SETTE MODERNISTE - EPISODIO 3 - Il dr. Back. e mr. Forward
Dogma
Nel salotto, Best si incammina verso di noi, e subito Klaz alza gli occhi al soffitto, sospirando: “E stasera, Accademia della Scimmia.”
“No, lascia stare, Klaz,” dico.
“Ti giuro che viene bene,” insiste lui.
“Avremmo altro da fare,” scrollo la testa. E indico in modo vago un punto in direzione della mia camera, dove ho nascosto il Catalogo degli Universi.
Cerca di convincermi, mentre ci spostiamo lentamente accanto alla finestra. Non ha capito che non gradisco la sua compagnia, che non lo voglio intorno in questo momento, adesso, questa sera, e forse per le sere a venire. Intanto Best si è fermata a raccogliere qualcuno dei ninnoli distrutti dalla furia del dottor Futuro, Back-Forward, e la sentiamo spiegare alla Olker che ci sono i cocci delle bomboniere, lì in mezzo, per fortuna solo due o tre modelli del campionario, perché sono vere cose di Limoges e costano un sacco. Tutte e due si chinano a frugare i resti con gesti cauti, e la Olker vacilla vistosamente, ormai quasi ubriaca a forza di accettare cordiali.
“Ma un’Accademia della Scimmia è imperdibile!” intanto Klaz mi sta ripetendo le regole del gioco, che ha inventato lui. Si prende una teoria falsa. Un’opinione, una tesi assurda, di cui convincere la vittima ignara. Per poi sbugiardarla. Lo si fa in pubblico. Un gioco all’apparenza innocuo, da sapientoni occhialuti, in realtà una gogna dagli effetti devastanti, come il famoso “caso Sokal (*) ”, di cui non ascolto i particolari. Sokal era uno scienziato che fece a pezzi la reputazione di una rivista famosa, qualcosa del genere. Una vergogna dalla quale non si torna indietro.
“Con Best è fiato sprecato,” lo interrompo. In realtà, vorrei che Klaz le risparmiasse lo scherzo. Anzi, vorrei che Klaz si risparmiasse quell’aria scherzosa, in generale. Che la risparmiasse a me.
Intanto abbiamo raggiunto la finestra, e abbiamo scovato Hard, seduto a terra tra i tendaggi. Ha gli occhi chiusi e le mani che si sfiorano sull’addome. Le sue pupille si muovono sotto le palpebre. La testa e il torace sono insaccati nel maglione, e le labbra sono aperte in una piccola smorfia rotonda, lucida di saliva. Le gambe sono diritte sul pavimento, tra di noi, e le scarpe inzaccherate formano una v che di tanto in tanto si chiude e si apre come un paio di forbici.
“E lui s’è addormentato qui,” dico, inutilmente. Gli allungo un calcio delicato, così, tanto per saggiare il suo grado di incoscienza. Hard ruggisce dal naso, ripetutamente, convulsamente, e si assesta tra le tende, restando addormentato. Le mani si scostano lentamente l’una dall’altra, in totale abbandono.
“Adesso lo svegliamo, e la faccio con lui, l’Accademia, a quella là.”
“Ma lasciala perdere,” dico.
“Oh, come: la difendi! Post è morta, e sappiamo bene di chi è la colpa,” soffia Klaz, pestando un piede a terra. S’accorge di aver colpito Hard, e guarda giù, cambiando tono: “Toh, ma dorme veramente, questo. E non si sveglia!,” continua, e ancora disturba con la punta della scarpa il sonno del bell’addormentato. Hard muove appena le mani sull’orlo del maglione, e resta incosciente.
“Ma che fai, lo prendi a calci?” rido.
“No, c’è un insetto, qui per terra. Oggi è il mio giorno, per gli insetti. Una di quelle farfalline della lana, delle tende. Proprio un bel posto, per dormire. Va bene, cosa stavo dicendo... Ah, ecco. Post è morta! Non hai sentito? Non hai capito quello che ha detto la Olker?”
“Non ci credo. E comunque non è colpa di Best. Love is free,” gli dico, guardandolo fisso in faccia, “non lo sai?”
“Io? Dovrei saperlo?” mi guarda, si ferma un momento. “Perché, cos’è, roba dei miei tempi, Nick Cave?”
“E’ John Lennon. E comunque hai capito benissimo a chi mi riferisco.”
“Allo shaolin. Allo shaolin, lo so, lo so, hanno visto tutti,” e riprende a scalciare delicatamente Hard, e tace, serio. Lo so che non sta schiacciando un’altra farfalla. Sta pensando. E non mi va di starmene lì ad ascoltare il silenzio dei suoi pensieri su Ichi, non mi va di assistere alle fasi, al processo, alla nascita. Non è una cosa che io posso tollerare, non stasera. Così, faccio per andarmene.
