- dal 2005, se è esistito -
Sezione "Non farmi mai cadere nell'errore d'immaginarmi di essere perseguitato quando sono contraddetto" (R. W. Emerson) o Della metafisica.
15 luglio, 2009. Gli esperimenti continuano nella nuova sezione: la Metamorfosi.
14 luglio, 2009. Mi domando da sempre per quale motivo dovremmo sentirci ispirati da personalità appena brillanti, che si sdraiano al sole in qualche barca indossando lifting e costumi costosi e avvinghiandosi a corpi di genere vario. Forse perché è bello essere ricchi, e avere l'Amore e la patente nautica? Perché cocktail e barche sono simboli di uno status? Perché così si domina il mondo? Perché chi non ha né arte né parte è avvinto dalla possibilità che ad alcuni si offre, di essere vacanzieri a vita con quelle stesse scarse doti o quell'apparente nullo impegno? La visione, in questi giorni, di decine e decine di costumi da bagno sostanzialmente vuoti, e durante tutto l'anno l'analoga sopportazione di altri capi d'abbigliamento (il tubino, il taglio inglese, ecc.) misteriosamente dotati di forza antigravitazionale, dal momento che dentro non c'è nessuno, mi spinge a mostrarvi la foto di due persone che io ammiro davvero.
(...)
Analizziamo la mise di questi due ineleganti signori. Quello a destra, che sfoggia un reggipancia più che un paio di bretelle, veste in modo decisamente stracciato: Albert Einstein, Nobel nel '21, il suo contributo alla mia personale esistenza è qualcosa di più di sei minuti di battute comiche la sera in televisione, o di un investimento azzeccato nella rete satellitare più potente del mondo, o di un gol e dei miliardi di pecunia che la palla insacca in porta. Gli devo, sostanzialmente, il mondo come lo vedo io, ma soprattutto il mondo come io non saprei vederlo se lui non l'avesse precisamente calcolato. Non so perché, ma il fatto che la luce curvi temo abbia qualcosa a che fare con la possibilità che un gene dei miei, un giorno, sparso chissà dove e chissà come, si imbarchi per una porta galattica e scappi su Andromeda il giorno in cui il Sole deciderà di sternutire.
Quello a sinistra, Kurt Godel, che sembra risucchiato nei vestiti da un baccello extraterrestre, ha stabilito definitivamente che esistono dei limiti alla conoscenza matematica del mondo (occhio alla teoria del continuo, peraltro), ma ha altresì favorito lo sviluppo di una cosa da niente come l'informatica, dando una forma leggibile al concetto stesso di postmoderno, nel 1930 (e delle possibilità per uscirne), e quanto al piccolo me, ha caratterizzato la mia vita in modo perfino più radicale e diretto di quanto non abbia fatto Einstein (anche perché i teoremi di Godel li ho capiti, la relatività no), spiegandomi che logiche contemporanee del tutto lontane apparentemente dai problemi di Parmenide offrono invece gli strumenti aggiornati per quel tipo di conoscenza e per quel tipo di dubbio.
Vi prego di notare i due cappelli, uno più brutto dell'altro, dalle calotte entrambe appiattite e stazzonate dai molti saluti scambiati nei vialetti dell'università.
Io devo a questi due tipi, che nello yachting club i body guard non lascerebbero entrare, la speranza che il mondo sia comprensibile, la dimostrazione che in gran parte è ancora incompreso, e la certezza che la nascita di ciascuno di noi ha tuttora un senso.
La foto illustra la copertina di un libro di Gabriele Lolli, "Da Euclide a Godel", edito da Il Mulino.
13 luglio, 2009. Oggi solo una vecchia canzone. Un'altra. Dice: "Vivi ancora. Io son la vita", 2.30, e più o meno da lì diventa ascoltabile.
12 luglio, 2009. Sono giornate pesanti, io dovrei essere in vacanza ma naturalmente le cose non sono così semplici. Anche per quanto riguarda la scrittura.
E' appena passato sopra i tetti un piccolo aereo. Ecco, è esattamente lì che dovrei trovarmi io, mentre il pilota conduce alla meglio il mezzo, seduta nell'abitacolo a disegnare piani e scattare fotografie. Ma, naturalmente, sono invece qui, nel bel mezzo del deserto di polvere, mentre le carovane attraversano l'oasi, la jeep non riparte, tutto l'equipaggiamento è in manutenzione e le guide non sono affidabili. Invidio Fab che a quest'ora è probabilmente a Dakar o a Marrakesh, o chissà dove.
