logo
<singleshot1>

- dal 2005 -

 

 

Mitoblogia: question time.

 

 

16 aprile, 2009. La mitoblogia si trasfigura nella Metateleutica. Addio voi, che capite ciò che dico.

16 aprile, 2009.

Cane.

Ho finalmente ottenuto ciò che volevo, ho le carte firmate, quel che si attendeva da me è compiuto. Mi incammino verso il parcheggio sotto il sole con un sorriso. Sento nelle gambe la giusta fretta.

Intanto osservo il giardino, i miei piedi, la piscina, mentre mi allontano dall'albergo, voltando la testa per caso, per curiosità o senza un perché.

Gli altri ospiti sono sdraiati vicino all'acqua, in posizioni diverse che sembrano presumere diverse relazioni con la forza di gravità, o con la pressione atmosferica. Alcuni danno l'impressione di non essere in grado di alzarsi mai più, se non raschiati via dai lettini con una spatola. Sorrido, scendo nel sentiero, tra piante di lavanda. Altri sembrano appoggiati appena sulle sdraio, posati con delicatezza, come se qualcuno li considerasse più temibili, da lasciar liberi. Si mostrano inquieti. Forse sono quelli che hanno già visto il cane. Quando una ragazzina si solleva su un fianco, e si ripara gli occhi dal sole per riuscire a guardare verso la piscina, lo vedo anch'io. E' un cucciolo di cane giallo, corto, piccolo, basso, agitato e troppo vivace per quel consesso di umani pigri.

Una padroncina, che nemmeno riesco a vedere tra le piante e le sedie del solarium, gli grida una prima volta:

"Chicco. Non cadere in acqua!"

Nessuno, né il cane né gli umani, sembra prestare attenzione all'avvertimento. Tranne appunto la ragazzina che si volta sul fianco e alza la mano per proteggere gli occhi; anche un ragazzo ancora pallido, pliche molli di pelle che si piegano sull'addome, si solleva a metà sul lettino, più disturbato che incuriosito.

"Non cadere in acqua."

Ripete la padroncina. Ecco, ora tre persone si alzano, proprio tra quelle che sembravano meno adatte a farlo, e cominciano a guardarsi intorno. Io abbasso gli occhi su un gradino, cercando di non inciampare nella curva del percorso e di non perdere le mie carte a terra. Quando il sentiero torna a raddrizzarsi, mi volto di nuovo per guardare.

A mano a mano che gli ospiti in piscina si accorgono della presenza del cane, reagiscono con modi e movimenti più o meno vistosi. Una donna in bikini si solleva inarcando la schiena e piegando il collo. L'uomo grasso accanto a lei, che osserva il fondo dei propri occhiali da sole o dorme dietro le lenti, si muove e fa per alzarsi dandosi una spinta, oscillando in avanti.

"Un cane," inizia, vedendo il cucciolo. Non sembra trovare altro da dire, e alla fine non si alza.

Il cucciolo, intanto, zampetta sul bordo della piscina. Una coppia di mezza età, con i costumi da bagno penzolanti e semivuoti, si avvicina al cane, lentamente. Tengono le schiene piegate e le braccia tese, sembrano affettuosi.

"No, no, non cadere," dicono.

"Di chi è sto cane," si rivolta all'improvviso sotto l'inferno della gravità, o del sole, un altro uomo, non grasso, non pallido, non occhialuto, eppure efficacemente volgare, dall'altra parte del solarium. Mi viene in mente di guardare che ore sono, all'improvviso, ma non ne ho voglia. Il cane sembra deciso ad allontanarsi dall'acqua, poi, senza motivo, scarta di lato e appoggia le zampe anteriori sul trampolino.

"No, vieni qui, Chicco." E' finalmente la padroncina ad alzarsi, in un angolo del prato, ma tutti calcolano la distanza enorme che la separa dal cucciolo, e si alzano insieme a lei. E' piccolina, con un cappello di paglia che deve continuamente trattenere con una mano. Non si muove abbastanza in fretta, e sottovaluta l'imprevedibilità del cane.

Io supero con cautela una pietra scivolosa nel giardino, e arrivo finalmente al parcheggio, dove ho lasciato la macchina. E' all'ombra, in uno spiazzo libero e tranquillo, lontano dal passaggio. Riprendo a guardare la scena in piscina.

Mi volto tardi, come tutti gli altri, appena in tempo per vedere il cucciolo che salta sul trampolino con tutte e quattro le zampe e l'aria di voler saggiare il terreno intorno, ma scivola, perde l'equilibrio prima di aver fatto un passo, e rotola in acqua.

Tutti gli ospiti che si sono già presi il disturbo di alzarsi, ora si avvicinano correndo e si gettano in piscina. L'uomo con gli occhiali da sole si tuffa dal lato opposto a quello del trampolino e del cane, ma cura con abilità lo stacco da terra, e s'immerge in silenzio e con eleganza.

Per qualche istante tutti nuotano, il cucciolo, che sa galleggiare e tiene le orecchie e la testa ben alti fuori dall'acqua, la coppia sciupata, che schizza e gioca avvicinandosi confusamente all'animale, la signora del lettino, immusonita, che nuota con la stessa fretta altezzosa del cucciolo, e l'uomo volgare, che fa crawl e vince e abbraccia il cane e lo solleva, poi lo perde di nuovo in acqua, poi lo afferra di nuovo e infine lo salva, depositandolo sull'orlo della piscina ai piedi della padrona.

"Chicco!"

La padrona si abbassa sul cane tenendo il cappello, e io mi volto verso la mia macchina nel parcheggio, sorridendo.

La macchina è fresca, quasi fredda, accogliente. Metto in moto e faccio manovra, dovrò guidare solo per un paio di chilometri, per portare le mie notizie alle persone che le aspettano. Dirò, racconterò, mostrerò le carte firmate, spiegherò come ho fatto e per quale motivo mi ci è voluto tutto quel tempo, accetterò le congratulazioni e forse l'invito a cena che seguirà.

Ritrovo la strada facilmente, il paesaggio marino è facile da ricordare, e quando vedo la casa, in fondo al viottolo che incrocia il lungomare, la riconosco subito. E' chiara, ha una torretta che spunta dal tetto, una terrazza coperta dove in genere gli invitati prendono un aperitivo aspettando il tramonto.

Non c'è nessuno, lassù, ora, forse perché il tramonto è ancora lontano. Lascio l'automobile di nuovo all'ombra, davanti al cancello, che è aperto, ed entro. Anche la porta d'ingresso è aperta, ma il legno non è lucido e scuro come lo ricordo. Sembra sverniciato, scartavetrato e lasciato a gonfiarsi e a ingiallirsi, senza cura. Intendo, sembra nudo ad aspettare da anni. Dentro non ci sono più mobili, niente luce, se non quella che entra dalla porta aperta e da una persiana sfasciata, le pareti sono macchiate, sporche. Qualche lavoro di muratura, qua e là, o un trasloco incauto e distruttivo, hanno lasciato mucchietti di calcinacci e scarti di legno addossati ai muri, in pozzanghere di polvere. Entro, cammino per tutto il pian terreno. Inutile cercare di salire al piano di sopra, lo scalone è scomparso, forse crollato, o forse, a giudicare dai segni sullo squarcio tra parete e soffitto, è stato divelto in un sol blocco. Una sporcizia grossolana, entrata forse dalla persiana strappata, è sparsa sui pavimenti e sui mucchi di avanzi. Sono anni, si direbbe, che in quella casa non abita più nessuno, che non c'è nessuna attesa e nessuna aspettativa.

Torno fuori, riprendo la macchina e me ne vado, con la testa confusa, dirigendomi verso il primo semaforo.

Quando è di nuovo verde, non riparto. Spengo il motore lì in mezzo alla litoranea, guardando il volante, senza pensare in effetti a niente.

Non so se qualcuno in coda suona il clacson, prima di superarmi, oppure no.

(di Ida Bozzi, 16 aprile 2009)

 

 

15 aprile, 2009. Naturalmente, a costoro non viene mai il sospetto. Che la folla di protervi incamiciati, depositari della comprensione universale e del giudizio dai quali un Joseph K. è circondato, li ritragga alla perfezione.

(beh, ma continuiamo domani, no? Vi lascio la notte, oggi ho lavorato anche troppo)

 

14 aprile, 2009. "Mai scrivere quando scappa la pipì. Avremmo immaginato che gli editor consigliassero questo semplice accorgimento all'autore di cui stiamo leggendo il nuovo romanzo. Invece, la fretta della scrittura dev'essere stata dettata per l'appunto da un simile imbarazzo. O da un appuntamento, urgente e inutile, con la bella ma insignificante donna con cui tutti sappiamo che lo scrittore si è accompagnato durante i mesi della scrittura (nemmeno è durata, la storia). Sembra quasi di sentire, in certe chiusure di capitolo affrettate e raffazzonate, il richiamo e la cantilena petulante della fraschetta (che prima stava voi sapete con chi, e ora sta voi sapete con chi altro), e sembra di vedere, tra le righe di immagini appena schematizzate e non sviluppate, il ragazzone imbolsito che s'alza rumorosamente dalla scrivania e obbedisce, facendo questo e quello, o preparandosi per qualche cena." (Maus Columbo, Letture in santità)

 

13 aprile, 2009. Sembrare? A chi, a te? Che cosa, e perché. Nascondersi? Sempre a te? E per sembrare che altro? Per attribuirti quale peso? Per essere amati? Mi pare abbastanza orribile. Mi pare il destino di amori pornografici. Privi di qualsiasi erotismo, peraltro. Regolazioni ormonali, chimicamente non dissimili dai processi putrefattivi.

L'amore mio non ti riguarda: indossa occhiali da sole perché occorre pur vedere dove si mettono i piedi. Un mondo pieno di "non c'è niente di meglio che". Non vorrei schiacciarne mai, per caso, qualcuno, camminando tra i vostri filari.

