LA LEGGENDA DEL SOSIA ERRANTE
“Cossa te è capitato?”
Vana Olker, la lavandaia, era uscita dall'albergo poco prima, salutando tutti con vivacità: aveva confessato alle due ragazze della reception che intendeva salire in auto fino alla Casa, "da quei tizi famosi dello Show", per spiare "quello alto coi capelli lunghi" e farsi dare "un autografo con la dedica, se è gentile, e senò, va in mona".
Invece non era neppure uscita dal parcheggio, e ora rientrava nell’atrio del LookOver Hotel con il cappotto coperto di neve e gli occhi sbarrati. Stava ferma davanti al banco della reception come un cliente che non ricorda il numero della stanza.
“Allora?”
Vana non rispose. Alzò gli occhi al soffitto in modo innaturale, e si afflosciò sul pavimento. Subito le ragazze, e un paio di clienti dell’albergo, le si precipitarono intorno, urlando che occorreva chiamare il medico e “fare aria, fare aria”. Si calmarono solo quando videro che Vana non era svenuta; ma aveva occhi mobilissimi e guardava qua e là disorientata, e questo era un segno che non sapevano interpretare. Incinta poteva darsi, ma lei fece di no, vagamente, con la testa. Il mâitre di sala, richiamato dal clamore, si affacciò a osservare la scena e andò subito a chiamare il padrone, che conservava in direzione una valigetta del pronto soccorso; intanto, gli altri tenevano tranquilla la donna, le raddrizzavano le gambe, le toglievano dalla faccia i capelli rossi umidi di neve e soprattutto cercavano di capire dove guardasse, chi cercasse e di che cosa avesse paura.
Vana non parlava. Si irrigidiva come una statua se qualcuno cercava di farla alzare. A tratti sembrò che schiumasse bava, ma non era vero: stava solo tentando di sputare una ciocca dei propri capelli impastati di neve, e quando una cameriera, con fare spiccio, l’aiutò, i capelli che le uscirono di bocca erano completamente bianchi. Vana Olker aveva ora cento anni in più, con un ciuffo candido nel bel mezzo della testa.
Finalmente arrivò il padrone, con la scatolina della Croce Rossa ben chiusa sotto il braccio, intenzionato ad aprirla solo se fosse stato davvero necessario, e con un bicchiere di grappa in mano. Passò la grappa alla cameriera, che la offrì a Vana. La donna si bagnò appena le labbra, schioccò la lingua, e con aria febbrile domandò.
“Cos’è capitato?”
“Sei tu che devi dirlo. O non ti ricordi? Non si ricorda,” disse la cameriera agli altri, scrollando la testa, metà medico di telenovela e metà detective di telefilm. “Un ladro? Ti hanno aggredito? Allora?”
“Niente,” iniziò Vana. “Non è capitato niente.”
Si tirò indietro appoggiando la schiena al banco della reception, con l’aria di chi vuol riposarsi. Ma nessuno, nemmeno il padrone, nemmeno il mâitre che aveva due tavoli di austriaci affamati da supervisionare, nemmeno i clienti che dovevano ancora cenare, né le cameriere che avevano finito l’orario di lavoro, né le ragazze della reception che non avevano niente da fare, nessuno si scostò dal piccolo crocchio che s’era radunato intorno. Alcuni, per il motivo che non riconoscevano in quella donna spaventata la dura rossa della lavanderia, che sollevava sacchi di lenzuola con una mano sola. Gli altri, perché all’epoca della fine del mondo, in mancanza di notizie certe dai telegiornali, l’opinione di un testimone, di qualunque cosa fosse stato testimone, era disperatamente importante.
“Niente. Dico, niente,” cominciò Vana. “Io esco e vado al parcheggio a prendere la macchina, e vedo che mi hanno chiuso e che non posso uscire, per via di un pulmino che sta scaricando delle valigie. Quei mona che ti si mette davanti... ,” Vana era di Treviso per parte di madre.
“Xè i tedeschi che arrivano stasera, allora. I xè fora?” ciacolò una cameriera, una bellunese ariosa.
“No,” rispose Vana, rianimandosi un po’, “i xè quei della Casa, su, dello Show. Pazienza, dico, e aspetto: prima me ne sto vicino alla mia macchina, in piedi, per far vedere che insomma, c’è gente che deve far manovra, poi mi accorgo che quelli del pulmino xè i tizi della Casa, proprio; quelli espl... espe... cacciati via, insomma. La Post, e poi l’uomo, quello là, che a me non me piase, se ciama... se ciama...”
“Hard B, Hard Boiled,” strillò uno dei clienti. S’era seduto in una poltrona e aveva ordinato uno Spritz. “E allora?”
