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(Attenzione, e stavolta non scherzo: Sette Moderniste è un romanzo, frutto della creazione artistica. Ogni avvenimento, fatto o personaggio è immaginario e ogni riferimento alla vita vera di chiunque è puramente casuale. Best è un personaggio inventato, come l'intera vicenda qui narrata)

 

SETTE MODERNISTE

Terzo episodio (prova di dr. BackForward)

Best (Bestseller)

 

Un cardigan a coste, lungo appena fin sopra i fianchi, slacciato, e un paio di scaldamuscoli a righe intorno alle caviglie. Non porto altro, anche se nello studio di Snow White si gela.

“Quel dottor BackForward...” dico, rabbrividendo. Ho paura, mi guardo intorno continuamente, come se il futuro dovesse arrivarmi addosso all’improvviso, come se anch’io come Hard dovessi sdraiarmi a terra da un momento all’altro e addormentarmi finendo dritta nel domani.

Snowie è seduto sulla poltroncina, e mi punta addosso la videocamera. La messa a fuoco automatica spinge e ritrae l’obiettivo tozzo della macchina, mentre mi muovo.

“Non occupartene,” mi risponde.

“Perché? Perché è pericoloso?”

Abbassa la videocamera, alza le sopracciglia: “No. Perché disturbi la ripresa.”

Scrollo le spalle, voltandomi, e il maglione si solleva sul punto più incavato della schiena, scoprendo le due fossette sopra i reni. Snow White riprende a filmare.

“Oppure perché è potente,” insinuo, “e tu non vuoi nemici potenti? Vero? E allora sorridigli e minaccialo di morte, come hai fatto con Post.”

“Io non ho minacciato nessuno,” protesta Snowie, staccando l’occhio dalla videocamera e guardandosi intorno.

“Ma sì, ma sì,” guardo intorno anch'io, ma nello studio di registrazione non c’è nessuno, a parte noi. Di che cosa si preoccupa? “Volevo dire Nick. Nick l’ha fatto.”

Il factotum di Snow White, Nick Dolorosa, è quello che fa il lavoro sporco. Per la verità fa un po’ tutti i lavori. Guida il pulmino della produzione, assume gli impiegati nuovi per lo Show, tiene l’agenda di Snowie, mi fornisce informazioni riservate sul conto di ciascun altro concorrente, intercetta le lettere di Ichi per il maestro Hua. E minaccia Post quando Snowie gli ordina di farlo. Ha il solo difetto di non aver gusto in fatto di cravatte, ma nemmeno Snowie ne ha.

“Nicky non ha fatto niente,” sogghigna Snow.

“Ma se si è fatto perfino beccare. Il numero telefonico non era riservato, e lei ha capito tutto.”

“Non so di che cosa stai parlando. Post è stata esclusa per un intollerabile disaccordo su una banale questione di punteggio," spiega, a voce alta, seguitando a guardarsi intorno, "e per una sua fondamentale mancanza di umiltà. E comunque non può dimostrare niente.”

Fa ancora più freddo, mentre Snowie ricomincia a girare il suo film. Se non sapessi che sotto lo studio ci sono stanze e stanze di dispense e di cantine, giurerei di aver visto dei cristalli di neve brillare tra le assi del pavimento.

“Può. Può. Ma è convinta che sia colpa mia, e che in fondo tu sia un brav’uomo.”

“Vedi forse intorno a noi una donna scarmigliata che mi rinfaccia stronzate mentre io devo pensare a mandare avanti questo cazzo di Show?”

“No.”

“E allora, io sono un brav’uomo. Rimettiti in quella posa. E taci, che sto girando.”

Mi lascia di nuovo sola, chiudendosi dietro l’obiettivo della videocamera. Come un vecchio fotografo degli anni Trenta, con la testa sotto la cappa e il magnesio pronto a incendiarsi.

Riprovo. “Comunque, anche questo mago, non mi piace.”

“Ma io lo lascerei stare.”

“Ecco, lo sapevo. Questo è uno che arriva qui, e... e... intanto, per cominciare, mi tratta come tratta tutti gli altri, e nemmeno mi saluta, e poi per di più crede di spaventarmi con il futuro,” sospiro, quasi tutto d’un fiato, “e tu te ne infischi. Ha rotto le mie bomboniere! E qui fa un freddo cane, ma mi ascolti?”

Snowie spegne la videocamera e sospira, agitandosi sulla poltrona. “E allora, d’accordo. Andiamo di sopra, e parliamo.”