 

12 aprile, 2009. Buona Pasqua. Regola numero uno: mai correggere i dati dell'immaginazione. I dati dell'immaginazione sono giusti, ma è possibile che non siano ancora verificabili. Le traduzioni di sogni, metafore, allucinazioni, illuminazioni, le traduzioni che tentano la strada del comprensibile e dell'accettabile, sono un errore. Se mi appare uno scarafaggio in sogno, e quando mi sveglio lo trasformo in qualcosa di accettabile, come un burocrate, un malato di depressione, un gangster, un cowboy o un disoccupato, solo perché i miei collegues non accetterebbero la storia di uno scarafaggio tra le loro pulitissime carte, non scriverò Metamorfosi. Regola numero due: devo ricordarmi che non ho colleghi, anche quando li incontro per la strada e li saluto cordialmente. Ciò che loro salutano cordialmente è ciò che riescono a riconoscere di me, ma azzannerebbero e azzannano e azzanneranno la parte di me che è loro sconosciuta. Corollario uno: osservare più spesso la fotografia di tigre appesa sopra il computer. Corollario due: le tigri non si mordono la lingua.

 

11 aprile, 2009. "Aveva proprio l'aria di non essere una volpe, Palomo Tinco, nonostante la gran massa di capelli rossi che gli decorava il faccione e gli occhi arretrati, sfuggenti, tipici dei ragazzini con i capelli rossi e delle volpi. Quando fuori nel cortile raccontava una delle sue trovate, i compagni di scuola lo accompagnavano con lo sguardo per un pezzo, muti, come se non credessero a quel che avevano appena sentito. E poi si guardavano tra loro, scuotendo la testa, pensando che, in un modo impossibile da spiegare, tutto quel che veniva da Palomo era geniale, ma anche tremendamente stupido. Una volta per esempio il rosso si parò davanti a tutti, aggrappandosi con le dita alla rete della pallavolo, e disse che lui sapeva fare le moltiplicazioni, e che grazie a quell'arte aveva scoperto una cosa. Nessun altro nella classe sapeva fare le moltiplicazioni, e così gli diedero ascolto per un po'. Imbrogliandosi con le dita nella rete, Palomo continuò, pensoso, spiegando d'aver calcolato alla perfezione che a sessant'anni avrebbe avuto all'incirca centoventimila pesos, e questo lo aveva scoperto grazie all'arte della moltiplicazione. I compagni lo ascoltarono mentre lui illustrava la sua futura ricchezza. Disse che era tutto molto semplice: i suoi gli davano 50 pesos di paghetta ogni settimana, e in un anno c'erano cinquantadue settimane circa, e dagli otto anni ai sessanta ne mancavano cinquantadue, di anni, bastava moltiplicare 50 pesos per 52 per 52, ed ecco lì, il risultato era qualcosa di più di centoventimila pesos. Il che, meno qualche soldo per il gelato e i giornalini, gli sembrava proprio una bella sommetta. Disse così e poi se ne andò dall'altra parte del cortile, tutto baldanzoso, mentre i compagni guardavano increduli il nuovo milionario, perplessi senza sapere di cosa, e poi si guardavano tra loro. Però, quando Leonas Contrero tolse di tasca la calcolatrice ed esclamò: "E' giusto!", Juan Arrigo gli diede uno scappellotto sulle mani, e aggiunse: "Che idiota, anche tu!". Nessuno osò chiedere a Juan perché Leonas doveva sentirsi idiota, e perché anche loro ci si sentivano, e perché tutta la faccenda della paghetta e dei centoventimila pesos aveva l'aria di essere una completa idiozia. Ma non capirono mai fino in fondo la questione, che rimase aleggiante nelle loro vite insieme ad altri misteri insondabili, fino a quando, chi prima chi poi, smisero all'improvviso di ricevere la paghetta dalla famiglia. Allora le trovate incoraggianti di Palomo Tinco, le sue moltiplicazioni e il suo destino di riccastro, si frantumarono come specchi, ma tuttavia si sparsero qua e là nel loro intimo, riflettendo qualcosa di intensamente stupido e intensamente serio, che ogni tanto occhieggiava ancora tra le loro vite di adulti indaffarati e astuti, come una scheggia d'infanzia." (Maus Columbo, La matematica del pericolo)

 

8 aprile, 2009. "Ora che il genere umano si è estinto, la solitudine, così grande e silenziosa, è un velluto tutto nero come gli occhi chiusi nel buio. Vado con qualcuno a prendere un gelato, poi al cinema. Gli attori sullo schermo sono bravi, il pubblico ride. Dico se il film mi è piaciuto. Ora, dopo l'estinzione, tutti i film mi sembrano un ricordo, anche se io non sono mai stata nel vecchio west. Torno con qualcuno a casa. Ci mettiamo a letto. Dico buonanotte, chiedo di spegnere la luce, ripeto le altre frasi che servono per sopravvivere e che ho imparato dopo l'estinzione. Sono utili come un riparo, come una piccola piantagione arrangiata per procurare cibo. Da quando il genere umano si è estinto, penso appena. Lascio che ci sia il silenzio, nel silenzio posso ascoltare le poche voci che riesco ancora a ricordare, dei pochi esseri umani di cui ho ancora memoria. I rumori sommessi della casa mi aiutano a ricordarle. C'è un punto preciso in ciascun rumore, quando il portone d'ingresso si è chiuso, quando la moto si è allontanata per la strada, quando l'eco di legno e di metallo si sta spegnendo, in cui mi pare di ritrovare la tua voce. Sono soffi lontani, che si disperdono in tutte le direzioni. Le prime volte mi sollevavo sul letto credendo di poterli inseguire. Ma ho capito che posso soltanto cercare di ascoltarli fino all'ultimo, finché non diventano troppo sottili, e lasciano scie vuote nell'aria, come la traccia del volo di una rondine. Poi, mi piace respirare: mi sembra di raccogliere quell'aria e quello spazio dentro di me. Alla fine del respiro, tutto è di nuovo perso, come quel primo giorno dopo l'estinzione. Quello che non ho detto prima, non sarà più detto, quello che non ho avuto prima, non l'avrò più. Quello che non sono stata prima, non potrò più esserlo. Per non vedere che io non sono mai sopravvissuta, devo schiacciare la testa nel cuscino, e dormire." (Maus Columbo, Le altre rondini)

 

7 aprile, 2009. Ciao, devo lavorare e ci sono un po' troppe cose tristi ovunque. Non so quando torno qui.

(ore dopo) Adesso.

Se non ci fosse il maledetto stalker, vi racconterei qualcosa. Ma c'è. Vi racconterei di come ci stiamo incrociando tutti quanti ormai persi tra le acque di Youtube, dove qualsiasi cosa si può vedere, da qualsiasi angolazione, e dove tutto scorre come Citati direbbe dei fiumi di Kafka, con l'impressione che niente si sia perso sebbene sia passato e scorso. E invece scorre, una vita fatta di un'immensa collezione di video di 3 minuti e 41 secondi, e in più, una immensa collezione di video di 3 minuti e 41 secondi visti da undici milioni seicento quaranta nove mila tre cento venti due persone ciascuno, che fa 39724188,02 minuti, tutti noi persi in questa malattia antica di guardare, che fa impallidire Narciso e sprofondare la sua immagine nell'acqua, annegata, e non può consumarsi, perché non ha fine, ma ci finisce, e 39724188.02 minuti sono 662069,8003 ore, che sono 27586,24 giorni, che sono 75,5 anni.

75,5 anni in 3,41 minuti.

Se il tempo ha altre dimensioni, oltre a quella orizzontale dello scomparire, quali piramidi di tempo irrazionale si stanno costruendo intorno al nostro fantasma? Non saremo vecchi, dopo aver ascoltato una canzone d'amore che dura per 75,5 anni? Non ci alzeremo vecchi dalla sedia, dopo soli 3,41 minuti?

 

6 aprile, 2009. Tristi notizie oggi, tristi fatti.

Questa notte eravamo qui, due scrittori, due artiste, due scienziati, a mettere a confronto le nostre conoscenze più avanzate in alcuni campi, sostanzialmente scientifici, e a un certo punto della discussione tutte le questioni si arenavano contro un unico scoglio: non è ancora stato studiato, non è ancora stato verificato, non ci sono ancora le basi sperimentali.

Altra questione, il problema che il criterio occamistico della minima energia, che si può osservare in molti eventi fisici, chimici, genetici, ecc., contrasta con il non-occamistico impiego di forze necessario a comprendere i diversi eventi. Insomma, l'osservabile si muove per regole semplici, ma osservarlo richiede complessità.

E' il caso di rimettere in moto i nostri cervelli.

 

 

Non crederai, vero, che li metta qui, eh? Direi che adesso le cose sono cambiate, o non te ne sei accorto?

5 aprile, 2009. Cari lettori.

Niente è ancora cominciato. Ho preparato nella mia mente i primi racconti di questa nuova era, e se avrò coraggio fino in fondo, qualcosa si vedrà presto. Bisogna, come dicevo ieri al mio intraprendente vicino di casa (ciao), smettere di lasciarsi distrarre dal banale e dal contingente, ma in una direzione diversa dalla solita. Non sono le nostre risposte ad essere sbagliate, ma le nostre domande. Ora vi consiglio un libro di inarrivabile bellezza, soprattutto nella concezione: si tratta di Hofstadter, "Godel, Escher, Bach". Il quale libro, studiato (è un po' difficile) sulla musica di Album Bianco dei Beatles, e unito al mondo moderno delle comunicazioni e di Internet, con una serie di ingredienti letterari segreti (ma saranno nei titoli), costituirà la bibliografia dei miei racconti a mente. Per leggerli, un giorno, occorrerà semplicemente pensare.