10 luglio, 2009. Lui le manda un bacio. Non sa di averlo deposto sulla pelle rotonda del suo seno, e di averne ricevuto in cambio un morso guarito solo da lisce profonde bende di velluto. No. Di certo lui preferisce mangiucchiare qualche solito ghiacciolo da qualche parte, succhiando zuccheri fucsia appiccicosi che si sciolgono in acqua trasparente.
9 luglio, 2009. Molto lontano, non solo nello spazio ma anche nel tempo, cioè lungo una striscia parallela di tempo capace di scorrere in tutte le direzioni, c'è un cassetto. E' un cassetto in un ufficio marrone, polveroso e con una targhetta qualsiasi sulla porta. Quell'ufficio non è vicino alle scale, ma è lontano anche dalla sala da pranzo della Società, e l'impiegato che lavora lì dentro non ne è molto soddisfatto. E' un impiegato coscienzioso, e costretto a una certa puntigliosità, che applica anche al percorso per la sala da pranzo. Calcola ogni giorno percorsi più brevi, che gli consentano di arrivare davanti al piatto quando la zuppa è ancora calda. Non lo fa per piccineria o avidità, ma perché soffre di stomaco e le qualità del cibo che ingerisce gli richiedono un'attenzione che lo sfianca e lo intristisce. Non è più giovanissimo, e basta una punta d'acido in un'insalata, un piatto troppo freddo o una bibita troppo gassata per bloccargli il processo digestivo. Costa fatica lavorare tutto il giorno con lo stomaco che sembra galleggiare in un oceano agitato di zuppa. A volte, la nausea gli fa perdere la lucidità, e lui sa che il suo lavoro è estremamente delicato. L'ufficio, infatti, è in ordine perfetto. La scrivania è ordinata, tutti i documenti sono conservati in un apposito raccoglitore multidimensionale che si estende, come quel mondo, in tutte le dimensioni del tempo. Le matite sono appuntite al loro posto e la lampadina sul tavolo non è mai impolverata. E il cassetto della scrivania, dove l'impiegato trova gli ordini per il lavoro della giornata, è lucido come se fosse stato toccato da centinaia di migliaia di mani.
Anche l'altro giorno, arrivando da casa con un thermos per il thé, per quel suo stomaco, l'impiegato si è seduto e ha aperto con cura il cassetto. Nel cassetto c'era un foglio. L'impiegato ha disposto il foglio sulla scrivania, ha infilato le mezze maniche per proteggersi la giacca dall'uso, e ha acceso la lampadina per leggere il foglio.
Sul foglio, l'ordine della giornata diceva: "Ripristinare, nella pratica di cui sopra, una minima disposizione alla fiaba."
L'impiegato si è grattato la punta del mento. Tutti gli ordini che riceve sono di quella natura, e sono di difficilissima interpretazione. Ma, bene, quello è il lavoro per la giornata. Assaggiando dal bicchierino del thermos una punta di thé dolce, l'impiegato si china sulla scrivania e comincia a lavorare.
(Grazie, 8 luglio 2009, I.B.)
10 luglio, 1009. Quanti giorni sono passati? Sembrano anni. E non è detto che non lo siano. Si potrà rinunciare alla familiarità con l'interno del proprio gomito, un giorno? Con le nocche delle proprie dita? Con la punta dei propri piedi? Dopo aver giudicato tutto il mondo, guardato tutto il mondo, conosciuto meglio il profilo di una porta che il proprio. Dopo aver provato nausea per il proprio interno, e rabbia per il suo pigro risvegliarsi, e intimità con il pensiero di pensare a qualcun altro.
E mai, una volta, in tutti questi anni, essersi resi conto in pieno giorno di sé. Mentre si parla con il tabaccaio, essersi fermati, aver pensato toh, guarda, io. Mentre si compera il biglietto del tram, aver pensato a sé come a quel monocotiledone trasformato, o a quel piscide mutante, appena uscito dall'acqua primordiale. Pur avendo sempre saputo, e in qualche modo anche pensato, e sempre ricordato tutto questo. Mai avergli dato una dimensione di verità, dall'interno all'esterno, sempre lì a resistere. Sognando la nostra nascita come una steady cam su di noi.
Paura della possibilità di una dilatazione infinita, di un estendersi fino al confine dell'universo.
Paura che il nostro corpo non ci contenga, se siamo troppo.
8 luglio, 2009. Raggio di sole, luce che sorgi dopo qualsiasi notte, e che non temi di non ritrovarmi, come io sono sicura di te. Leggerissima luce.
