SETTE MODERNISTE
Episodio cinque - Il ritorno
Ichi lo shaolin
Non riuscivo più a correre, maestro Hua.
Ogni respiro mi bruciava nei polmoni come una brace che riprende a fiammeggiare. Ma dovevo arrivare al bosco prima che sorgesse il sole, e così decisi di cadenzare il mio passo raccontandomi l’ultima storia. La storia del contadino Shung.
Il contadino Shung era un uomo molto ricco della regione Shaolin, in un’epoca antica, quando ancora gli dei abitavano sulla Terra. Egli riforniva di cibo e di legname tutta la valle, ed era giunto a ottenere una ricchezza simile a quella delle divinità inferiori. Nel suo giardino vi era un lago con ninfee d’argento che si diceva venissero dalla Luna. Nella sua casa, i suonatori facevano musica, e fiori del colore della seta grezza coprivano i pavimenti luccicando al sole come madreperla.
Era la stagione delle feste, e a casa di Shung si svolgeva un banchetto cui partecipavano signori e divinità della valle. Cibi prelibati, frutti freschissimi e acque di sorgente venivano serviti al minimo cenno degli ospiti. Shung in persona si affannava avanti e indietro controllando che i bicchieri fossero sempre pieni e che dai piatti non mancassero mai leccornie di ogni tipo. Egli trotterellava lungo la tavolata senza mai alzare gli occhi sui suoi ospiti, poiché sapeva che una simile sfrontatezza sarebbe stata punita con una morte istantanea; ma non poteva evitare che la gradevolezza della sua vita apparisse agli dei come un’altra forma, più grave, di superbia.
Infatti, i demoni e gli dei che avevano accettato l’invito sedevano gustando le pietanze e godendo delle gentilezze di Shung, ma notavano le sue vesti signorili, i piaceri senza fine della sua casa e la quiete perfetta della sua vita. Invidiosi del contadino, decisero di punirlo.
Così, quando fu il momento di spostarsi nel giardino, misero in atto la loro vendetta. Mentre gli altri invitati si allontanavano, la dea delle Tempeste, donna molto bella, potente come l’uragano e pericolosa come il fulmine, rimase immobile al suo posto e chiamò Shung presso di sé. Il contadino aveva sentito parlare della bellezza e della furia della dea, e in tutti i modi si ingegnò per non alzare gli occhi su di lei mentre ascoltava le sue richieste, ripromettendosi di sgattaiolare via appena possibile, chino tra i servitori che ripulivano la sala. Ma la dea lo annebbiò di chiacchiere, prima chiedendogli di sistemare lo strascico del vestito, poi domandandogli quante mogli avesse e se ne fosse soddisfatto, poi raccontandogli dei propri amori infelici. Si incupiva sempre più, e finì con il domandare in prestito al contadino un fazzoletto per asciugarsi le lacrime. Shung, di fronte alle lacrime di una dea, non seppe più controllarsi, e osò pensare che forse, insieme al fazzoletto, avrebbe potuto offrirle un sorriso. E così, poiché la sua vita dolcissima lo aveva illuso della confidenza degli dei, alzò gli occhi.
Era quello che la dea aspettava. Bellissima e fredda, lo degnò appena di uno sguardo. Con la mossa di un dito, fece cessare le lacrime, che non colavano dai suoi occhi ma scendevano come pioggia dal soffitto della casa, e con la mossa di un altro dito radunò gli dei, chiamandoli a giudicare il contadino superbo. Shung si piegò subito e s’inchinò, ma capiva che ormai il male era fatto. Non per via della condanna a morte, ma perché si era innamorato della dea e soffriva per il desiderio di guardarla di nuovo. “In fondo”, pensava, mentre gli dei pronunciavano la condanna, “non potranno condannarmi due volte”. E così, lentamente, timidamente, rigirò la testa di lato e guardò di nuovo su, verso il volto bellissimo e rannuvolato della dea. Ma lei era scomparsa. Al suo posto, un orrido Drago ghignava e si preparava ad eseguire la sentenza.
“Sei condannato, povero Shung,” disse beffardo il Drago, “ma ti concedo salva la vita, a una condizione. Porta questo sacco fino alla fine della valle, fuori dalle terre sacre. Nel sacco c’è un altro condannato, e quando l’avrai trascinato laggiù dovrai ucciderlo tu stesso. Esegui quest’ordine, o morirai al posto del prigioniero.”