Creo un'innovazione di cui, con le dita estese attraverso le galassie della mente, non riesco a trovare i confini.

 

 

Well will you won't you want me to make you
I'm coming down fast but don't let me break you
Tell me the answer
You may be a lover but you ain't no dancer

Look out
Helter skelter

 

 

4 aprile, 2009. E fare un elenco delle cose che "bisogna segnare da qualche parte, perché ne vale la pena, si dovesse mai rinascere"? Non era quella, una volta, la letteratura? Altro che l'espressione di sé.

Tuttavia, questa sera mi viene in mente proprio l'ultimo che dovrebbe venirmi in mente, Moretti, quando dice: "Un bicchiere d'acqua al mattino, appena svegli".

 

3 aprile, 2009. Perle del grande amore. Dice qualcosa sorridendo. Apre gli occhi. "Ah, no, sei tu". Richiude gli occhi. Me ne vado.

 

2 aprile, 2009. Non sono belli questi giorni, ma sono giorni. Volevo scrivere un raccontino, poi iniziare un nuovo paragrafo sui miti e le mitologie. Ma mi sono ricordata che non ho tempo, non ne ho il tempo, e che tutte le formiche e i calabroni e le mosche e i mosconi e le cicale, tutti indistintamente, alla fine sono solo cicale, non formiche. Anzi, e oggi è il giorno degli anzi, mi sono ricordata di essere proprio cicala, e di non essere mai stata formica. E che come tutte le cicale, per una volta voglio dire che non è colpa mia se sono diventata una maledetta formica, e voglio dare la colpa ad altri, come fanno le cicale. Senza analisi, senza altra ragione che questa, cioè che sono una cicala, almeno oggi anch'io mi sono perdonata.

Non ho voglia di far seguire altri post a questo. Ne avevo il tempo come formica, ma da cicala non ne ho. E non ne avete nemmeno voi. E non me ne importa niente se non mi condividete qui, per quel che scrivo e per come scrivo, perché qui ho cercato di imitare ciò che si chiede in generale a una formica, produrre produrre produrre. Butto via la penna, invece, decido di smettere di trasportare semi, fili d'erba, sarà Whitman, voglio improvvisamente tacere, lasciarvi passare, e quando sarete passati, invece di scrivere, cantare.

Perché, sapete una cosa? Ogni tanto mi ricordo, e me lo ricordo benissimo proprio ora, che l'amore che ho trovato da formica non è affatto abbastanza per l'inverno. Poco, pochissimo e sgradevole sotto i denti. Di più: devo essere allergica all'amore che ho trovato da formica. O non lo digerisco. O sapete cosa, alla fin fine? Non è amore.

 

 

 

1 aprile, 2009. Spallone in Terza Pagina del Corriere, intitolato <<Contro gli scrittori con l'eskimo>>, a mia firma, su Vitaliano Trevisan.

Il titolo mi ricorda di quando io indossai tutta fiera il mio vestimento, andai a scuola e la Simo mi disse: "Scema, quello non è un eskimo, si chiama montgomery" (era il '78 o il '79?). Eskimo. In tutto il ginnasio, non riuscimmo a trovarne uno. E non sapevamo come fare, poiché ci era necessario. C'è una foto apparsa su "Epoca" che ritrae tre di noi a una manifestazione femminista: giubbotto jeans, poncho e... montgomery. La Mita, la Simo e io. Mai capito molto, di vestiti.

 

April, The First.

Presenting the gorgeous tale "Do you remember yourself? (The answer is: no)", that could make your day as a True Modernist. (in arrivo in serata)

 

30 marzo, 2009.

"Lettre CXLIII

Le voile est déchiré, Madame, sur lequel était peinte l'illusion de mon bonheur. La funeste vérité m'éclaire, et ne me laisse voir qu'une mort assurée et prochaine, dont la route m'est tracée entre la honte et le remords. Je la suivrai et je chérirai mes tourments s'ils abrègent mon existence. Je vous envoie la lettre que j'ai reçue hier; je n'y joindrai aucune réflexion, elle les porte avec elle. Ce n'est plus le temps de se plaindre, il n'y a plus qu'à souffrir. Ce n'est pas de pitié dont j'ai besoin, c'est de force.

Recevez, Madame, le seul adieu que je ferai, et exaucez ma dernière prière; c'est de me laisser à mon sort, de m'oublier entièrement, de ne plus me compter sur la terre. Il est un terme dans le malheur, où l'amitié même augmente nos souffrances et ne peut les guérir. Quand les blessures sont mortelles, tout secours devient inhumain. Tout autre sentiment m'est étranger, que celui du désespoir. Rien ne peut plus me convenir, que la nuit profonde où je vais ensevelir ma honte. J'y pleurerai mes fautes, si je puis pleurer encore! car depuis hier, je n'ai pas versé une larme. Mon cœur flétri n'en fournit plus.

Adieu, Madame. Ne me répondez point. J'ai fait le serment sur cette lettre cruelle de n'en plus recevoir aucune.

Paris, 27 novembre 17**".

Dai, forza, sono Le relazioni pericolose.

 

 

28 marzo, 2009. Che senso ha, dire che si parte, e invece restare? Già. Ma. Che senso ha, dire che ci si crede, e invece non crederci?

Vedete bene che la matematica è servita.

 

27 marzo, 2009. Ancora una nota su Wittgenstein, poi l'oblio. Wittgenstein si comportò con i teoremi di Godel come la Chiesa con il cannocchiale di Galileo. La migliore delle ipotesi è che trattò i teoremi come paradossi del mentitore perché volle rifiutare a priori il concetto di linguaggio metamatematico. "Io non guardo nel telescopio". La peggiore delle ipotesi è quella che scarto, cioè che non notò che ci si stava occupando di metamatematica e finse di considerare dimostrabilità e verità insieme sullo stesso piano, cosa che non era (sintassi e semantica erano chiaramente distinte in Godel). Ma anche restando alla migliore delle ipotesi, in sostanza Wittgenstein rifiutò di ritenere che il luogo in cui parlare di matematica fosse diverso dall'oggetto, la matematica stessa. Sarebbe come dire che Todorov e Poe sono lo stesso oggetto. Più ancora, che Stephen Jay Gould e le api sono lo stesso oggetto. Che Darwin e le tartarughe sono lo stesso oggetto. Che Einstein e l'atomo sono lo stesso oggetto. Il che può essere utile in certi contesti, e pare lo sia stato, con la nascita delle aritmetiche paraconsistenti e la considerazione dei limiti dell'opportunità della dimostrazione.

Tuttavia, quando si opera in determinati sistemi formali, e un matematico dovrebbe saperlo, si sta lavorando in quei sistemi formali, quali che siano - vanno dichiarate le carte e le regole, prima di giocarci, anche prima di distruggerle. Ora, qual è il sistema formale di W. ? W. si è volontariamente chiuso in un terzo sistema formale, arbitrario e a priori, senza curarsi di cancellare dalla lavagna i primi due. Rifiutarsi di guardare. Peggio: parlare sopra le parole dell'altro, senza davvero rispondere, senza ascoltare, con un'azione di forza.

 

26 marzo, 2009. Mentre si avvicina il giorno in cui dovrò riportare il nuovo libro su Godel in biblioteca, ho riempito di appunti un intero blocco note. Il risultato è che non posso più muovere il braccio destro per il dolore.

Questa volta il crampo da mouse e la distorsione da biro si sono intrecciati, e ora sto ticchettando sulla tastiera con l'aiuto di una penna, perché ho perso i movimenti fini in tutto un lato del corpo.

Quali novità? In campo godeliano, e fuori, sto osservando le cantonate prese dai diversi sputasentenze (di me parlo un'altra volta). Da quelli che non conosco personalmente e da quelli che invece conosco. In campo godeliano, non potete immaginare come mi diverta leggere la (i matematici dicono: triviale) interpretazione che Wittgenstein diede dei Teoremi : irritante. Così come è irritante seguire qua e là i vaneggiamenti di qualche sputasentenze che invece ho la ventura di conoscere, e che si va distinguendo per una progressiva perdita di lucidità. Purtroppo, il dono naturale che mi ritrovo è quello di riconoscere lo stile di coloro che scrivono: magari non so applicare correttamente le categorie di Genette, ma distinguo le diverse voci, anche quando sui siti di pasticceria letteraria (e non) autori diversi si firmano con qualche pseudonimo. E così, seguo l'imbarazzante performance di alcuni (uno) sputasentenze, che non hanno una visione completa della realtà, non hanno che una conoscenza superficiale delle questioni su cui decidono, e danzano allegramente, nudi in pubblico, senza che sia possibile fermarli. E se calcolate che io non conosco nessun Wittgenstein, e che non sono Godel, potete ben immaginare quanto la situazione trascenda ogni mio controllo. Comunque, chi se ne importa.

D'altronde, Wittgenstein era così convinto delle sue ragioni, che anche quando Godel gli disse: "la tua interpretazione è errata", non si fermò. Trovò anzi chi gli diede retta (beh, insomma, qualcuno che capì quella che oggi si chiamerebbe "una provocazione").

Intanto, parlando d'altro. Io sto sempre lavorando e scrivendo. Poiché non è richiesta la mia presenza in altri ambiti, ovvero "poiché non sono utile nelle circostanze più gravi", non penso che avrò impegni a media scadenza nelle circostanze meno gravi. Insomma, ho tutto il tempo libero che voglio per scrivere un racconto di fantascienza, che non pubblicherò qui e di cui non parlerò più. Non vado in nessuna Svizzera, ma mi occuperò di me. E del mio braccio bloccato al collo.