7 luglio, 2009. Mi dispiace, non posso vivere così. Sperando che una candela non attiri falene. Voglio accendere le luci sul ponte, e incendiare le vele, e tagliare la fune degli ormeggi. Incendiare le vele soprattutto mi attira, vedere una nave infuocata che attraversa l'orizzonte, che sia la mia, il carro in fiamme, l'Orsa, un vento di scintille sull'acqua. Lontano dalle rive di fanghiglia, dalle bugie dei pescatori, dalle file di conti dei mercanti. Speravo in te per il fuoco, o per il vento, o la vela. O per il cielo, l'aria, la tempesta. Che cosa posso fare, mentre ti siedi, incroci le gambe, appoggi la testa al braccio? I legni delle navi marciscono, l'acqua salmastra corrode il timone, bisogna partire. Non ci sono soltanto le falene, e i pipistrelli, e le onde, e gli abissi. C'è il sogno, c'è la prova, c'è il trionfo o la fine del mondo. E la risposta cambia secondo la domanda. Sono arrivato. Eri partito? Sono morto. Eri vivo?
6 luglio, 2009. Nell'elenco non lungo delle cose per cui è valsa la pena vivere, c'è l'umido della sua faccia dopo un pianto, mentre sospira e sbuffa "Sì, ho una grattugia", nell'angolo di cucina, quasi fuori campo, in un affiorare teso di normalità, e di rassegnazione, e di coraggio.
6 luglio, 2009. Benvenuti nel miglior mese dell'anno, nonostante le mie vicende personali e, probabilmente, le vostre. Che dire? In questi giorni è opportuno mantenere il silenzio su vari marginali fatti di cronaca culturale sui quali tutti si sono espressi, tranne noi. Noi non ci siamo espressi e continueremo a non farlo. La sconvolgente notizia dei disordini in Cina, le manifestazioni in Iran e la questione dell'atomica in Corea, Usa e Russia (e Iran), appartengono al mondo di cui ci occupiamo. I premi riguardano altro, forse il nostro tempo libero, forse Marte, non so. Il fatto è che non vogliamo dire la nostra opinione in merito.
Pensata in privato, è un'opinione. Scritta in pubblico, necessiterebbe di una qualche forma di eleganza per la quale non abbiamo tempo. E', ovviamente, un'opinione incredibile e straordinaria. Ma si può lasciare spiegazzata in un armadio fino a quando non verrà la stagione. Cioè, noi crediamo, mai.
5 luglio, 2009. La Casa.
Non riuscirebbe mai a parlare di sesso quando parla di lui, e anche i pochi approcci reciproci in tal senso non sono nemmeno classificabili. E' stato più sensuale il desiderio, ma dubita che qualcosa del genere abiti più tra di loro. Oppure sì. Lui scopa un genere di donna che rende la possibilità di suscitare desiderio in lui sostanzialmente remota. Le sue donne sono un deterrente al desiderio, potentissimo. Inoltre, lui, come tutti gli uomini, ha un interruttore mentale del desiderio, non fisico, che accende e spegne. Quando sta con lei lo spegne, e si guarda bene dal tentare di accenderlo. Lei è molto stanca, risentita per questo, e non è più sensibile alla sua esibita, esplicita prestanza di maschio.
L'altro giorno ha fissato per un quarto d'ora le gambe pelose di lui, appoggiate al bordo della scrivania: non sapeva dove altro mettere gli occhi. Ma non ricorda nemmeno come sono fatte. Da qualche parte c'erano delle ciabatte infradito, può darsi? Ai piedi o a terra? Sì. Lui è di certo convinto che lei abbia fissato i suoi muscoli, per tutto quel quarto d'ora, ma lei non ricorda nemmeno se le gambe erano abbronzate oppure no. Non è nemmeno sicura che lui indossasse i pantaloni, se è per questo. E si è accorta di non ricordare il colore delle sue magliette, come è certa che lui non ricordi il colore dei suoi vestiti. Lui ha chiamato vestito una gonna, una volta. Una gonna con una maglietta non è un vestito. (Lei ha amato questa sua imprecisione, così maschile)
Comunque, lui non è quasi mai vestito di nero, in casa. Preferisce una polo o una maglietta beige. Beige scuro. O un'altra di un colore scuro che lei non riconosce - è daltonica, non bisogna dimenticarlo - e che potrebbe essere o marrone, o verde, o anche nero, con una scritta bianca sulla schiena. Non ricorda il colore delle sue mutande, che potevano essere azzurre o grigioazzurre, dei suoi pantaloncini, dei bermuda se li aveva. Possibile che non li indossasse. Oppure sì.