“No, aspetta...” mi ferma.
No. Non ti confidare con me. Non dirmi una sola parola. Non sorridere. Non farmi vedere i tuoi occhi.
Invece, sta per parlare. Abbasso lo sguardo sul dormiente, beato lui. Hard mastica nel sonno, e con una mano cerca ancora di lisciare il bordo del maglione. Chissà che cosa sta sognando. O forse il suo gesto è un tentativo di cacciare la tarma, che è ancora viva, e gli ronza intorno, e si posa, e si rimette a volare. E così, mentre aspetto, tacco punta, cerco anch’io di schiacciarla. Tacco punta tacco punta tacco punta. Di quelle farfalline che volano come impazzite, ma che quando si posano, strisciano come vermi.
“Dogma, tu sapresti tenere un segreto?” mi domanda Klaz.
Me lo dice a metà di un tacco punta tacco punta, e il calcio parte senza che io quasi me ne accorga. Povero Hard, lì sotto. Non si sveglia, ma comincia a inclinarsi lentamente su un fianco, con la testa e il busto ancora seminascosti tra i tendaggi. Ora forma un angolo di circa quarantacinque gradi con il pavimento. L’inclinazione aumenta rapidamente.
“Eh? No. No. Non so tenere un segreto.”
“No? No?” domanda Klaz, incredulo, “E’ una battuta, che so, o dici sul serio?”
Hard cade. Accompagno la caduta come posso, con il collo del piede, con la caviglia, e Hard cade pacifico, prima un braccio, poi la spalla, poi la testa che in fretta appoggia alle due mani giunte. Mugugna qualcosa nel sonno e sorride, e la farfallina gli si posa sui denti.
“Mai stata tanto seria. Mi dispiace. Vado a vedere il Catalogo,” rispondo, “raggiungimi appena ti liberi di... de... di... Appena ti liberi.”
E senza ascoltare le proteste di Klaz, mi volto e lo lascio lì, attraversando il salone, scricchiolando e scivolando sui ninnoli di Best che alza la faccia per dirmi qualcosa, passando davanti al camino e sputandoci dentro, incrociando Ichi che mi guarda sbigottito da quel grande amico che ha intenzione di diventare, e finalmente raggiungo le scale, uno, due, tre, che sia maledetto il numero tre, quattro cinque sei sette, a destra sul pianerottolo fino in fondo, nel corridoio buio che mi hanno fatto correre avanti e indietro quanto hanno voluto, prendi i fiammiferi di qua, prendi il Catalogo di là, metti il Catalogo in camera, chiudi a chiave la porta, ricordati di spegnere la...
Rallento, davanti alla porta della mia camera. E’ l’ultima, dritto in fondo al corridoio immerso nell’oscurità, a sinistra la stanza di Klaz, a destra la stanza di Hard, due camere buie e vuote. In fondo la mia. Che non è buia, come dovrebbe essere. E non è vuota. Una luce leggera, opaca, filtra da sotto la porta, e mentre la sto guardando si riga di ombra, come se qualcuno, nella stanza, si aggirasse intorno. Faccio un passo, il pavimento di legno scricchiola, e le righe d’ombra si fermano all’improvviso, restano immobili per un istante. Nel momento in cui si muovono di nuovo, sento il peso spostarsi sull’asse del pavimento sotto i miei piedi, sento il legno instabile che si solleva e si riabbassa leggermente. Poi la luce nella fessura sotto la porta torna uniforme e immobile. E’ tenue, fioca, di un colore giallo pallido, e trema in modo appena percettibile. Preparo la chiave. Non ho paura, di che cosa dovrei aver paura? La casa è piena di gente. Tutto è immerso in un odore di cera per mobili, di crema abbronzante per l’alta quota, di resina di legno appena tagliato.
Apro la porta.
C’è una candela accesa, sul tavolo in mezzo alla stanza. Mi guardo intorno, apro la porticina del bagno, spio dietro l’angolo nascosto, controllo dietro le ante dell’unico armadio, trovo i miei abiti, polvere, e ombre, certo, ombre più grandi, e più lunghe, e perfino più mobili, degli oggetti che le producono. Ma la finestra è chiusa, tutto è tranquillo, e nella stanza non c’è nessuno.
Solo quella candela, accesa, sul tavolo.