 

25 marzo, 2009. Altra conseguenza. L'indimostrabile è vero, il dimostrabile no. Insomma, non è che sia proprio falso... Però noi, con le nostre mani, gli occhi che guardano le nostre mani, gli occhi che guardano attraverso gli occhi... Voi vi sentite così veri? Dopotutto? (PKDick, sì stalker, Dick dava di matto proprio mentre Godel moriva di fame da qualche parte, ma i teoremi risalgono al 1930). E non abbiamo nemmeno iniziato a leggere la famosa "prova di Dio" (l'avevamo letta in gioventù, capendone: NULLA), eh, siamo solo all'incompletezza 1 e 2... Eh.

Niente cibo per gli stalker, qui.

25 marzo, 2009. No, cari stalker. Non vi credo più. Fate i buoni per un giorno, e appena mi azzardo a tirar fuori il capino dal mio nascondiglio matematico, colpite senza nemmeno leggere. E allora, altra lezioncina su Godel.

A proposito, sapete che è morto di fame? Sì. Beh, perché riteneva che intendessero avvelenarlo. Mmm. Sì. Sì, certo, a voi non succedono queste cose. Già. Inoltre ha sposato un'anziana ballerina. Mmm. No, ballerina di varietà. Sì. Mmm.

Sì, dunque, Godel mi è veramente molto simpatico.

Uno che è arrivato al cuore del Circolo di Vienna, dove Carnap, Neurath, Wittgenstein e tutti gli altri spargevano sabbia di neopositivismo su ogni cosa, fingendosi neopositivista. C'è una sua lettera, cancellata con un frego alla Isgrò o alla Genna, che lo prova. Ma la lettera è stata trovata solo molti anni dopo la sua morte.

Sostanzialmente, Hilbert e Neurath sono seduti nel salotto. Fumano sigari. Non si degnano di osservare l'ombra del fumo che si proietta sulla parete. Le ampie geometrie ellittiche per le quali non passa alcuna parallela, e nelle quali sono immersi sul loro pianetino, non li interessano. Stanno discutendo del corollario che Carnap o Von Neumann vogliono presentare al prossimo Congresso di tutti i Matematici Neopositivisti di Germania. In pratica, non c'è altra matematica possibile al mondo, eh eh. Un corollario che i colleghi esporranno, in realtà, davanti a una platea deserta: il giovane ventitreenne che ha parlato subito prima di loro, cominciando con "Ehm" una breve esposizione, ha vuotato la sala. Carnap sta vomitando sotto lo specchio della toilette. Gli allievi di Wittgenstein siedono sulle code dei loro frac come pinguini della Patagonia, mentre gli Hilbertiani improvvisano una lavagna nella sala dell'hotel Del Re che li ospita (siamo a Konigsberg) ignorando le proteste del rubizzo direttore ("Ma signori, che cosa sono quei pasticci, sulla mia tappezzeria... l'ufficio telegrammi è laggiù, laggiù in fondo, vi dico")... Ma tutto questo, l'anziano Hilbert e il noioso Neurath non lo sanno, non ancora. Non sanno che il ventitreenne Godel, dopo il suo ehm insopportabile, dirà che la matematica si trova (ancora ehm) in una "curiosa situazione". Non sanno che queste saranno le sue precise parole. E che involontariamente, mentre il ragazzo parla, parla, e annuncia una cosa che si chiama Teorema di incompletezza, si sentiranno alquanto scomodi sulle poltroncine. Sempre più scomodi. Si accorgeranno di essere, davvero, in una "curiosa situazione". Sentiranno il neopositivismo prudere nei loro colletti e bruciare nei loro stomaci. Diranno: ma questo? Da dove arriva, questo? No, no, scuola di Vienna. Formalista. Sicuro. Beh, ma quel che sta dicendo... E' di rigorosa impostazione formalista. Assolutamente. Lei dice, Carnap? Carnap, perché è improvvisamente grigio in volto, si sente bene? Grigio, bianco, verdino, lei si sente male, professore... Intanto Godel concluderà la sua relazione, non lunga, senza mai scoprirsi. Tesserà le lodi dell'aritmetica formale di Hilbert, e chiederà ai presenti di verificare con lui che l'aritmetica di Hilbert sia sempre ben salda al centro della sua rapida, beh, anzi ehm, rapidissima, esposizione, mentre fa strame del neopositivismo. Un piccolo carbonaro che dice ehm. Soltanto adesso, nel salotto, mentre fumano i loro sigari, Neurath e Hilbert potrebbero intuire che il ragazzo sta preparando qualcosa. Ma loro non si voltano. Non è entrato nessuno. Un ragazzino. Eppure, se si voltassero, avrebbero forse una visione diversa del luogo in cui si trovano, e forse del mondo, mentre lui, il Godel, li osserva piegato di lato, con uno strano sorriso, come se cercasse di capire che cosa gli ricorda quella scena, e dove l'ha già vista: forse si accorgerebbero di essere due teste che sbucano dal divano, davanti a una parete di tappezzeria giallina, sulla quale le volute di fumo proiettano immagini di liane, alberi, tralci di vite, trottole, fiori, faccine umane, soli, pianeti, mondi, mentre si tratta solo di fumo, a ben vedere, solo di fumo. Niente altro che ombre di fumo, dentro una caverna.

 

24 marzo. 2009. Ah. Una piccola conseguenza matematica in quanto appena capito, mi pare la seguente. Se una cosa è vera proprio perché è indimostrabile, non c'è niente come dimostrarla per renderla non vera. Motivo per cui, non avendo nessuna intenzione di rovinare niente, guai!, in punta di piedi ci limiteremo a non cogliere nessuna mela da nessun albero del bene e del male. Non sia mai.

 

Provando a ragionare più sensatamente, vi dirò che ciò che ho studiato mi spiega che proprio il fatto di non poter dimostrare un certo elemento, lo rende in qualche modo indiretto "vero". E' quasi, ma non lo è (lo dico per spiegarlo, ma attenzione, non lo è, è proprio tutto il contrario) un ragionamento per assurdo, di quelli in cui si nega qualcosa per osservare che era impossibile negarla. Diciamo che è un assurdo tangenziale. Allora.

C'è un teorema che dice che una tale y non è dimostrabile nella tale aritmetica particolare (AT), che è corretta se contiene solo enunciati veri. Ma se tale y non è dimostrabile, e tale aritmetica è corretta (cioè contiene cose vere), abbiamo che y è comunque anche vero in un certo senso intuitivo (perché quella è l'aritmetica degli enunciati veri), ma non dimostrabile. Cioè è vero proprio perché è indimostrabile; al contrario di quel che pensano i postmoderni, che danno la precedenza al fatto che questo sembra uno stop per la scienza, io darei la precedenza al fatto che questo è un ok per la verità. Il problema è: tale aritmetica AT è corretta? Sì.

Di più. Quel demonio (non sto usando un nome a caso) di "non y" (non trovo qui il simbolo, è un trattino con la punta piegata) dice di essere il contrario del vero, e non è dimostrabile, e quindi ancora una volta l'aritmetica tal dei tali dice il vero: "non y" è falsa, ma non dimostrabile (nemmeno quanto basta per far scattare il paradosso del mentitore!)

Quindi ha ragione Platone. Almeno nel ristrettissimo ambito di un'aritmetica formale in cui l'uno si scrive 0', il 2 si scrive 0'' e così via. Ahimè, non è un ambito molto vasto.

Uf.

Però, Platone, eh?

 

 

24 marzo, 2009. Gli stalker mi infastidiscono oltre ogni accettabile limite. Sono già pesantemente colpita da quello che accade a me, alla mia famiglia e ai miei amici, e non accetterò oltre il fastidio di un anonimo molestatore. Non seguirò più i tag del sito.

Impossibile scrivere (ma non avete altri siti, dove disturbare una qualche scrittura? non ne avete a bizzeffe?), torniamo a dedicarci alla matematica. Notizie ambivalenti dal mondo di Gödel. Boolos, Burgess e Jeffrey scrivono che la conseguenza più importante della rivoluzione Gödel è ciò che emerge a proposito delle nozioni di verità (nei sistemi standard) e di dimostrabilità (nei sistemi formali): "esse non coincidono in alcun modo". Quasi yu-hu. Purtroppo, tutti i risultati vanno intesi appunto solo nei sistemi matematici. Beh, forse non proprio. Gödel e Wittgenstein a quel che ho letto non si incontrarono mai, ma ebbero da dire più che qualcosa (di non esaltante, specie da parte del "platonista" dei due) l'uno dell'altro.

Quindi ancora avanti. Ah. Se qualcuno non sa perché in un sito di letteratura modernista e post postmoderna ci si occupa di Godel, forse non sa che cos'è il postmoderno. In tal caso, consiglio un po' di studio.

Matto e disperatissimo, come il nostro.

 

23 marzo, 2009. Il Carnevale del Male.

Non posso scrivere del Male. Sono tutti indaffarati a scacciarlo. Bisogna essere i giullari della Terra. Fare una smorfia. Fare una giravolta. Il Loro Male. E' tutto loro. Il Male quando è Male, il Bene quando è Bene. Loro soffrono. Dal cassetto delle consolazioni, pescano di volta in volta il giullare di turno. Poi, il Bene è tutto loro. Odio il sorriso. Odio il saluto. Odio il Male. Odio il Carnevale del Male. Se tolgo la maschera muoiono tutti, pare. Mai avuto Bene. Si capisce, pare. Sono delle farfalle idiote, certe volte penso. Meglio se sto per conto mio. Io rido, ma non posso ridere. Io sto Male, ma non posso stare Male. Non posso ridere del Male. Posso ridere un finto Bene posticcio, un baffo incollato, un naso di plastica. Ma dentro. Ho così tanto Male che riderei. Ma non posso ridere di quello di cui rido. E non posso piangere di quello di cui piango. Quando rido, piango. Ero ferma a piangere, perdo un giro. Spingevo. Perdo un altro giro. Rido. Piango. Ho portato un gelato. Si è sciolto. Perdo un altro giro. Torno indietro. Altro Male. Lavorare. Ridere. Altro Male. Giro. Fermarsi. Basta. Mani sulle spalle. Basta. Sorrisi. Basta. Vedrai. Basta. Volto la testa verso la parete e scrivo la mia parte segreta di Male che secondo loro

nemmeno mi spetterebbe.