Se lei si fosse anche solo resa conto del fatto che lui era sostanzialmente nudo, invece di fissargli le gambe gli avrebbe fissato gli occhi. A volte lei è un gentleman inglese, a volte si imbarazza e basta. Ma negli occhi c'era uno sguardo ben più nudo. Definire lo sguardo. Mi dispiace, diceva lo sguardo. Sorrido, diceva lo sguardo. Sono intenerito, diceva lo sguardo. Ma se ti togli di torno quanto più in fretta riesco ad ottenere, è meglio. Non provo niente per te, vedi? Sto nudo, qui, perché non intendo stare a rivestirmi per te, o perché mi hai colto talmente impreparato che ho dovuto pulire casa invece che occuparmi di rivestirmi. E queste gambe nude te le offro perché fa caldo, perché sto come mi pare, e perché così i tuoi occhi amorosi possono pascersi di un carburante sensuale che li soddisferà per tutta la settimana. E soddisferà anche me, il mio senso di colpa per te.
Lei ricorda alcune altre cose di cui non parla. Però ricordando sorride.
Non sono mai stati accanto quando è accaduto qualcosa, non hanno mai diviso il mondo a metà, una fetta a te una fetta a me, per mangiarselo accampati in qualche prato metaforico, non c'è mai stato nessun desiderio di ombra, nessuna corsa verso il mare. Se non fossero se stessi rappresenterebbero una civiltà, con le sue diverse forze in gioco.
(segue)
3 luglio, 2009. La Casa.
Non distingue tra l'attesa e il vuoto, non più. Una strana famiglia, in una casa misteriosa. Arredi che non ricorda di aver scelto, e che gli ospiti di tanto in tanto le mostrano con gesti in cui lei legge una nota di rimprovero.
Oltre agli arredi, a turbarla è la disposizione delle stanze. E la persistenza degli ospiti. Di alcuni ha una tale paura che non li nominerà. Non li guarda, mentre passa da una camera all'altra, ma sa che proprio in quel momento stanno alzando la testa e vorrebbero rivolgerle la parola. Ma lei non tollera di sentirli, nemmeno di vederli con la coda dell'occhio, e scappa nelle stanze vicine. Sta cercando di evitarli. Queste presenze sono una delle cause della stravaganza dei suoi movimenti nella casa, continue accelerazioni, soste. Quando si ferma a prendere fiato è perché sa che nella serie di camere oltre la prossima porta dovrà correre, se vuole evitare occhi illuminati nel buio, occhi bui in angoli luminosi, voci, immagini di fotografia che le rivolgono sempre la stessa domanda.
Lei non può cambiare la disposizione delle stanze, nella casa dell'attesa. Entrando, c'è un piccolo studio dove si può lavorare, prendere qualche appunto, sfogliare i giornali. Lei è spesso seduta in quello studio, ma di tanto in tanto deve spostarsi nel grande studio, per i lavori più importanti che richiedono una biblioteca, una finestra luminosa, panorami. Ha due strade per raggiungere il grande studio. O uscire nel corridoio che porta alle altre stanze della casa, l'una più solitaria e strana dell'altra, oppure passare per la veranda. La via per la veranda è la più diretta, c'è solo quella stanza in mezzo, una veranda di cui lei non sa dire se davvero appartenga alla casa dell'attesa, o se sia un vano incastrato lì da un'altra casa vicina, una presenza nella presenza. Nella veranda infatti c'è lui.
Lui. Il lui di cui lei ha già parlato a lungo. Lui è lì, una visione di ospite in veranda, oppure un padrone in una visione di veranda, e dice "Non passare," appena lei apre la porta, "Non è il momento," mentre lei tenta ugualmente di attraversare.
Lei sceglie se obbedire e tornare indietro nello studio piccolo, o se correre fino all'altra porta, prima che lui le urli "Non ho capito, che cosa hai detto?". In genere torna indietro, e per raggiungere la biblioteca passa per il corridoio, incontrando tutti gli altri suoi fantasmi. Si rifugia in salotto. Quando è in salotto, e sta cercando di attraversare gruppi densi e muti di amici e amiche - presenti, passati - che stanno prendendo il thè, sente le voci che vengono dalla veranda: voci di giochi e scherzi, di donne, perfino clacson d'auto. Forse lui è di buon umore. Forse la lascerà entrare, dopotutto. Passa nella cucina, dove cerca di non vedere il profilo di sua nonna, in piedi accanto a uno dei tavoli, ma pacifica e defilata - se non ci si avvicina alla farina, alle camomille, agli sportelli di fòrmica, quasi non la si vede. Ci sono altre sagome che lei non vuole incontrare, ma la sua direzione ormai è precisa, va verso i cibi pronti, le ricette che i fantasmi disprezzano, troppo raffinate, troppo costose, troppo dilettantesche per loro, e così riesce a mangiare qualcosa senza evocare altre ombre. Ha preparato un piatto anche per lui. Esce dalla cucina, trova un'altra porta che dal corridoio conduce di nuovo in veranda. Sente un pianto, un grido senza controllo uscire di là.
