SETTE MODERNISTE
Episodio cinque - Il ritorno
Ichi lo Shaolin - Seconda parte
Coloro che incontrano lo spirito di Shung dicono che ancora oggi egli stia cercando quei pensieri. Dicono che perfino nelle notti più limpide egli si aggiri per la campagna cercando scampo e sollievo dai venti e dalle folgori di una tempesta immaginaria...
E così, maestro Hua,
quando mi sporgo dal costone di roccia che domina la valle, e vedo spuntare sulla neve accanto al bosco un tizio che sta trascinando un sacco di tela, sono quasi convinto di trovarmi davanti al fantasma dello sciocco Shung.
Lo sciocco Sh...
Lo sciocco Shung trascina il sacco di tela del tale. Se il tale della tela trascina nel sacco uno sciocco, lo sciocco in tale sacco di tela è assai secco. Tale Shung però non sembra sciocco, perciò nel sacco così secco nel solco non c’è il tale, ma tela...
Scusi, maestro Hua. Dicevo,
Come se mi avesse sentito, l’uomo si ferma all’improvviso, posa il (il sacco! il sacco secco! scusi ancora, maestro Hua, davvero non so che cosa mi stia succedendo) il carico, ed esclama, rivolgendosi a qualcuno che da qui non riesco a vedere: “Ecco, adesso è bagnato e pesa il doppio di prima; questo dimostra che avevo ragione io: bisognava usare un sacchetto di plastica. E poi, ragazzo mio, con che cosa l’hai riempito ‘sto coso, con gli asciugamani? Sta assorbendo l’umidità di tutta la valle. (guarda nel sacco) Oddio, l’ha riempito davvero di asciugamani! Lu, è un disastro quello che hai combinato, mi senti? Luchino, sei ancora lì? Luchino?”
L’altro dev’essere ancora lì, perché una voce cantilenante, sorgendo da un punto invisibile dietro l’argine della strada, risponde in crescendo come la sirena di un’ambulanza: “Eeeee...”
“Non gridare,”
“Eeeee...”
“Ti si sente fin giù al paese!”
“Eeeee... bada ben che non si baaagna. E bada ben – e bada ben – e bada ben – e bada ben, e bada ben che non si bagna, che lo devo... traaascinar.”
L’uomo con il sacco scuote la testa: “Ma che idiota.”
“Eeeee...”
“Adesso hai cantato, bravo, basta.”
“Che lo devo re... che lo devo traaascinar.”
“Siediti in macchina e cerca di dormire. Sono le sette del mattino.”
“Lo devo traaascinare, perché me l’hanno deeetto...”
“Piantala! Ti riporto subito da tua nonna, suono il campanello e le dico “Signora, il ragazzo vagava per i monti”. Anzi, le telefono, le telefono subito, così la signora Gina manda la macchina a prenderti, quella bella macchina color marmo...” finge di estrarre il telefono dalla tasca.
“No, no, non arrabbiarti, non arrabbiarti, non sono cattivo, io soffro per amore,” grida l’altro all’improvviso, smettendo di cantare e balzando fuori dall’argine come un pupazzo da una scatola, “non sono cattivo, ridimmi la storia, se mi ridici la storia ti aiuto nella tua perigliosissima impresa”. Lo vedo, finalmente. Sembra un ragazzo, avrà vent’anni. Ha un bel viso, liscio, sotto il berretto peruviano che gli copre le orecchie e metà delle guance. Però ha qualcosa di strano. Sembra caricato a molla. Saltella mentre parla, si volta e si allontana proprio mentre sta rispondendo al tizio con il sacco, si ferma all’improvviso in posizioni teatrali, con le caviglie incrociate, o con le braccia conserte, o con il corpo piegato in avanti e la faccia al cielo. E continua a muovere la mascella a bocca aperta, in senso orizzontale, come se non trovasse più il punto esatto in cui serrare i denti. E’ bizzarro.
“Dai. Tu mi racconti la storia e io disegno la scia del finto cadavere,” insiste il bizzarro.
“Resta dove sei, non lasciare impronte,” gli dice l’uomo con il sacco.
“Dai. Metto io il sangue di Post,” ride il ragazzo, avvicinandosi.
“Fermo lì, ho detto!” grida l’uomo, indicando un punto qualsiasi nella neve. “Hai schiacciato tutta la traccia della colluttazione! Togliti di torno!”
Il ragazzo fa lo sciocco, ma intanto ubbidisce, si fa indietro e si appoggia all’argine, con la schiena che affonda nella neve e con le braccia allargate. Indossa guanti a manopola, senza dita, come i bambini. “La colluttazione. Col-lut.. to-rio... che bella parola. Dai. Sono fermo. Non lascio traccia. Ridimmi la storia delle Sette Moderniste,” ripete.