“No. Klaz è ancora in giro a vedere la tv,” mi stringo nel maglione. “Ma voglio che tu prenda il telefono e dica al mago dei maghi..."

"Smettila..."

"... Che lui lavora per noi, e che se io gli ho chiesto di vedere il mio futuro, e lui fa un sacco di storie, noi vogliamo qualche spiegazione.”

“Non ci penso nemmeno.”

“Voglio che BackForward mi racconti cosa c’è che non va nel mio futuro. E subito. Voglio correggere quello che si può correggere.”

“BackForward è solo un famoso illusionista. Sa quel che c’è nel futuro come lo sappiamo io, te, e chiunque.”

Mi volto, sta sbadigliando, ma appena mi avvicino mi sorride. Sbadiglio anch’io, gli sbadigli sono contagiosi.

“I miei sogni sono grandi,” dico. “E io voglio vederli.”

“I tuoi sogni sono della quinta misura,” ridacchia, scostando la videocamera e protendendo il viso, “e voglio tanto vederli anch’io. E saliamo da te, dai...”

Lo ignoro. “Se capissi... Il mago mi ha spaventata. Come si può restare tranquilli, se ogni cosa è così complicata, e io devo affrontarla da sola, perché tu dici che non è importante? Io... io... Ho freddo. Ho paura. Io non so se domani sarò in grado di affrontare la nuova prova,” spiego, con la voce più accorata che riesco a trovare. Non è difficile, perché il freddo mi fa quasi balbettare. Mi muovo intorno, gingillandomi come per un capriccio di inquietudine, o per fargli assaggiare la distanza. Ma bado di non allontanarmi mai troppo, e quando mi accorgo che sta per reagire, mi volto di scatto. Il maglione scivola sulle spalle, e l’impossibile accade: gli occhi di Snow White si accendono per un istante, e sussultano insieme al maglione, come per reggerlo, per impedire che cada. Per tenermi al caldo.

“Oh. Oh, amore. Dimmi,” sussurra. Posa la videocamera non so dove, e poi muove le braccia verso di me come un cieco brancolante. Mi lascio prendere, e piano piano lui comincia ad avvicinarmi a sé, guardandomi tutta di sotto in su. Mi insinuo delicatamente tra le sue gambe.

“E’ stato cattivo.”

“Lo sgrideremo.”

“Gli dirai di dirmi cosa ha visto nel mio futuro?”

“Gli dirò di mandarmi un fax con il tuo futuro tutto dentro.”

“Davvero?”

“Anzi gli dirò di venire qui a fornirci qualche spiegazione.”

Le sue mani mi raccolgono, mi prendono sui fianchi e scorrono indietro, nella piccola piega sotto le natiche. Toccano premendo appena. Ciò che sentono è una pelle che anch’io sento leggerissima, e i mille movimenti vivi dei muscoli nell’unico passo che mi divide da lui. Ora vedo solo la sua testa sotto di me, una piccola testa grigia senza peso tra le mie mani, la riga dei capelli, la pelle del cranio bianca e lucida, e per un momento guardo altrove. Non so perché. Il freddo mi rende agitata, insofferente. Di fianco a noi c’è una parete a specchio, in cui vedo la nostra sagoma irregolare. Somigliamo alla lettera b. Muovo appena il maglione, per togliere una piega di lana che nello specchio nasconde la mia vita sottile. Poi sento un bacio morbido tra le cosce.

“Gliel’ho chiesto due volte,” dico, scostandomi quel tanto che basta perché Snowie riprenda ad ascoltarmi. “E il dottore ha detto che non è il caso che io veda il mio futuro. Con un’aria minacciosa! Agli altri non ha detto quasi niente, ma a me!”

“Msì, sì, abbiamo già deciso che è cattivo,” biascica. Cerca di riconquistare terreno, questa volta con le dita. Mi strappa inavvertitamente un pelo.

“Ahi,” lo fermo, lo sento respirare su di me, “e poi gli altri hanno un’aria strana. Si guardano.”

“Non far caso...”

“Ti dico! Si guardano tutti tra di loro, soprattutto quando parlo io. C’è come un complotto, non li sento sinceri, c’è ancora lo zampino di quella, di quella là... ”

“Cosa, chi, ma di cosa stai parlando, eh?”

“Ma se nemmeno mi ascolti, Snow White!”

Alza la testa di scatto.