"Ti prego, apri," dice lei. Ma la porta è chiusa, il legno sembra stridere e piangere, ma non cede. "Ti prego, ho qualcosa qui per te," ripete. Ma la porta resta chiusa. Passa del tempo, ma in fondo quella è la casa dell'attesa. Passa del tempo ed è lui che apre la porta, infine, e lascia entrare lei per pochi centimetri in una specie di disimpegno, dove non c''è nulla, come su una linea telefonica. In piedi, per una fretta che coglie tutti e due all'improvviso, si incontrano. Lei parla di biblioteche, di arredi nello studio grande. Lui racconta a sua volta di tesori sepolti, di castelli abbandonati. Hanno parlato entrambi di qualcosa di effettivamente estraneo, ma non sembrano rendersene conto. Si salutano in fretta. Metà del cibo è caduto dal piatto. Lui prende il piatto semivuoto e si ritira. "Se vieni in sala da pranzo, lì è apparecchiato," suggerisce lei. "Verrò, verrò," dice lui, già dietro la porta. Lei si dirige in fretta verso la sala da pranzo, che è vicina allo studio grande, e siede ad aspettare davanti alla tavola apparecchiata. Passano giornate intere, nelle quali lei a poco a poco si ritira sempre più verso lo studio grande: è rattristata, ma ancora si affaccia al minimo schricchiolìo. Poi, un giorno qualsiasi, senza motivo, all'improvviso riporta i piatti in cucina, spegne le luci, e chiude la stanza. Dalla biblioteca, se ancora sente lamenti, o risa, li confonde. A volte càpita che apra una porta che dà sulla veranda anche da lì, e che si trovi in mezzo a una specie di Carnevale, una festa in cui è subito o quasi ben accetta, ma a cui non è stata invitata. "E la cena? In sala da pranzo?" chiede. Lui le risponde, tra i cappellini a forma di cotillon: "Non so dov'è. Poi, non vedi? Ho da fare".
Qualche volta lei prova a uscire dalla casa dell'attesa, ma quando è nello studio piccolo, e sta per ritrovare la porta d'ingresso, sente che è di nuovo calato il silenzio nel resto della casa. La voce di lui sembra venire dalla camera più lontana, e sembra chiamare di nuovo il suo nome. E lei, lasciata la maniglia, di nuovo si volta.
30 giugno, 2009. Lei si domanda per quale motivo il microcosmo umano che sfiora in questo periodo, l'ambiente estraneo che sta visitando, sia più triste e selvaggio di uno zoo. Perché questi uomini in gabbia siano così cattivi e meschini, le donne spocchiose e nevrotiche.
Nella giungla, dove la legge di sopravvivenza è semmai più crudele, vige ancora una regola: solo le iene e gli sciacalli, gli avvoltoi e le serpi, sono del tutto privi di nobiltà, e si nutrono di cadaveri. In territorio libero, invece, tra i leoni, perfino tra le tigri, la caccia è rara, accurata, necessaria. Anche se non è meno crudele, è almeno ciò che in termini umani si definirebbe una competizione sportiva.
Nello zoo, per la noia, per l'orgoglio di gabbia, per una rabbia servile, per odio e invidia (ma insieme geloso senso di possesso) nei confronti delle sbarre, dei guardiani, dei visitatori, dei vicini di prigionia, gli animali sono molto più pericolosi, sono killer anche quando non sono affamati o spaventati, imparano a sbranare non per fame ma per semplice, tragico divertimento, per illudersi che il re della foresta sia chi distrugge ogni nido e ogni tana, timoroso per il proprio.
Lei ha visto che in questo zoo i leoni seguono i suoi movimenti con gli occhi insanguinati di rancore, le scimmie la guardano feroci dai loro trespoli mostrando di continuo le zanne, mentre, nella gabbia accanto, le giraffe sputano dall'alto boli verdastri di bile e foglie al suo passaggio. Hanno imparato a tendere agguati, a fingere l'indifferenza del doppio gioco, hanno ereditato dagli avi in gabbia un abnorme senso del territorio e vivono in un puzzo di orina insopportabile, che ricorda loro la stirpe da cui provengono. Tra loro, nelle cucce, alcuni si stringono in abbracci morbosi, si sfiancano in effusioni incongrue, l'uno schiaccia l'altro per lisciargli la criniera, l'altro spulcia il compagno stringendolo per il collo, altri si avvinghiano fino a ferirsi, altri si disgustano dei loro nidi e vanno a nascondersi sotto le griglie di uscita, altri ancora accumulano sullo strame carcasse e avanzi, come formiche ossessive.
E' impossibile raccontare la giungla a questi animali in cattività.