Mi avvicino. E’ una normale candela bianca, con una fiamma esile che rabbrividisce al mio passaggio e minaccia di spegnersi. Vicino alla candela, la scatola di fiammiferi da camino, che non ricordavo d'aver lasciato qui mentre nascondevo il Catalogo. Ed eccolo, davanti alla candela, il grande libro del Catalogo degli Universi: è aperto, come se qualcuno avesse cominciato a leggerlo, ma fosse stato disturbato. Guardo. Le pagine che ho davanti agli occhi tremano leggermente, come rispondendo alla vibrazione di un battito leggero, indefinito. Mi sembra di sentire, in lontananza, una serie di colpi ritmici, pesanti, che di momento in momento si fanno più lenti, di una lentezza sofferente, estenuata, come se si stessero spegnendo, e come se ciò comportasse una morte. Sì, certo, rido da sola: come in un grande racconto di Poe (**). Il cuore sotto il pavimento seguita a battere, il sepolto rivela la sua orrenda tomba segreta... Forza della suggestione. Mi scuoto dalla leggera trance, e siedo, rumorosamente, al tavolo. Non c’è nessun battito, nessun cuore che pulsa, non c’è nessuno nella stanza, né sopra nè sotto, e i fogli sono perfettamente immobili. E...
E sono bianchi.
Percepisco solo lentamente la bianchezza dei fogli, come se l’evidenza dilagasse sotto i miei occhi allargandosi a poco a poco, come se il vuoto della carta, dalle cuciture ai margini, il bianco ostinato lungo l’intero foglio, il niente, il nulla, avanzasse nella luce malata della candela e colasse intorno gorgogliando fuori da una ferita, e traboccasse fino al limite insuperabile del foglio, e lì premesse, pulsasse, battesse le ali con quel ritmo soffocato, di insetto che agonizza contro i vetri. Di farfalla inchiodata con uno spillone e ancora viva. Il bianco si fa abbagliante, in un angolo della pagina, e non ho nemmeno il tempo di concentrare lo sguardo su quella desolazione, su quelle plaghe deserte, che una macchia oscena, orrenda, colore del sangue, di un rosso quasi nero, sgorga all’improvviso da quel punto del foglio. Rabbrividisco, quando mi accorgo che la macchia comincia a muoversi come viva. E la macchia è un disgustoso verme, grasso, viscido, che si incammina strisciando sulla carta, un verme che nasce da una farfalla, e va acquistando forma, e ingrassa ancora, e si gonfia, come se di contorcimento in contorcimento un nuovo sangue sgorgasse da chissà dove a nutrirlo, e trascinandosi lascia una scia di umori, ribollente, disgustosa, che si secca subito appiattendosi sulla pagina, e che è
una parola.
Io.
Mi muovo, cercando di staccarmi dal tavolo, e la macchia si ferma. Mi calmo. Non è niente, è solo un libro che... è solo il Catalogo degli Universi che... che si sta scrivendo da solo. Oppure no, non da solo. Mi avvicino, avvicino gli occhi a quella parola, osservo lo strano taglio acuto della o, di sbieco, come un accento abbozzato, una scrittura rozza, dura, una dannazione per i maestri di scuola, e per la signorina Moretti, in particolare, che...
Nel momento in cui riconosco la mia calligrafia, la macchia riprende il suo contorcimento sulla pagina. Seguo i suoi andirivieni, all’inizio faticando e perdendomi strada facendo, poi, a poco a poco, addirittura precedendo con lo sguardo il contorcersi del verme. Quando mi scosto, sudata, con il respiro affannato che tortura la fiamma debole della candela, ci sono due parole nel Catalogo degli Universi.
Io voglio.
Alzo gli occhi dal Catalogo. Guardo la porta della camera. Devo essere sicura che questo non sia uno scherzo del dottor Futuro. Che nessuno mi aspetti lì, sulla porta, per chiedermi di restituire il Catalogo così com’era. Ma sento le voci tranquille al piano di sotto. La voce di Klaz, che schiamazza esibendosi nel suo gioco dell’Accademia. La voce di Ichi che ride. Altre voci, di qualche ragazza. Bene.
Io ho il Catalogo degli Universi. Adesso vediamo se funziona. Mi chino a leggere il nome dell’Universo che ho scelto.
Io voglio.
Con un soffio, la luce della candela si spegne.
(to be continued)
(di Ida Bozzi; tutti i diritti riservati)
(pubblicato il 24 agosto 2006)
(*) Il caso Sokal, che verrà illustrato ampiamente nell'episodio di Klaz, si può trovare al link http://www.physics.nyu.edu/faculty/sokal/ , per cui ringraziamo Diana e Vincenzo.
(**) Il famoso racconto "Il cuore rivelatore" di E.A.Poe si può leggere sfogliando www.bibliomania.com, sotto Poe, sezione Tales of Mistery and imagination, titolo The Tell-Tale Heart.
(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari)