 

22 marzo, 2009.

Preghiera in gennaio
Lascia che sia fiorito
Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima
e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare
quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno
risplendono le stelle.

Quando attraverserà
l'ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte
venite in Paradiso
là dove vado anch'io
perché non c'è l'inferno
nel mondo del buon dio.

Fate che giunga a voi
con le sue ossa stanche
seguito da migliaia
di quelle facce bianche
fate che a voi ritorni
fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra
mostrarono il coraggio.

Signori benpensanti
spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai santi
dio, fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte
che all'odio e all'ignoranza
preferirono la morte.

Dio di misericordia
il tuo bel paradiso
l'hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura
l'inferno esiste solo
per chi ne ha paura.

Meglio di lui nessuno
mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare.
Ascolta la sua voce
che ormai canta nel vento
dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

(F. De Andrè)

 

22 marzo, 2009. Sugli errori di Deleuze a proposito di Godel. Sugli errori del postmoderno a proposito di Godel. Sullo studio di un sistema formale. (è come dicevo io, nonostante le mie insicurezze, era vero quel che sostenevo io)

 

22 marzo, 2009. Beh, ne valeva la pena? Ho mal di testa, la casa piena di foglietti con su scritto "x è vero è falso è vero", un intero quaderno fitto fitto di <y, 33, y>, di 0', 0'' e 0'''. Disordine ovunque, una scatola di pizza su cui è scritto "omega coerente". Gli occhi che lacrimano arrivando a "L'aritmetica AT è coerente e 1=0 non è dimostrabile". Un odio amore per y. Il fatto che abbiamo scoperto che ciò che cerchiamo è un numero naturale, ma non è 0, 1, 2, 3 o qualsiasi altro numero naturale, ma forse un numero sovrannaturale. Che non sapete cos'è. E' il modello non standard. Non nello spazio geometrico, ma in aritmetica. Il punto esatto in cui lo spaziotempo (quali sono le funzioni equivalenti Sost(x) Coer(x)?) nella mia testa si piega.

Accidenti, se ne valeva la pena.

Meglio Godel.

 

Comunque, 21 marzo, 2009. La maggior parte dei discorsi che sento ora, è superflua. Questo è il primo effetto dello studio delle formule. La matematica è molto più interessante e acuminata, e offre alcune possibilità di risposta. Non so se la mia è una reazione emotiva al momento, o se è un effettivo sviluppo del senso di fastidio che provo, ultimamente, per tutto ciò che ha un sospetto di perdita di tempo. Davanti ad alcune teorie si prova un senso di dolore che è ancora più acuto rispetto agli abissi mostrati dalla poesia, e niente affatto astratto. Immagino che se capirò mai di più, riuscirò a cogliere anche nelle mani che creano formule quel certo compiacimento narcisistico che in questo periodo mi infastidisce della scrittura, ma per ora vedo solo dei tentativi, seri, disperati, di risolvere i nostri limiti. Limiti che davvero questo secolo ha sfiorato, in modo più doloroso e aspro di quanto un'ottimista innata come me può percepire, ma di cui può liberarsi.

Perché lo dico? Perché non credevo possibile una simile sintonia di sentimenti. Di aspirazioni. Di preoccupazioni. Con dei matematici.

 

 

Ok, Godel è cattivo. Pensavo: sostituiamo tutto. Oggi mi sveglio e apro il capitolo e il capitolo dice: godelizzazione! Sostituire tutto con numeri. Tipo, lo 0 è 3, lo = è 5. Vaff... Godel, anzi 20 1 6 6 1 12 3 19 10 13.

 

In un sistema S coerente, c'è questo postulato indecidibile. E per di più, con un simile postulato, il sistema è incoerente, né più né meno che nel paradosso del Mentitore e nonostante la diversa sintassi del formalismo, anzi, più ancora in essa. Questo dice la form(ul)a preliminare di Godel. Niente panico: non siamo ancora arrivati alla formulazione completa. E in ogni caso avremmo già un'idea. Infatti l'idea ci viene dalla genetica, che stiamo studiando simultaneamente: Però sarebbe troppo complicato parlarne in un sito di letteratura.

Oppure no?

 

ora, un poco di concentrazione: x appartiene all'insieme y per qualsiasi proprietà alfa di x. Davvero alfa può essere qualsiasi proprietà? e se fosse la proprietà di "non appartenere all'insieme y"? Qui:

La metamatematica di Hilbert mi piace un po' di più della matematica. (per il mio lettore preferito: eh, certo che sto arrivando a Godel, io quando prometto, prometto. E tu sai cosa ho promesso. Stavolta capirò. Ne farò qualcosa, santo cielo. E bada che per una che al classico non ha nemmeno studiato gli insiemi, non ci sto nemmeno mettendo molto)

 

 

La lingua in cui stiamo parlando non è necessariamente la lingua di cui stiamo parlando. (A. Tarski)

 

 

 

 

 

(immagine della Terra, rimossa)

 

 

 

 

 

 

16 marzo, 2009. Sette Moderniste

interrompe per qualche tempo le pubblicazioni.

16 marzo, 2009. Un romanzo non può cominciare senza la verità. Ma la verità è soltanto il confine di ciò che si conosce, o di ciò che si immagina di conoscibile e inconoscibile e oltre. E' molto probabile che noi siamo abbondantemente fuori strada, all'inizio di un sentiero, con le spalle voltate al paesaggio, al buio e con gli occhi chiusi, rispetto alla verità vera, chiamatelo Eidos, se pure c'è. Però perfino per la nostra piccola verità, se il nostro sforzo è vero e non di maniera, la differenza si vede. O meglio, si dovrebbe vedere. In realtà, tutti hanno abbandonato da tempo la verità, anche la verità seconda. Ne fanno addirittura una bandiera, del loro abbandono.

Questo perché accanto alla verità corre il fiume di sangue di ciascuno, e noi vogliamo apparire, a tutti coloro che ci circondano e infine anche a noi stessi, come esseri privi di sangue. In modo che, non conoscendo la nostra verità e il nostro fiume di sangue, nessuno possa aprirvi una ferita, noi compresi.

Molte persone mi detestano. Molte persone mi hanno conosciuto al culmine della mia capacità di difesa. Molti tentano di insinuarvi un cuneo, per distruggerla. Anch'io, ma in modo diverso.

Senza difese, nessuno di noi resisterebbe un solo secondo in questo mondo. Considero una difesa estrema, per esempio, il nichilismo di una ragazza di cui lessi il commento su un sito tempo fa, e che mi colpì profondamente, non nel senso che credeva lei. Questa ragazza, annoiata, levigata donna da film d'autore, scriveva nientemeno che da New York, e nientemeno che dal bordo del letto, dal quale dichiarava con indolente disprezzo di non aver motivo di alzarsi. E distruggeva, con studiata indifferenza perfino alla studiata indifferenza, qualsiasi non dico opinione, non dico idea, ma semplice parola. Dichiarava inoltre di avere sollevato la testa dal cuscino solo per ingoiare altre pillole e poter ritornare nella sua abituale condizione. Dichiarava di aver visto tutto, di aver provato tutto, di conoscere tutto, e di non essere interessata a niente, nemmeno alla stessa miccia della conoscenza, nemmeno al suo esordire. Forniva quale prova un riassunto ammirevole delle più recenti formule filosofiche, delle più modaiole verità scientifiche, e delle più avanzate teorie economiche su come va in verità il mondo, cioè senza che ci sia bisogno del nostro mignolo.

E dal suo punto di vista, aveva ragione.

Mi colpì, perché non si poteva negare che esercitasse un certo fascino. La sua noia esalava un certo sentore di pace, naturalmente profumato di morte e di deboscia quanto bastava per farsi esotico. Erotico. Neomillenario. Decadente.

Mi limitai a classificare la ragazza come "andata", mi sentii molto forte di tutte le mie energie di miccia, di tutte le mie romantiche (era la discussione sui postromantici, no? ve la ricordate?) forze creative, e accantonai con un'alzata di sopracciglia il problema.

Vi è un disegno, nell'essere delusi. Un disegno tragico, non del singolo, ma molto umano. Perché sulla strada accanto, le difficoltà potranno apparire insormontabili, ma insormontabili non sono. Tuttavia, tralasciando il disegno, prendete quella ragazza.Spiegatele che il mondo per come lo conosciamo è come la lettera a scritta sullo schermo di un computer da un programma. Noi vediamo solo la lettera a (come bambini leggiamo "a", disegniamo "a", teorizziamo "a" in tutti i modi possibili, magari schiacciamo il tasto "a", poi passiamo a "b", forse a "c"). E con questi sforzi, non siamo ancora arrivati a tutte le lettere dell'alfabeto. Ma soprattutto, non siamo ancora arrivati a capire la tastiera. E quando capiremo la tastiera, dovremo ancora capire l'intero computer. E se coglieremo il computer, dovremo comprendere ancora la rete, cos'è come funziona, e poi la rete elettrica, gli altri utenti e così via. E attenzione: non sto parlando di informatica, ma di universo, universi e strutture di universi. La ragazza, appena tenuta sveglia, ricadrà probabilmente su un cuscino biascicando qualcosa sul sesso e sulla morte, non appena avremo finito con gli esempi.

Tuttavia, che a lei importi o no, che le serva o no oggi, le cose stanno davvero così. Il materiale che abbiamo sottomano è appena una stuzzicante premessa di un complesso molto più ampio di conoscenze, e la verità che rifiutiamo di allargare è come il palloncino che abbiamo appena cominciato a gonfiare e fa quel tanto di resistenza che basta a farci credere che sia già pieno d'aria.