29 giugno, 2009. "Dimmi ancora - cominciò Lennie - come sarà. Dimmi quello che avremo." (J. Steinbeck, Uomini e topi)
Lo stalker commenta, ma non vale la spesa.
since 2005
28 giugno, 2009. Lei fissa a lungo l'ombra di un palazzo sull'asfalto. Il palazzo, sopra di lei, ha qualcosa di monumentale, e di condiscendente, e di odioso. I turisti sono fermi a scattare fotografie.
L'ombra si allunga a mano a mano che scende il pomeriggio. Una terra, grande molte volte l'orizzonte, sta ruotando senza che nessuno si accorga di niente. Intanto una stella, grande da sola quanto l'inconcepibile, sta ruotando a sua volta senza il minimo rumore. Tra le due sfere, anche l'ombra si sposta silenziosa.
Che cos'è questa forza, questa debolezza, questo peso, questa leggerezza? Lei si guarda le mani. Il palazzo gigantesco è trascinato, con le finestre chiuse, con i pilastri scolpiti, con la sua prosopopea di fondamenta, da vettori che non può fermare.
Con chi condividiamo ciò che siamo? Un'abitudine all'impossibile l'ha illuminata sulla sua familiarità.
26 giugno, 2009.
E' con viva tristezza che annuncio di possedere una copia originale in vinile dell'album "Thriller" di Michael Jackson.
23 giugno, 2009.
Nel caso qualcuno stesse ancora ascoltando, lei-io solleva la testa dal letto e precisa: "Questa era la fine."
Non c'è altro.
"Sapendo quanto sia breve il tempo che resta per dire tutto quello che hanno sul cuore e sullo stomaco e per fare le cose che debbono fare insieme", salutava Beckett. E sperando che loro insieme incarnino quella frase, anche senza bisogno di comprenderla, affinché il male che prova sia almeno sensato - li saluta nello stesso modo.
"Sapendo quanto sia breve il tempo che resta per dire tutto quello che hanno sul cuore e sullo stomaco e per fare le cose che debbono fare insieme".
Una nota: noi facciamo domande, e la gente le prende come risposte... D'accordo la sfumatura tragica, ma attenti alla sfumatura ironica, corrosiva, ferocemente dubitativa: specie in Beckett, santiddio, specie in Beckett.
(da Ida, 23 giugno 2009)
En Viena hay diez muchachas,
un hombro donde solloza la muerte
y un bosque de palomas disecadas.
Hay un fragmento de la mañana
en el museo de la escarcha.
Hay un salón con mil ventanas.
¡Ay, ay, ay, ay!
Toma este vals con la boca cerrada.
Este vals, este vals, este vals,
de sí, de muerte y de coñac
que moja su cola en el mar.
Te quiero, te quiero, te quiero,
con la butaca y el libro muerto,
por el melancólico pasillo,
en el oscuro desván del lirio,
en nuestra cama de la luna
y en la danza que sueña la tortuga.
¡Ay, ay, ay, ay!
Toma este vals de quebrada cintura.
En Viena hay cuatro espejos
donde juegan tu boca y los ecos.
Hay una muerte para piano
que pinta de azul a los muchachos.
Hay mendigos por los tejados.
Hay frescas guirnaldas de llanto.
¡Ay, ay, ay, ay!
Toma este vals que se muere en mis brazos.
Porque te quiero, te quiero, amor mío,
en el desván donde juegan los niños,
soñando viejas luces de Hungría
por los rumores de la tarde tibia,
viendo ovejas y lirios de nieve
por el silencio oscuro de tu frente.
¡Ay, ay, ay, ay!
Toma este vals del "Te quiero siempre".
En Viena bailaré contigo
con un disfraz que tenga
cabeza de río.
¡Mira qué orilla tengo de jacintos!
Dejaré mi boca entre tus piernas,
mi alma en fotografías y azucenas,
y en las ondas oscuras de tu andar
quiero, amor mío, amor mío, dejar,
violín y sepulcro, las cintas del vals.
22 giugno, 2009. (segue) La barca di lei sa correre, ma non sa approdare.
Cerca un pilota, ma non l'ha mai trovato. Non un capitano. Il capitano c'è già. E' un capitano che avrebbe voluto darsi al commercio, come tutti i capitani, ma un giorno ha avuto la ventura di aprire la prima cassa del carico. Vasi costruiti in un materiale misterioso, completamente nero, sono stati la sua prima maledizione.
La barca non chiede ai piloti l'abilità di schivare le secche, né l'astuzia necessaria a seguire un vento favorevole, ma l'unica credenziale di conoscere la rotta segreta delle sirene, la sorgente del maelstrom, la terra su cui poggiano le colonne d'Ercole. Chi si vanta di manovrare in rada, è scartato. Chi si vanta di manovrare in rada, dondolando tra le vele e il vento, dall'albero più alto, sventolando il cappello tra i gabbiani, è subito assoldato.