Shung fu stupito dalla crudeltà della grazia. Annuì confuso, afferrando il sacco in cui si agitava lo sconosciuto prigioniero, e partì, pieno di esitazioni. Non intendeva certo compiere l’orribile missione, ma diceva a se stesso che lungo la strada avrebbe trovato il modo per liberare il condannato senza essere scoperto dal Drago, e avrebbe guadagnato così la salvezza di due vite. Più volte tentò di sciogliere i nodi del sacco, ma li trovò solidi come se fossero stati legati dal Drago in persona. Pensò allora di nascondersi sotto ai cespugli, gridando al prigioniero “scappa, sei libero” e allontanandosi in tutta fretta. Ma i dintorni parevano diventati una steppa arida, e non offrivano un’ombra sotto la quale nascondere la pietosa insubordinazione. Venne la notte, e Shung si sdraiò a terra e si mise a esplorare i propri pensieri, per escogitare il modo di liberare sé e il prigioniero approfittando dell’oscurità.
Ma qui, nei pensieri, trovò la propria condanna. Nella sua mente, infatti, era custodita l’immagine della dea. Incantevole, perfetta, in quell’ingannevole ricordo la dea ricambiava lo sguardo del contadino e sembrava perfino disposta a sorridergli. Shung la sognò per tutta la notte, dimenticandosi di sé e del prigioniero, e al mattino, quando fu l'ora di riprendere il suo terrificante viaggio, sollevò il sacco senza sentirne il peso e si mise a camminare di buona lena. I viandanti lo guardarono con orrore, rammentandogli il carico di dolore che trasportava, ma lui li salutò in fretta e proseguì senza esitazioni, poiché non vedeva l’ora di cancellare tutto il mondo intorno e trastullarsi con il suo unico pensiero. La bellissima dea delle Tempeste, di cui era innamorato.
Così riprese a camminare. La campagna era aspra, la terra lo trascinava di continuo in fossi sghembi, maligni, nei quali rotolava e si feriva, travolgendo il sacco e con quello il prigioniero, che mugolava e si dimenava scalciando. Ma Shung non sentiva i lamenti strazianti dell’uomo, impegnato com’era a cercare nella mente l’immagine della dea, che a giorno fatto sembrava più confusa e lontana. Egli si struggeva per lei, piangeva per lei, si disperava per lei, e la inseguiva sollevando ogni pensiero come un sasso, guardandovi sotto, e gettandolo via infuriato. Fatti pochi passi, un nuovo sprofondo della terra brulla lo risucchiò ancora nella polvere e nel fango. Shung cadde un’altra volta, rotolando con il sacco, e l’immagine della dea gli si cancellò per un istante dalla mente. Il prigioniero gridò di dolore. Ma il contadino, accecato dalla nostalgia, levò una mano e lo percosse, ordinandogli di tacere.
Da quel momento, ogni volta che il prigioniero osava fiatare un lamento, Shung lo colpiva duramente; a ogni caduta, il contadino si rialzava di scatto, insofferente, e riprendeva a trascinare il sacco senza curarsi delle condizioni del suo misero compagno di viaggio. Capitò su una strada e la percorse per un tratto. Dai carri, le famiglie di contadini lo osservavano con orrore, e lo imploravano: non vedeva il sangue colare dalla tela del sacco? non sentiva i lamenti angoscianti del pover’uomo che vi era rinchiuso? Ma no, Shung non vedeva e non sentiva niente, fuorché il proprio amore forsennato: vedeva e sentiva nella sua mente solo la dea, che nei sogni ora lo tormentava sfuggendogli e rifiutandolo. Anzi, le preghiere e gli ammonimenti dei contadini gli vennero a noia come i lamenti del condannato, ed egli si ritirò dalla strada, gettando avanti a sé il sacco tra gli argini e procedendo nella terra accidentata. Lì, nascosto agli occhi dei suoi simili, potè seguitare il suo sanguinoso cammino, e seguitare a struggersi per la dea.
Giunse alla fine della valle, depose il sacco, in cui ormai non c’era più nulla che si muovesse, e si preparò ad eseguire il lavoro odioso che il Drago gli aveva affidato, o forse a constatarne il compimento. I nodi sul misero fagotto si sciolsero per magia, e dal sacco insanguinato emerse il corpo del prigioniero.
Il prigioniero era lo stesso Shung. Coperto di sangue, smagrito dalla fame, disseccato dalla sete, nudo e divorato dalla cancrena e dagli insetti, il suo corpo odorava già di putrefazione. Neppure allora l’infelice contadino comprese quel che aveva fatto a se stesso, e mai si rese conto di essere diventato un fantasma. Si voltò lasciando il proprio cadavere sul terreno, mosse un passo per ritornare a casa, e cercò nella mente la strada del ritorno. Non la trovò. Era tra i pensieri che aveva gettato via per fare posto alla dea.
Coloro che incontrano lo spirito di Shung dicono che ancora oggi egli stia cercando quei pensieri, aggirandosi per la campagna. Dicono che perfino nelle notti più limpide egli vaghi cercando scampo e sollievo dai venti e dalle folgori di una tempesta immaginaria.
(fine della prima parte)
(di IB; pubblicato il 24 agosto 2007)
(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari)