“Ssst, taci, sono vicini,” sussurra l’uomo, guardandosi intorno. Non mi vede.
“C’era una volta un demone,” inizia il ragazzo, storcendo la bocca, “che abitava sulle Sette Stelle, ed era molto, molto... Le Sette Stelle o le Sette Selle? Ridimmelo.”
“Sette Selle. Ed è almeno la settima volta che te lo ridico.”
“Le Sette Stelle, che bello.”
“Selle, non Stelle.” gli risponde l’altro, “questa montagna si chiama Sette Selle.”
Il ragazzo lo ignora: “Ridimmelo. Ridimmelo bene. Le Sette Stelle... Tutta la storia. Voglio sentire tutta la storia.”
L’altro si muove appena, riprende il sacco (secco, maestro Hua, non si può resistere) e ricomincia a trascinarlo, sospirando. “Sette Selle. E non c’è una storia.”
“Ma sì. Ma no. Quelle parole che hai detto prima.”
Il tale sospira: “Sono le sette del mattino, questo posto si chiama Sette Selle, e qui c’è lo Show di Snow White che si chiama Sette Moderniste, con sette concorrenti. Contento?”
“Era più bello come l’avevi detto prima.”
“Prima non avevo cinquanta chili di asciugamani bagnati da trascinare nella neve, Lu. Sono stanco, mi sto spaccando la schiena, avrei dovuto fare questo lavoro ore fa, e Snow White mi aveva chiesto di finire prima dell’alba... Invece arrivi tu, e mi fai una testa così perché hai perso l’iPod...”
“Non nominarlo!” urla l’altro, tappandosi i copriorecchie con le manopole dei guanti.
“...e anche la ragazza, Lucetta, Bluetta...”
“Aaah! Non bestemmiare!”
“Ecco. Ma non sai che anch’io ho una situazione pesante, una vita faticosa che non...”
“Sì, sì, bla, bla, certo, certo. C’era una volta,” il ragazzo appoggia la testa indietro sull’argine, stende di nuovo le braccia, e guarda con una smorfia crudele e sognante la costellazione di Orione, ormai bassa sull’orizzonte, “una montagna che si chiamava le Sette Stelle, dove vivevano sette prigionieri. I prigionieri avevano sette storie da raccontare, o la bellissima principessa sarebbe stata buttata nel vulcano. Ma sì, nel vulcano. Ma no.”
”La principessa e il vulcano li hai inventati tu.”
“Sì. Mi piace di più così. Buttarla nel vulcano.”
“Quando avrai la mia età, capirai che il mondo non è come...”
“Ah, non farla lunga. Non hai un sacco da trascinare? Trascìnalo,” sbuffa l’altro. “Allora, c’era una volta... Racconta!”
“Ma vaffanculo.”
“Sei un maleducato.”
“Taci.”
“Un orso. Un re barbaro.”
“Un cosa?”
“Un cavernicolo.”
L’uomo si è finalmente spazientito. “Senti. Io finisco qui. Poi, se vuoi un passaggio in paese, quella è la macchina. Ma non seccarmi più.”
Il ragazzo tace per qualche secondo, nuota nella neve, si agita. Poi: “Tu che conosci questo Snow White, che tipo è?”
L’altro non risponde. Si è voltato e ha ricominciato a trascinare il sacco, che disegna una bella scia profonda.
Il ragazzo ride: “Certo che è un grande effetto speciale, il solco del sacco, il solco del... La gente si ammazzerà dalla paura.”
L’altro non risponde.
“E poi il sangue finto. Ma perché non usate il sangue vero?”
L’altro non risponde.
Il ragazzo sospira. “C’era una volta il sacco secco dello sciocco Shung,” dice.
Mi raddrizzo sulla crosta di roccia. Non è possibile. Questo è il mio scioglilingua di Shung.
Il ragazzo ripete: “Il sacco secco dello sciocco... Se il tale della tela nel sacco trascina uno sciocco, lo sciocco in tale tela è assai secco. Ma si secca... No, non mi piace. Se il tale della tela trascina nel sacco uno sciocco, lo sciocco in tale sacco di tela è assai secco. Tale Shung però non sembra sciocco, perciò nel sacco così secco nel solco non c’è il tale, ma tela...”
E’ proprio il mio scioglilingua di Shung. Come l’ha sentito, se l’ho solo pensato? O forse... Ma l’uomo lo interrompe, mi interrompe, ci interrompe. “Tu sei pazzo,” esclama.
“Bah, non lo so,” il ragazzo alza le spalle, “e anche se mi spieghi che cosa vuol dire “pazzo”, io non lo so. Dico cose senza senso? Tutto quello che mi viene in mente è senza senso. Oh, non che io voglia difendere per principio la follia, come un poeta fine Ottocento...”
