality show, per esempio, ricordo solo lo scandalo che ne venne, la rottura, l’imbarazzo che stupì me e mortificò lui. Ricordo i suoi occhi intristiti, ricordo che ci furono giorni in cui me li puntò addosso, e io zitto, in difesa, irrigidito, deciso a non suscitare altre false speranze. Ma non riesco a ricordare la sensazione delle sue labbra sulle mie, non la ritrovo, non l’ho più ritrovata. A volte, quando bacio mia moglie, compio questo piccolo tradimento, chiudo gli occhi e imito quel bacio: c’è sempre un “momento Ichi” nei baci di chiunque, il momento iniziale, il più timido, quello in cui le bocche si incontrano e si staccano, quasi sempre per giocare, per inseguirsi, quasi mai per dividersi per sempre. E io quel momento me lo prendo, sono diventato egoista, e me lo prendo. E allora riesco a ricordare, fuggevolmente; ricordo la pressione delle sue labbra, il calore - io che le immaginavo fredde, o non le immaginavo affatto – l’umido della saliva sulla faccia, tra le labbra e la guancia. Mia moglie prosegue il suo bacio in un altro modo, si abbandona, ride, e tutto cambia. Immagino che sarebbe un problema confessarle questa mia fantasia, anche perché non sono sicuro che si possa definire una fantasia, e Dogma mi dà l’impressione di saper cogliere la differenza; quando Ichi viene a trovarmi, mi pare che lei ricordi molto meglio di me l’incidente di quella sera, e che sappia riconoscere gli sguardi e i movimenti che tra noi, anche nel più completo silenzio, a quell’incidente tentano di alludere.

Molte delle cose che non ricordo sono, naturalmente, cose che rimpiango. Ma non è così semplice. Non è che io desideri, piattamente, d’aver baciato Ichi, o di baciarlo ora. E’ anche questo, ma non solo. E me lo ha insegnato il mio presente, questa sedia a rotelle, il formicolio al braccio, la consapevolezza di tutte le mattine, l’angoscia di tutte le sere – già sfumati in un unico nastro di paradigmi fievoli, anche questi. Ho badato a lungo alla qualità della mia vita, e troppo poco alla mia qualità, alla qualità del mio essere. Ma era facile, allora, quando potevo voltarmi e continuare a dimenticare, passando ad altro.

Adesso che non so nemmeno muovere le dita, e non posso togliermi da qui, è con il mio essere che ho a che fare, non con qualcosa che me ne distragga. Da qui vedo, comincio a vedere, che tutto ciò che ho fatto nella vita, l’ho fatto come prima di dormire, quando si sbrigano in fretta le commissioni della notte, per consegnarsi al sonno.

E non è precisamente vero che non ricordo più nulla, ma che non m’è mai importato di dover ricordare; a partire dal giorno in cui ho creduto di aver imparato a vivere, fatta la barba, quella vera, non ho più imparato nient’altro. Non sono mai più stato presente a me stesso, nemmeno quando ho creduto di esserlo. Ho confuso gli specchi in cui ci si rimira con quelli in cui ci si scopre.

E sono specchi diversi, diversamente limpidi, diversamente profondi, diversamente fedeli.

(di Ida Bozzi)

(pubblicato il 6 settembre, 2008)

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“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).