Dei mercanti, degli industriali, degli inventori e dei geni che ha ospitato, traghettandoli senza risparmio di qua e di là, crede spesso che siano piloti incompresi o mascherati: li ascolta nelle notti pigre raccontare di agguati in oceani popolati di mostri, li guarda mentre si commuovono alla scia di una stella cadente, li scopre piangere di nascosto una terra perduta, e subito vorrebbe strapparli ai loro affari, e issarli sul castello di poppa con tutti gli onori. Promette loro la corona di re di Atlantide e il tesoro dei pirati, e di mai toccare terra che non sia fatata. E quelli, in vista del primo porto sicuro, sulla prima scialuppa, con i bagagli arrangiati e gli assistenti ancora mezzi addormentati, salutando con un bacio, si calano in mare in fretta, incuranti del fortunale. Lontani, abbracciano la terra: nelle locande raccontano di un nuovo fantasma, di un nuovo mostro, di una barca misteriosa che viaggia con il timone libero e un capitano cortese e forsennato.
Una barca capace di bolina, che va all'orza nel vento come nessun'altra. Una barca ingovernata, che a ogni tempesta sfascia le vele e disperde il carico. E che di terre meravigliose ha trovato traccia solo nei racconti dei viaggiatori ingrati, o incrociando, per raggiungerli in fuga, oltre ogni confine dei mari conosciuti. Si dice che nelle stive nasconda un bottino sovrumano. Si dice anche che lo perderà in una delle sue traversate, per regalarlo a un miraggio.
(segue)
21 giugno, 2009. (segue)
E' triste per la familiarità finita, per la consuetudine che non sente più.
Immagina le loro felicità separate, e decide di concedersi in questo la parzialità.
Solo la parzialità, solo la mancanza di equità, infatti, nei mesi passati ha già alcune volte riacceso le caldaie fredde della sua nave. Rimpiange la gelosia, che non prova più. Non prova più gelosia: riconosce dietro gli stessi paraventi le stesse vivacissime scene che a lei sono accuratamente negate, e non è più turbata né dalle scene né dal loro mascheramento. Ora che si fa, ora che non me ne importa più niente? si domanda.
Così prova a immaginare. Vede le loro due barche gelide fendere l'onda su rotte separate e lontane. Come se fosse affacciata a babordo, e guardasse avanti e in basso, vede il fondo del mare color petrolio, e la superficie del mare liscia come mercurio, tagliata netta da ciascuna prua. Vede acque tranquille, dalle quali si solleva una nebbia usuale nei mesi freddi, dicono i marinai, pericolosa ma superficiale.
La barca di lui è più veloce. Conosciuta in tutti i porti, si carica via via di mercanzie sempre più costose. Esplora per la prima volta oceani sempre più lontani, dove il linguaggio comune ha significati sempre più rari. La prua divide alghe di estuari, macchie oleose di porti, schiume insulari, schegge galleggianti del legno di città e villaggi in costruzione. Il nome della barca cambia in nave, ed è seguito da sigle sempre più importanti, Ltd., Company, Associated, General. Gli ufficiali si moltiplicano di numero, il capitano si rinsalda su ponti di governo sempre più alti e arretrati. Sempre più simili alla terraferma.
La nave cambia le rotte commerciali, ne apre di nuove, trasporta un brulichìo di merci, corrieri, mercanti, industriali, inventori e geni. Tuttavia non si ferma, non può farlo. Mai a lungo in un porto. Appena i porti si accendono di nuove luci, e le botteghe rifioriscono, e la gente scende in strada, ripartire. Caricare e ripartire.
Il capitano non apre mai le casse che trasporta. Le trasporta, appunto. Così non sa dire, alla fine del viaggio, se ciò che ha trasportato valeva la pena, ma sa dire che valeva la pena trasportarlo. Il capitano guarda l'orizzonte. Ha brutti ricordi, il capitano, e bellissime liste di carico.
La barca di lei...
(segue)
20 giugno, 2009. (segue) Al buio, lei pensa che solo l'esperienza in comune può avvicinare due persone. Anche un'esperienza passata. Il pensiero non ne è capace. La parola esaurisce. Si è stesa per dormire, lascia cadere le mani sul letto, sulla spiaggia, sul divano, sull'erba. Ogni volta sono più vuote. Lui non è più solo assente, ma è sempre più assente. Come se anche la mancanza avesse gradazioni, prima la mancanza di un corpo sotto lo strato sottile di un velo, poi la mancanza coriacea dietro a una scorza, e molti ripensamenti tra le due mancanze, prima di trasformarsi in un'assenza completa, al non esistere più.