La resistenza la sentite: è forte. E' il muro, è la parete dell'incomprensibile.

Occorre tuttavia ben altra testa, per arrivare a ciò che c'è oltre. Noi tutti, e dico tutti e sei miliardi, non uno escluso, abbiamo in effetti compiuto o stiamo compiendo in un lasso di tempo immotivatamente lungo il percorso della prima conoscenza, dell'infarinatura. Accade a turno, di civiltà in civiltà. Propongo che ci si sforzi per concentrare tutto lo scibile umano in qualche marchingegno o microchip da innestare nel nostro Dna, ennesimo gene di un codice già abbastanza complesso ma NON ANCORA così complesso. In questo modo, non dovendo perder tempo a studiare Napoleone, il confine della Svezia e le equazioni di secondo grado, così come le api non studiano la danza per indicare la zona del polline ma l'hanno già scritta nel Dna, spero che si possa finalmente tutti insieme occuparci di quel che viene dopo.

Allarghiamo la verità. Ciò è sostanzialmente già in atto, di generazione in generazione, e si sostanzia nell'apparentemente casuale notazione che i ragazzi d'oggi sono più svegli di quelli di qualche decennio fa. Ma vogliamo deciderci a inventarlo, questo chip genetico?

Io ve lo giuro...

Ma per oggi ho già chiacchierato troppo. Vedete bene che il tono è sempre lieve. Domani torneremo proprio sul motivo per cui il mio tono in questo periodo è lieve.

Un saluto alla ragazza di New York, se è ancora lì.

 

(Racconto rimandato: ho detto che sono lieve, ma devo riposarmi. Però tranquilli, continua la leggerezza, e nel racconto horror  - appunto soltanto rimandato - non ci sono personaggi maschili. Davvero!)

Stanotte o domani, un racconto lungo che farei meglio a vendere per diventare miliardaria. E' un racconto horror, ed è intitolato "Le amiche". Per la crudezza dei temi trattati, conviene forse avvertire che è vietato a chi è debole di stomaco. Quindi invitatele tutte.

Però forse non si possono scrivere certe cose su Internet: se c'è un editore di horror, che si faccia avanti, ho un sacco, un sacco di ottime idee.

15 marzo, 2009. Ecco una festa che festeggiamo ogni anno, le IDI DI MARZO, yeee. Sì certo, il periodo in cui "Brute, tu quoque", l'assassinio di Cesare e così via. Ma noi ce ne occupiamo solo perché è uno dei due giorni dell'anno in cui è bello chiamarsi Ida. A scuola, tutti studiano le Idi di marzo, e le poche Ida del mondo hanno solo questo, il monte Ida e il guerriero dell'Iliade per non sentirsi penalizzate da un nome così arcaico. L'altro giorno è: il mio onomastico, che scivola secondo i calendari dal 3 al 27 aprile (cosicché tutto il più crudele dei mesi è mio).

- Ma poiché per solIDArietà con un amico vogliamo essere più lievi, vi racconterò che ieri, poiché mi annoiavo a morte, ho letto più di un libro. (Ce n'è anche uno che non mi è piaciuto - francese - , uno straordinario - americano -, e uno che recensirò - italiano). Uno in particolare mi è piaciuto molto, ed è un saggio, un breve testo di divulgazione di Dawkins, meno bello del suo "Gene egoista" ma ugualmente utile. Pensavo di deprimermi, poiché parla di sopravvivenza della specie e io non sono un modello di "vincente" dal punto di vista della riproduzione, almeno per ora, invece mi sono divertita un mucchio a leggere di come i salmoni del Pacifico - non sto scherzando, sto parlando della mia vita sotto una metafora che può servire alla mia sopravvivenza - dicevo, di come i salmoni del Pacifico muoiano per riprodursi, mentre i salmoni dell'Atlantico sopravvivano, ma siano, ehm, meno efficaci in campo riproduttivo.

E sapete cosa vuol dire (nella mia lettura tolemaica di Dawkins)?

Vuol dire che i salmoni del Pacifico massimizzano, cioè fanno vincere, il loro bagaglio genetico iperriproduttivo, mentre i salmoni dell'Atlantico preferiscono vivere a lungo. Altre specie, alla riproduzione sacrificano tutto (il maggiolino! il maggiolino è un organo riproduttore puro!), mentre altre specie hanno taaalmente sviluppate altre potenzialità, che tutte intere o in gruppi di popolazione relegano la riproduzione a un optional: le api operaie, i maschi delle api, una serie inconcepibile di tipi di pesci, foche, uccelli, e altri animali, tra cui l'uomo! E non solo non si riproducono perché, poniamo, sanno cantare troppo bene (lo scricciolo!) o costano meno come popolazioni o nascono per niente, come credevo io, ma perché hanno una funzione precisa che è in alcuni casi consentire la vita della specie in altri modi (perché il loro gene si è comunque già riprodotto attraverso cugini o fratelli, compresi quelli "sconosciuti", i dodicesimi cugini, i quattordicesimi cugini!!!), o accudire la specie, oppure essere rari ma longevi e (questo lo aggiungo io, ma non è logico?) sviluppare le arti e le scienze oltre ogni misura. Mettere lì tutte le proteine, invece che nell'esercizio del riprodursi. Così, tutto sommato, non è poi così male finire con l'essere, un giorno, un salmone dell'Atlantico, se si può scrivere come scrivo io.

Eh eh, vero che fa ridere?

 

Forse non è un patto tanto scellerato, quello di astenermi dalla tristezza per un mese. Se ho fatto piangere qualcuno, di sé e non di me, mi dispiace. Mi si chiede una breve pace. E io, dall'altare delle mie preghiere mai esaudite, consento.

 

12 marzo 2009. Io!

Io sono come uno che continua a voltarsi sperando che ci sia ancora posto nel teatro, e lo trascinano fuori per la giacca. Ma lui continua a voltarsi, un occhio più grande e uno più piccolo, sempre più di sbieco, finché non è quasi di spalle, è una nuca nuda senza espressione, un colletto solo un po' tirato sul collo, il taglio dei capelli di nuovo quasi regolare. E quando è lontano si volta ancora.

Lo fa davvero per guardare se c'è posto nella sala, o per lasciare il ricordo della sua faccia, che infatti avevamo già dimenticato?

Lo fa per ricordarci com'è la faccia della speranza, che ride ogni volta quando sfugge per un istante alle mani di chi l'acchiappa, e guadagna ogni centimetro verso quello che non può ottenere. Per ricordarci che ciò che noi abbiamo, lui non l'avrà. E che mentre lo spettacolo inizia, e già ci annoia, oh, se l'avessimo lasciato entrare, se avessimo sciolto le mani e lasciato guizzare quell'incredibile torsione umana, se avessimo lasciato scattare la molla ed entrare lo stupido, l'ultimo, il più felice degli idioti, e al buio avessimo continuato a spiare la sua immensa felicità, la sua sospensione a ogni scena, il suo terrore a ogni svolta, le sue lacrime nel finale, forse avremmo capito dello spettacolo qualcosa che ci manca e al quale anche noi non siamo ammessi. E senza il quale non conta il titolo del copione, il nome dell'attore o la durata del dramma, e nemmeno chi lo sta guardando.

(Ida Bozzi, 12 marzo 2009)

 

10 marzo, 2009. Povero re barbaro. Dopo i suoi guai con la regina Opima e l'imperatrice Teodora, la Dieta Barbara si riunisce alla tavola rotonda per discutere il caso. Siedono: Roland il pipistrello cantore, Mefisto in qualità di consigliere straordinario, e una dozzina di Druidi così uguali tra loro, con la barba e le tuniche color ali di fata, che sembrano ritagliati tutti in fila da un foglio di carta piegato a fisarmonica. Il barbaro finge di non ascoltare dallo scranno dorato, che ha di nuovo occupato dopo lo scambio scherzoso con Mefisto, ma si è impegnato come Obama a non ficcare troppo il naso nelle discussioni della Dieta. Il portavoce dei Druidi apre i lavori, ponendo la terribile questione: saranno fatti nostri o no, se il re barbaro non è mai felice? La domanda cade nel silenzio della grotta, e per un lungo momento l'unica mozione ai voti è quella di Roland, consistente in un profondo, doloroso sospiro.

"Un giretto per i bar di Bisanzio?" propone Mefisto, con voce già squallida. "Io e Roland potremmo andare avanti, preparare il terreno, annunciare che sta arrivando il Re Barbaro Adaelmo, grande di potere e ricchezze, principe dei principi e grande amatore degli amator d'Omero."

Roland lo osserva disgustato. "E poi? E dopo una o due notti di allegria forzata, reclutata tra gli aloni dei bicchieri sui tavoli e l'odore dei cattivi profumi, che cosa sarebbe del nostro barbaro?"

"Beh," si aggiusta Mefisto la vestaglia da camera sulle cosce pelose. "Non ho parlato di una o due notti. Dico cento o duecento. Qualche mese di follie. Di sperimentazioni. La settimana sado. La settimana maso. Cose così."

I Druidi si guardano le reciproche barbe: "Che diavolo di programma è mai questo? Il nostro barbaro sedimenta lentamente le esperienze: ha impiegato mesi per riuscire ad appendere al chiodo l'icona dell'imperatrice Teodora, e da mesi ancora cerca di decidere se "appendere al chiodo" vuol dire dimenticare, o se vuol dir solo attaccare un quadro alla parete, e tu proponi di trascinarlo in un'orgia dissennata?"

"Esatto. Ma assennatissima, garantisco personalmente."

Roland nicchia. "Un po' di divertimento farebbe bene al nostro barbaro. Ma sono d'accordo con i Druidi. Il nostro uomo è di pasta alquanto differente dai buoni diavoli comuni. Non gradirebbe nemmeno l'idea, figurarsi la pratica."