“Libro stampato!”
Il ragazzo annuisce: “Eh, sì, faccio la terza liceo. Però tutto quel che mi viene in mente è senza senso, punto e basta. Da quanto tempo tu non pensi più una cosa che non ha senso? Tu sei un vecchio, e hai visto tutto quel che ti è stato insegnato. Io non ho visto ancora niente, solo parole, parole che cominciano a infilarsi nella mia testa e restano lì, aspettando di essere chiamate. Chiamate e rimpiante. Poi arriva lei. Il senso della vita. (sottovoce) Bluette. Lei mi ha convinto che alla fine della vita si muore. Forse è lei che mi spiegherà la pazzia. Non abbiamo mai parlato di questo, non abbiamo mai parlato e basta, però so che è così. E’ difficile da dire. C’è un tempo brevissimo entro il quale io devo riuscire a vederla, devo riuscire a stare con lei. Poi tutto finirà. E lei invece sparisce, sta con uno, non esiste, non esisto io, non sa nemmeno che lei è il limite estremo della mia vita. Che c’è un’emergenza, che io sto per morire. E morirò. Diciamo entro mercoledì.”
Io e l’uomo con il sacco sorridiamo. L’uomo con il sacco guarda verso le montagne e mi vede. Il sole è sorto mentre il ragazzo parlava, e io sono in piena luce. Saluto con la mano e comincio a scendere dalle rocce, avvicinandomi. Voglio capire la faccenda di Shung e dello scioglilingua.
“L’amore ti percuote, e tu percuoti l’amore, diceva Shakespeare,” grido, a mo’ di buongiorno, attraverso la distesa di neve. Il ragazzo alza la testa, mi vede e si mette a ridere.
“Cazzate,” mi risponde.
“Quello è lo Shaolin,” borbotta l’uomo, ma si sente lo stesso forte e chiaro, “non dirgli che stiamo lavorando per Snow White.”
“Cazzate, sono d’accordo,” rispondo al ragazzo, “ed era d’accordo anche Romeo! Ma perché morirai proprio entro mercoledì?”
“Perché mercoledì è il mio compleanno,” sospira Luchino, “e pensavo di invitare lei, invitarla per il fine settimana qui in montagna. Ma devo creare una serie di circostanze... è difficile... se non si ricorda, o se mi dice di no...”
“Ci sarà un altro mercoledì,” dico, e scivolo giù dal dirupo. Mi rendo conto solo ora che sono mezzo congelato, e mi avvicino correndo e pestando bene i piedi, per scaldarmi. Il ragazzo stende un braccio.
“Fermo! Sei sul luogo della col...” inizia. Si ferma di botto, guarda l’uomo. L’uomo alza gli occhi al cielo.
Li rassicuro.
“Ho sentito tutto: il luogo della colluttazione. E’ Snow White,” improvviso, “è Snow White che mi ha mandato qui, perché vuol sapere se è tutto pronto. E’ pronto?”
“No,” scuote la testa l’uomo, indicandomi la neve smossa tutt’intorno, “vede? Dobbiamo ancora riempire la scena di sangue.”
“E il cadavere dov’è?” chiedo.
L’uomo mi guarda, insospettito. “Non c’è nessun cadavere. Usiamo del sanguinaccio.”
“E mi risponde, anche!” strizzo l’occhio al ragazzo, che mi sorride. “Non percepisce l’ironia, il tuo amico. Vi aiuto, se mi dite che cosa devo fare.”
“Non c’è bisogno che si disturbi, grazie,” taglia corto l’uomo.
“Nessun disturbo. Dov’è, è in macchina, il sanguinaccio?”
Il ragazzo si alza e mi fa segno di seguirlo, nonostante le proteste dell’uomo. Arriviamo insieme fino a un’utilitaria con una targa del posto, e il ragazzo siede al volante per aprire il portabagagli.
“Sarà un altro sacco di Shung,” provo.
Il ragazzo fa segno di no con la testa. Riprovo. Dove hai già sentito queste parole, ragazzo? O sono io che le ho sentite da te, anche se non so come possa essere successo?
“Il sacco secco di Shung lo sciocco. Il sacco di tela...” attacco.
Luchino mi guarda. Non capisce. “E’ una latta. Il sanguinaccio è liquido,” mi risponde.
Non sa di cosa sto parlando. Niente da fare. Dovrò chiederglielo apertamente. Forse dovrò spiegargli qualcosa a proposito del narratore, del narratante e di un mucchio di faccende in cui, francamente, preferirei non addentrarmi.
“Dimmi un po’. Sei tu che leggi me, o sono io che leggo te?” gli chiedo a bruciapelo.
Mi guarda con gli occhi sbarrati.
(di Ida Bozzi, pubblicato il 3 ottobre, 2007)
(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari)