Vana tirò su col naso, e riprese: “Hard, ecco. Allora niente, vedo che stanno lì a parlare tra di loro due e a guardare su, alla Casa: e gli portano le valigie dentro nell’albergo e loro niente, gli stringono la mano e loro niente, il pulmino prende e va via e loro niente. Io non so, forse salgo in macchina, non ricordo. Ma... Lei, la Post, guarda un’altra volta su alla Casa e si mette a gridare: il black out, il black out, la prova di Snow White è il buio! Guardo, e la Casa è proprio tutta buia. Qui all’albergo è tutto a posto, c’è la luce e l’insegna compagna, ma su, la montagna, xè come tagliata via. Sparita. Cancellata, tutta buia: niente Casa, niente lampioni, niente strada, niente di niente. E il bosco. Il bosco pare i lumini di Natale. Pieno di Luci! Sapete le Luci? quelle che vengono perché il Sole è malato e fa venire il cancro della pelle...? Ma diverse, diverse stavolta...”
“Ma falla corta, che diamine,” ordinò il padrone, agitando la Croce Rossa con piglio imperativo.
“Tieni, Vana. Uno Spritz anche per te,” il mâitre si chinò porgendo un bicchiere di vino spruzzato. Ne aveva preparati una decina, per il pubblico. “Cosa avevano le Luci?”
Vana bevve, schioccò le labbra e disse: “Le Luci si sono messe a scappare, ecco.”
“Come, a scappare,” chiese un cliente.
Tutti vedevano “le Luci”, ogni sera, da settimane: riflessi delle aurore boreali, effetti dell’irregolare attività del sole, dell’inquinamento, del troppo freddo o del troppo caldo, e chi lo sapeva. Se ne occupavano solo i bambini, oramai. Ma scappare, le Luci, mai: anzi, pareva a tutti che si muovessero in modo caotico, con il ritmo insensato delle cose di natura, come il volo dei calabroni d’estate, come il canto degli uccelli al tramonto, come il toc delle pigne nel folto. Venivano, non si accorgevano di te, e ti passavano attraverso come niente. Erano belle da vedere, quando calava la sera, tra gli abeti nel bosco, e se qualcuno aveva pensato ai fantasmi, agli spiriti, per via di quel nero-bianco, nero-bianco, avanti-indietro, avanti-indietro, come in una danza, presto si era ricreduto. Ci si poteva camminare, tra le Luci. Ci si poteva passare in mezzo, come nelle acque di una cascata, e, da dentro, il mondo sembrava chiaro e sfocato, color ciano e viola. Erano spettacolari, e innocue.
“A scappare, a scappare," proseguì Vana. "Prima solo due o tre, da una parte. Poi tutte. I due della Casa se ne accorgono prima di me. “Guarda,” dice lei a lui, “le Luci si dividono,” e lui guarda e dice “c’è qualcosa che le spaventa. Qualcosa che corre velocissimo, lì in mezzo, guarda, guarda”. E si avvicinano al bosco. E lei “lo qualcosa: sta rotolando giù dalla montagna, e sta spegnendo tutte le Luci che trova”, e lui “ecco perché scappano, c’è qualcosa che le distrugge”, e lei “riesci a vedere che cos’è?” e lui “no, è buio, è nero, vedo solo ombre. Eccone un altro! Sembra... un cartoccio, guarda!” e lei “Hard... io ho visto delle dita, in quel cartoccio”. E vanno avanti ancora un pezzetto, dentro il bosco, ‘sti mona, e guarda qui e guarda là. E io dietro. Per avvertirli: e li avverto, infatti: i signori sono attesi in albergo, io sono dello staff, dello staff, dico, vi prego di seguirmi. Un momento, mi rispondono. Gli dico che è meglio fare dietro front, avanti marsch, subito, e scappare anche noi. Perché la vedo, una di quelle Cose che rotolano, e mi sembra... ed è proprio...”
Una signora di Milano, che si era arrampicata sul bancone e assaporava lo Spritz come un mojito al Ragno d’oro, protestò: “E’ proprio... che cosa?”
Vana la guardò. “E’ proprio la storia che mi raccontava la nonna quando ero piccola e volevo uscire di sera, e arrampicarmi su questa montagna. La nonna mi rimboccava le coperte, e diceva che no, non si usciva più. Perché se uscivi di notte, da queste parti, magari prendevi un sentiero illuminato dalla Luna e ti mettevi a cantare e a saltare tranquilla, e i pini erano blu e la notte rossa di nuvole, e la neve bianca, tutta piena di macchiette dei rami sporgenti e dei sassi, e vedevi una martora grigia che si sedeva qui e là, o una volpe con la punta della coda bianca che scappava via, e ti veniva voglia di inseguirla fin dopo il ponte di pietra, cioè, preciso preciso, qui su, nel bosco, dov’era più ripido e i sassi ti rotolavano tra i piedi e ti scivolavano di sotto, e nemmeno te ne accorgevi; e allora nell’ombra, nel buio...”