 “Come cazzo mi hai chiamato?”

Lo guardo. All’improvviso ricordo tutto, tutto. Tutto il mio futuro.

“Oddio, Luca, scusa. Scusami.”

Adesso si incazza veramente. E infatti. Si tira indietro sulla poltrona. La poltrona nuova che abbiamo fatto fare dal mobiliere, adesso che i soldi ci sono. Mi fissa con un’espressione che mi costringe a sistemare il maglione sotto le tette, a stringermi nella lana, e a tacere.

“No, dico. Stiamo facendo l’amore, cazzo.”

“Non so come mi è uscito. Non lo so. Anche a te càpita, certe volte, e io non faccio tutte ‘ste scene, quando mi chiami Francesca.”

Questo poi lo fa incazzare ancora di più. “Se ti piaceva tanto quello stronzo, potevi restarci.”

“Ma cosa dici. Non esagerare. Luca...”

Non so che cosa dire. Più ripeto il suo nome, e più nella stanza risuonano tutti i nomi che non dovevo pronunciare. Luca si alza, mi travolge passando, quasi schiacciandomi un piede, e va a chiudersi nel bagno, sbattendo la porta, facendo tintinnare il pendaglio giapponese appeso in anticamera. Ora si guarderà allo specchio appoggiando le mani sul bordo del lavabo, e il lavabo farà tac come per staccarsi dalla maiolica del muro. Allora butterà per aria qualcosa, il rasoio, o il pettine, lo farà quasi cadere giù nello scarico, e lo guarderà rimbalzare rigido e secco. Io sentirò il rumore. Alzeremo la voce. I bambini saranno già svegli, di là. Tutti e due. Bisognerà calmarli. Li calmeremo.

Ma perché improvvisamente mi viene in mente quella, ora? Oddio. Come si chiamava. Questa è la sera dei nomi sbagliati. Past. Post. Perché diavolo penso a lei?

Perché penso alla grazia.

Di avere amato ciò che lei amava. Di averlo avuto io, di ricordare la mia faccia, più alta di lei di un palmo, che pensava io ho quello che tu vuoi, bella. Perché penso a lei, ora? Lei, di cui mi sono sbarazzata nell’istante stesso in cui sono comparsa, dallo stesso nulla. Perché penso a lei ora? Perché penso alla grazia. Del poco, del piccolo, il ridere di mattina, il mangiare di notte, il fottere tutto il giorno, una mela vista con gli occhi di uno che non ha mai visto una mela, il gatto carezzato con le dita di uno che non ha mai carezzato un gatto. Perché penso alla grazia. Di essere stata all’incrocio quando il dolore svoltava l’angolo e andava a sbattere contro di lui. Intendo, quello di prima. Snow... Di aver battagliato, questo sì. Per un topo. Per un insetto sul pavimento. Per un affitto. Per uno Show. Per la morte. Perché penso a lei ora? Perché penso alla grazia. Di aver raccolto il pianto, il desiderio di solitudine, il male, il vomito per terra, le camicie sporche, la neve sciolta, il letto sfatto, il grigio sui vetri. Di aver raccolto il seme, il fiore, il terriccio intorno, di aver dissodato monti aridi, di averli finalmente scalati, di aver rimesso una mano bollente su una fronte sfebbrata, del grande, dell’immenso, di aver battuto le mani, di aver sorriso, di aver passato giorni, di aver avuto abitudini, di aver guardato lui che sorrideva, di aver avuto una casa, di averlo visto tornare a casa, strano, arrabbiato, infervorato, spento, felice, bagnato, ubriaco, stanco, pensieroso, eccitato, di aver taciuto, di non aver taciuto, di aver annuito, di non aver annuito, di aver capito, di non aver capito. Che non è un gioco. Che si corre il rischio. Che finisca.

Perché penso a lei, ora?

“Embè? Che cosa c’è, dove sei?”

Guardo giù, attraversata da un brivido di freddo. Controllo, stavolta, prima di parlare.

Snow White, come se niente fosse stato, sorride con una faccia che mi sembra di vedere per la prima volta. Lo abbraccio, e lui non capisce perché.

 

 

(scritto da Ida Bozzi. E vi ricordo che è un romanzo, niente di quello che è scritto è o sarà mai un fatto reale, e quelli lì dentro non siete voi di sicuro. Ci siamo solo noi mostri)

(pubblicato il 28 ottobre, 2006)




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“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).