Mefisto alza gli occhi al soffitto. La pratica. "Sono convinto esattamente del contrario: gradirebbe la pratica, ma non l'idea. Un re barbaro che si dedica all'orgia! E se lo destituissimo? Se lo cacciassimo dal trono? Se lo trasformassimo in un barbaro qualsiasi, atto ad accompagnarsi ad ogni compagnia?"

"Chi caccia chi da cosa?" mugugna il barbaro dal trono, intorpidito ma non sordo.

Roland dà di gomito a Mefisto, e tutti i Druidi si accarezzano le barbe con finta noncuranza. Si corregge Mefisto: "Niente, re, si parlava di battute di caccia. Caccia al cervo, caccia alla volpe, caccia..."

Il re barbaro si stiracchia, si alza e fa due passi, così, senza parere. "Caccia alla volpe, eh?"

"Si programmava un po' di divertimento per Sua maestà," ridacchia Mefisto, coprendosi la risata scarna con una mano.

"Uhm," gli si fa appresso il barbaro. Si crea un piccolo vuoto intorno alla tavola rotonda, tra la spada del re, la testa di Mefisto e tutti gli altri commensali. E' tanto che il barbaro non fa un po' di carneficina, e la Dieta si sente, improvvisamente, un po' troppo proteica.

(segue)

 

9 marzo, 2009. Insomma, così. Il mio lavoro qui è più o meno quello di una sogliola o di un cetriolo di mare. Non so come mi vengano in mente sogliole e cetrioli di mare, ma appunto questo fa parte del mio lavoro qui. Cioè il fatto che anche se mi conoscete, e per l'amor di dio potete considerarvi quasi - che so - miei amici, io ho fondamentalmente appena appena la funzione di farvi spuntare qualche idea, cioè di smuovere i fondali per far schizzare fuori un po' di pastura per voi squali o delfini (tanto carini ma non vegetariani).

Come sogliola, qui mimetizzata sul fondo, io posso al più passare il tempo vantandomi dell'apparato perfetto di ciglia vibratili che mi consente di nascondermi gettandomi da sola la sabbia addosso. Beninteso, il mio organismo è fatto apposta per resistere alla pressione delle tonnellate d'acqua e pesciume vario che compongono il mio habitat. Beninteso, ci si aspetta da me la stessa rapace capacità di sorpresa di tutti gli altri scattanti abitatori dei mari. Beninteso, se capita mi si mangia.

A volte ho l'impressione che quando premo il pulsante dell'analogia, della similitudine o della metafora (per la metafora ne sono quasi certa), voi dimentichiate che si tratta solo di un esempio. Quando mi paragono a una sogliola, detto fatto ritenete di avere a che fare con una sogliola. Quando a un re barbaro, ecco che vi credete davvero imperatori, ambasciatori, regine Opime e pipistrelli. E tutte le regole umane vi saltano tra le dita, e d'improvviso vi ispirate nel trattare con me o al vostro manuale di pesca o al corpus juris dell'alto medioevo. Devo essere più precisa: io abbocco a tutti gli ami e a tutti gli amori, ma resto sempre un essere umano vostro contemporaneo.

Allora? Allora solo poche regole vi governano ora, più fragili di quelle del fondo del mare. La legge, la morale, e poi che altro? Vi muovete molto meglio come organismi marini che come esseri umani. Lo squalo: divora. Il delfino: giocherella. La balena: canta. La sogliola: sguazza. L'anguilla: guizza. Il gambero: indietreggia. Le acciughe: partono. Sì, le acciughe partono, non ve ne preoccupate, è questo che stanno facendo sempre. La stella marina: si disimpegna. L'anemone marino: si pettina. La medusa molle (credevate che me ne fossi dimenticata): si squaglia. La seppia: confonde e se la squaglia.

E l'essere umano che fa? Toc, toc, domando a voi.

 

Ma sì, hai salutato, hai detto qualcosa, che ho immaginazione.

Io ho immaginazione. Potrei allungare un braccio e dal deserto far sorgere mandrie di animali all'orizzonte e fermarli nelle più tiepide pianure a dissetarsi, e con due dita spiccare intorno a loro le strade, e le case, e i campanelli delle biciclette, e le chiese, e far suonare canzoni di bambini come dietro una porta, che si apre su giorni con due soli, tre soli, anelli di saturno grandi come arcobaleni che rovesciano cascate di meteore su civiltà sepolte di nuovo nella sabbia, e ancora dal deserto soffiare vita dentro aloni di polvere e farne ballerine, fantasmi, divinità, angoli di fermate d'autobus e mazzetti gialli di croco tra le piastrelle di un impianto termale abbandonato ai piedi di un vulcano bianco di neve come la sigaretta sull'orecchio di un droghiere con una ruga verticale sulla fronte per le notizie alla radio di un'onda alta sei metri che ha spazzato una casa e ha scoperto un tesoro. Di perle. E di diamanti, di nuovo nel deserto di sabbia. Sì, io non saprei pronunciare una sola parola senza sfilare di bocca un intero mondo, ma tu aspetti qualcuno che un giorno batterà un ciglio e ti aprirà finestre verso ogni mondo e oltre, libero dove io sono prigioniera, faccia che si volta, voce che canta, e mano che saluta dove io sono solo quella che racconta.

Io ho il deserto dell'immaginazione. E lo conosco granello per granello, pugni interi di sabbia, cuori di pietra e lacrime di vetro. Ma sì.

 

6 marzo, 2009. Il lanciatore di coltelli (racconto)

"Qui dentro..."

"Eh?"

"No, sto scrivendo un racconto su di noi. Non c'è magia, capisci? L'aria nella stanza sembra fatta di particelle di metallo e fibra di vetro..."

"E questo è tra di noi?"

"Sì... a ogni nostro movimento i nostri sguardi..."

"Ripetizione! Nostro, nostri. Non mi piace che mi leggi le cose."

"... a ogni movimento i nostri sguardi, mani, corpi..."

"... e altri pezzi che non ti venivano in mente..."

"Esatto. ... muovono onde di pulviscolo freddo."

"No."

"Meglio questo? I raggi nitidi..."

"Sì. Bello, i raggi nitidi. Non rovinarlo. Tutto il resto: via."

"Via? I raggi nitidi. Io volevo dire che i raggi nitidi si appoggiano su tutto e gli danno quel colore..."

"No."

"Quel peso..."

"No."

"Oh, insomma. Vedi quelle lamelle d'argento che cadono dal cielo?"

"Questo mi piace."

"Siamo noi."

"Bello."

"Adesso devo spiegare che ti amo."

"Sì."

"E' un passaggio difficile."

"Sì. Credo."

"Volevo... Mentre le lamelle cadono dal cielo, ho pensato a un lanciatore di coltelli."

"Aha?"

"Solo che le cose che cadono, vengono giù, invece i coltelli lanciati volano in orizzontale."

"Non so dirti."

"Tu non ti senti nemmeno un po', un lanciatore di coltelli?"

"No. Proprio per niente. Li odio."

"Ma nel senso..."

"Li odio ed è un mestiere che non esiste."

"Mh. Quindi, quando dici "aha" è perché non ti piace."

"Aha."

"Ma i lanciatori di coltelli..."

"No."

"Ipnotizzano."

"Ni... "

"Mesmerizzano."

"Già meglio."

"Aspetta... Capisci il contrasto? Non c'è magia, e lei invece immagina l'illusionista."

"Sì. Gli illusionisti però non sono quelli che lanciano i coltelli."

"Ma lo so."

"Eh."

"Pensavi che non lo sapessi? Io so queste cose."

"Sì. Mi lasci lavorare?"

"Metallo. Torno al metallo."

"Non è metallo. Poi, "metallo". Parola poetica. Mmh."

"Dici?"

 

5 marzo, 2009. Cara Teodora, ma io non ti ho ancora avvertito, dice il re barbaro. E' quasi certo che non ti troverò, o che non vorrai ascoltare, e poi non mi piace dover parlar male di Opima, mi limito a difendermi dalle molestie. Così, mentre il mio avatar Ida/duca d'Auge scrive il suo buffo racconto settimanale, penso che resterò in panciolle ancora per un po', conclude il re barbaro. E poi dice una cosa stranissima: avanti il prossimo.

 

8 marzo, 2009. Evitate per favore di distrarmi. A) il mio gatto ha mangiato un intero sacchetto di plastica, B) quando ne avrò voglia, poiché l'argomento è odioso, pubblicherò qui l'episodio in cui il re barbaro deve sfuggire alle attenzioni dell'oscena regina degli Osci, Opima, ed è perfino costretto a mettere in guardia l'imperatrice Teodora dal carattere meschino e gretto dell'Opima, carattere che è tra l'altro motivo principale se non unico dell'insofferenza del barbaro nei confronti della gretta villica.

E poiché tutto nella storia del re barbaro è traslato, il villanzone è avvertito. Se sopporto poco qualcosa, sei tu - non è una scelta tra x e y, sei proprio tu.

 

5 marzo, 2009. Uno studioso di me, cioè un idiota, mi descriverà presto assai semplicemente: "Ama, e ama, e ama, e ama, e ama, e ama, e ama, e ama, e ama, e ama, e ama, e ama; ma NON in fatto di amore."

4 marzo, 2009. E' semplice: vi ho abbandonato. Perché? Ma voi che sapete tutto, non sapete questo?

3 marzo, 2009. Il re barbaro non ha niente da dire, se ne sta curvo sul trono a guardarsi le nocche delle dita. Da sempre non ha simpatia per i visitatori e non ascolta le parole dei cantastorie, ma da qualche giorno ha aggiunto al silenzio quest'altro suo silenzio ostinato. La terra di Ool è stata rubata dai vichinghi, la Mesa di Xerruega dai Visigoti. I pipistrelli hanno temuto una reazione per mesi e mesi. Ma ora che l'ambasciatore dell'imperatrice si è presentato di nuovo alla reggia, sventolando un nuovo trattato che restituisce al re le sue terre e propone nuovi patti alla corona, il barbaro giace immobile come frantumi di statua sul suo soglio, e non batte ciglio. L'unico rumore che si sente nella grotta è quello dello sciaguattare del rasoio di Mefistofele, ospite indesiderato, nella toilette della stanzetta sul fondo.