Vana Olker prese un lungo fiato,
“...nel buio, una Cosa ti sentiva arrivare e cominciava piano piano a rotolare giù dalla cima della montagna, e bisognava chiamarla Cosa, perché uomo non era e non era animale, e non era un sasso e non era niente che si manda via con un calcio, ma scendeva sempre più veloce, e scendeva a cercare te. Era un fagotto, con dentro le braccia e le gambe, la testa e la pancia, proprio come una persona, ma non era una persona, fino a quando non incontrava te. E tu distratta, con le volpi e con le palle di neve, non sentivi niente, non ti accorgevi nemmeno che il fagotto ti passava in mezzo ai piedi. Ma se ti passava in mezzo ai piedi, un attimo dopo, un attimo dopo, qualcuno si allontanava con il tuo passo, con i tuoi stivali, con il tuo cappotto e con la tua faccia, ma non eri tu. Era il tuo Sosia errante, così lo chiamava la nonna. Tu stavi rotolando su, su, al suo posto, nel freddo del ghiaccio in cima alla montagna, e in cima alla montagna restavi imprigionata, nient’altro che ossa in un fagotto, per anni, o per secoli, finché non sentivi qualcun altro, chiunque, voi mi capite, chiunque, camminare, e camminare, e imboccare il sentiero, e passare il ponte, e inseguire la volpe, e voltarsi per cantare. E allora, piano piano, ti toccava di scendere rotolando, e poi sempre più veloce, sempre più veloce, fino a prendere i piedi di uno sconosciuto e da quel giorno essere lui, chiunque, per sempre.”
La milanese scolò l’ultimo goccio di Spritz e buttò la testa indietro, per ridere.
“E allora?”
Vana la guardò con odio. “Allora, invece di scappare come facevano le Luci, noi siamo rimasti troppo vicini a quei fagotti che cadevano dalla montagna, e li abbiamo visti bene: passavano velocissimi e sparivano proprio dove finiva il bosco. Dal bosco, come mi diceva la nonna, loro non possono uscire. Abbiamo provato a tornare indietro, ma quelle Cose erano più veloci di noi, e arrivavano senza rumore: così abbiamo cominciato a seguire le Luci per scappare, ma non tutte le Luci scappavano nella direzione giusta; forse alcune erano già diventate Sosia erranti, e noi abbiamo seguito quelle. Siamo finiti in mezzo ai rami fitti, e quelle Cose piovevano dalla montagna come una frana, a decine, a centinaia. Ci siamo nascosti dietro agli alberi, ma era troppo tardi. A un certo punto si è sentito un rumore, come un grido di gioia, una risata corta corta, senza fiato, e qualcosa è uscito dalla neve. Era uno di quei fagotti: si è fermato davanti a noi e ha cominciato a stiracchiarsi, a sgranchirsi le ossa con un rumore di legna marcia, e ad avvicinarsi. Aveva toccato i piedi di un essere umano, e stava per prenderlo. Ho gridato che si doveva scappare, e sono scappata. Ma quando mi sono voltata, ho visto che solo uno degli altri correva insieme a me. Solo uno. Ci siamo fermati fuori dal bosco, a guardare. Il fagotto si è alzato, e ha preso la signora dello Show.”
La milanese seguitò a ridere, qualcuno cominciò a imitarla, e lei rise più forte.
“Ha preso Post? Post? E poi? Com’è che l’ha presa? E’ morta o cosa? Il fagotto è diventato lei? Sarà pericoloso? Lei è diventata un fagotto? E Hard cos’ha fatto, e dov’è adesso? Che storia imbecille: io non ci capisco niente.”
Vana si ritirò facendosi ancora più piccola sotto il bancone della reception: “Lei non ci capisce niente e le cose del mondo càpitano lo stesso.”
La milanese alzò le sopracciglia, e stava per rispondere qualcosa, quando la porta dell’albergo si spalancò con un rumore d’inferno.
Con due passi rigidi, che rimbombarono sulle assi del pavimento fino al corpo di Vana, e con un viso grigio come carne congelata, Post entrò nella stanza. Nessuno osò fiatare, ma Post si avvicinò al gruppetto raccolto intorno alla lavandaia, e spargendo un’onda di gelo, parlò: “Ci credereste? La prima prova di Snow White è il buio.”
Disse. Il padrone si affrettò a porgere le chiavi della camera alla “signora tanto importante dello Show”. La creatura le ghermì con una mano violacea e fredda, e passando oltre il banco per raggiungere l’ascensore, gettò a Vana uno sguardo sorridente.
‘Dimostralo’, diceva lo sguardo.
Vana Olker perse di nuovo i sensi sul pavimento, e un’altra ciocca di capelli le si scolorì di bianco.
(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari)