"Re? Ora potete cominciare a festeggiare, re," prosegue l'ambasciatore, "l'imperatrice vi offre il Trattato di pace Definitivo fino allo scoppiare della prossima guerra. Inoltre vi riconosce Imperatore a Occidente di questa reggia, e signore di tutte le terre annesse, quali che siano, posto che ve ne sia Alcuna. Vi consente infine diritto divino e tocco taumaturgico su tutti coloro che vorranno ossequiarvi, bontà loro. Re?"

Il re barbaro è cupo e nero, come i pipistrelli lo vedono da mesi. E soprattutto tace, con gli occhi fissi sopra le dita e una luce di febbre sul viso emaciato. Ha perso peso, è snello nel solito mantello, e sarebbe splendido a cavallo: ma non si muove dal trono, né di giorno, né di notte, e non partecipa alle parate.

"Non rispondete alla bella Teodora, o imperatore delle grotte e delle tenebre?" si insospettisce il bizantino. Guarda su, tra le ragnatele nel fondo, per incrociare lo sguardo dei consiglieri. I pipistrelli però fanno spallucce.

"Re? Non mi rispondete?" insiste l'ambasciatore, permettendosi un tono scherzoso, "non mi terrorizzate con il vostro solito sguardo di muto saggio triste pensatore? Re?"

Il barbaro inclina appena la testa: "Non è il mio nome."

"Eh?" chiede l'ambasciatore. "Sire, scusate ma non ho capito bene, potete ripetere?"

Il barbaro muove all'improvviso gli occhi febbrili sul bizantino. "Avete nominato un governatore con il mio nome," borbotta infine così piano che si fatica a sentirlo. "Avete diffuso editti e patti e altre carte insensate firmate di suo pugno, ridicoli dettati di questo Adaelmo Re di genia bizantina, mio omonimo e vostro maneggino, specchietto per le allodole, buffone di corte, falsario ingannatore, spargendo ai quattro venti un nome cui dovevate rispetto."

Il bizantino sorride e guarda di lato, cercando simpatia. Mefistofele nell'angolo sciacqua il rasoio nel catino e riprende a farsi la barba. Intanto il barbaro si sta arrabbiando, e si raddrizza sul trono increspando la voce. "Avete usato il vostro usurpatore e il mio nome per invitare Vichinghi e Visigoti in battaglia. E quelli son venuti. Avete chiamato i Persi, gli Indi e gli Euri, a nome mio, per definire i confini. E quelli hanno mandato geografi e invasori. Quando una nuova isola mi veniva strappata, e io chiedevo: a nome di chi s'è combattuta questa battaglia, "nel nome del Re", mi veniva risposto. Quando spariva una montagna, o un intero tesoro veniva pagato in pegno di un territorio espugnato, e io chiedevo: a nome di chi, s'è ceduto questo e quel diritto, "beh, nel nome del Re", mi si diceva."

"Re..." azzarda il bizantino, storcendo un po' la bocca, "l'imperatrice ama scherzare. Voi lo sapete, com'è fatta."

Il barbaro si alza e mostra finalmente un viso deturpato. Il vaiolo, o la lebbra, o la peste, lo stanno divorando già sopra il collo, e ciuffi di capelli ricadono insanguinati sulle guance. Nude ossa sporgono dalle tempie e gli occhi infossati, grigi, mandano lampi cupi, di un'ira elettrica, gelata. "Ebbene dite all'imperatrice," si interrompe un attimo il re, nel silenzio sussurra il nome di Teodora, e a Bisanzio l'imperatrice sola davanti allo specchio sente un brivido, e guarda fuori, nell'istmo, sull'orizzonte prima del tramonto, "di proporre la pace al suo Re, al suo usurpatore. Non a noi. Di noi, ha perso il nome."

L'ambasciatore ridacchia, indietreggia, distoglie lo sguardo dal volto disumano del barbaro. "Sire, quello dei nomi è stato solo un gioco passeggero. Ora, vedete, è a nome vostro il Trattato, e l'Impero, e io son qui per voi..."

Il barbaro scende il primo gradino del trono, e si solleva in tutta la sua statura.

"Ma guarda guarda come è diventato più alto," si scosta un pipistrello, sfiorato dai pennacchi della corona lassù nella sua volta. L'ambasciatore indietreggia ancora di un pochino.

Il barbaro decide. "Dite all'imperatrice che mi cerchi con il mio vero nome. O non mi cerchi affatto."

L'ambasciatore sorride, sforzandosi di resistere all'inquietudine che il nuovo aspetto del re gli ha provocato. "Sire, lei non vi cercherà..."

Il barbaro inclina la corona di lato: "E come potrebbe cercarmi, se non sa come mi chiamo? Come potrebbe ingannarmi, se non sa più a quale esca abbocco? A quale musica ballo? A chi farà firmare i falsi editti insensati, se non mi chiamo più Re? Se non c'è l'uno, come può esservi l'altro?"

"Magari il barbaro si chiama Nessuno," avverte Mefisto sporgendosi in vestaglia dai vapori del bagno, appena mezzo sbarbato, "oppure no. Ma se non si chiama Nessuno, allora è Qualcuno? O è Nessuno-Due-Volte? Oh, difficile a dirsi. Difficile a dirsi". E riprende a sbarbarsi. L'ambasciatore si volta e lo guarda, si sforza di riconoscere l'intruso sotto la schiuma, gli pare grassoccio, tondo, di aspetto familiare, ma non riesce a vederlo distintamente, così impiastricciato.

Il barbaro sul trono torna a tuonare, brutalmente: "Dite all'imperatrice che non mi avete trovato."

 

28 febbraio, 2009. Se stai consumando la tua cena al tavolo di un ristorante, non alzare la testa per guardare la gente seduta intorno a te.

Vedi il ragazzo alto con le guance coperte di una barba morbida, da studente, e vedi la ragazza esile, con il vestito pulito e leggero, li vedi che si osservano. Annoti qualcosa, il piano legnoso delle scarpe piatte di lei, l’avambraccio rigido e lungo di lui. Ti domandi perché lo fai.

Torna a guardare in fretta la tua insalata nel piatto. Descrivi una foglia. Descrivi la goccia d’olio che scivola lungo il bordo ondulato della foglia, e il colore verde pallido dell’insalata. Ma lascia stare gli umani. Non occuparti di quanto lui ama lei e di quanto lei ama lui, né di che cosa significhi amore, né del fatto che si sono incontrati probabilmente a quel tavolo, presentati da amici comuni, e hanno iniziato a parlare guardandosi, con un’implicita intenzione. Hanno parlato di film, già sapendo che esattamente di quei film avrebbero parlato. Lasciali stare. Non metterti a pensare. Evita di immaginare lui, con gli avambracci come due maniche di burattino, seduto di fronte a un’altra lei, con l’ovale del viso un po’ diverso, più bionda, come l'altra ragazza seduta allo stesso tavolo, ma più vicino all’uscita del locale. Evita di giocherellare con i tratti somatici dei loro figli di là da venire. Più biondi, meno biondi. Le scarpe piatte, il tacco più vistoso. I denti più piccoli, i denti meno piccoli.

Guarda il tuo piatto, piuttosto. La ragazza più bionda vicino alla porta si alza sui tacchi, non si sente bene, fa una smorfia e stringe una mano sullo stomaco, ma con l’altra mano fa segno che è una cosa da poco, solo vuole tornare a casa. Gli amici in mezzo salutano. Il ragazzo con la barba da studente sta portando alla bocca un cucchiaino con un assaggio di panna, e annuisce mentre la ragazza con le scarpe piatte dice che è buono.

Torna alla tua insalata. Non è un’asta, nessuno offre di più, non ha importanza. Non soffrire. Immagina che una sedia voltata dall’altra parte è il destino. Un giorno questi due saranno vecchi e cammineranno lungo un molo, e lui avrà un malore improvviso, e lei gli si inginocchierà vicino. Gli occhi le diventeranno lucidi. Il cielo sarà tumefatto di lacrime. Questo è il cucchiaino di dolce che stanno assaporando tra tutte le persone della stanza. La ragazza bionda sarà anziana e passerà con il suo cane vicino al molo, vedrà il capannello di persone, un uomo a terra. Andrà ugualmente a guardare l’orizzonte sulla punta della baia, la gastrite sarà probabilmente guarita da anni, ma la donna sistemerà meglio il maglione sullo stomaco per via del vento freddo, che a quell’età è fastidioso. Osserverà la striscia di cielo sgombro tra i cirri gonfi di pioggia, con il colore rosso che annuncia una buona giornata per l’indomani. Chiamerà “Bobi”, e il cane arriverà correndo, lasciando stare i gabbiani.

Descrivi l ’insalata nel piatto. Descrivi la tua forchetta che mescola le foglie, e ne infilza alcune che gocciolano olio.

 

 

27 febbraio, 2009. Ma sì, la domanda "perché" non è scienza, lo sappiamo. Quello che stiamo chiedendo è se le scienze hanno detto il vero, sostenendo che la domanda è loro estranea, o se si sono liberate di una domanda inesprimibile (prima ancora che irrisolvibile o scomponibile) da parte di un robot concettuale umano.

La seconda domanda è se il "robot concettuale" non ha già preso il controllo del nostro mondo.

 

26 febbraio, 2009. La matematica è in grado di spiegare, con un'equazione, il proprio scopo?




castATsettemodernistePUNTOcom

 

“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).