Lascia cadere le mani. Lei è il raggio di luce di una pellicola proiettata in un cinema all'aperto, che senza lo schermo bianco si perde in fondo alla notte, un fascio di figure nel transito di radiazioni e brillamenti di astri privi di intenzione.
Non è più nemmeno il caso di vedere lui. Non è più nemmeno il caso di parlargli. Il pubblico vedrebbe un raggio bianco nell'aria, parlerebbe sopra le parole.
Lui è riuscito a spostarsi di lato quel tanto che basta a rompere la lanterna magica. Lo ha fatto apposta. Le mostra la sua luce che scorre fuori, e il proprio schermo bianco, entrambi indifferenziati, caduti separati.
"Ho letto questo libro"
"Sì. Com'è."
"Molto bello, te lo consiglio."
"Davvero."
"Sì, davvero."
"E il sopracciglio?"
"Mi hanno messo due punti. Mi fa male. Non troppo. Un periodo così."
Le loro conversazioni sono cambiate. Tempo fa, tutto questo aveva un senso. Ora lui chiede che non l'abbia più. Forse non è nemmeno più nemico, forse è perfino stanco di essere amato.
(segue)
19 giugno, 2009. (segue) Lei è una scrittrice e qualche volta guarda le fotografie. Non come le persone che fingono di guardare i quadri alle mostre, atteggiandosi in mille modi intelligenti, e nemmeno come quelli che alle mostre piangono e si disperano, oppure alzano le spalle e sogguardano gli accompagnatori, e nemmeno come quelli che vanno alle mostre come per ritrovare un vecchio amico, e poi sorridono a una pittura a olio. Guarda le fotografie perché non parla quasi mai con nessuno sul serio, perché non è sul serio parlare con lui o con le zie o con i suoi genitori o con i colleghi al giornale. Guarda le fotografie perché è davvero innamorata, non delle persone ritratte in fotografia, che non conosce personalmente, ma è innamorata e non è riamata, e nelle fotografie guarda come sono fatte le facce, in particolare l'attaccatura dei capelli e la pelle intorno agli occhi. E non le guarda per ritrovare lì gli stessi occhi di lui, che non ci sono mai in ogni caso, ma per vedere e poter guardare gli occhi di qualcuno. Per esempio c'è questa foto in bianco e nero di un signore di una decina d'anni più vecchio di lei, non bello, ma nemmeno volgare, un uomo capace di pensarsi passabilmente bello per una fotografia, ma anche non abbastanza bello, tanto da essersi ravviato i capelli molto a lungo, con il risultato di averli in qualche modo un po' sciupati e unti, ma non in modo disgustoso, anzi forse con un unguento apposito, che dev'essere profumato. La fotografia profuma di naftalina, anche se è ritagliata da un libro, e questo signore indossa una giacca e una maglia dolcevita che anche a distanza, saranno passati cinquanta e più anni, sembrano tolte da un cassetto profumato, che sa un po', ma non molto, di naftalina, e indossate pensando che con l'aria si rinfrescheranno. E' un'opinione che gli si legge in viso. "I miei vestiti prenderanno aria e si rinfrescheranno". I capelli, grigi, la giacca, grigia, la pelle, bianca, il maglione, grigio, sono perfettamente a fuoco, ma gli occhi sono talmente chiari che risultano sfocati.
Lei osserva la foto inclinando la fotografia verso la luce, ma la luce naturale sgrana definitivamente lo sguardo dell'uomo. Lui ne è, già mentre si fa scattare la fotografia, intensamente preoccupato. Cerca di tenere lo sguardo sporgente, affacciato, intelligente, ma insieme al pensiero della naftalina ha, si capisce, il pensiero del proprio sguardo così celeste e pallido, che nessuno capirà. Lei, infatti, non capisce, ma è proprio questo che la spinge a guardare e a guardare una fotografia che è tutti gli uomini e tutte le donne. Non a guardare se stessa. Se stessa allo specchio è troppo lucida e vitale e rossa di capelli per non essere a fuoco. Lei è in un eccesso di fuoco. Ma a guardare qui l'uomo che ama, per esempio. Che è allo stesso modo sfuggente e assente e in qualche modo non verosimile, mai, e mai a fuoco.
Mentre osserva la fotografia del signore che, è certa, parla come lui, sebbene sia di viso più oblungo e probabilmente di statura più alta, dalla finestra aperta arriva la voce di un altro uomo, un vicino di casa. "Non mettere le mani nella scodella," sta dicendo a un bambino. "Antonia, la bambina ha messo le mani nella frittata". Sta dicendo l'uomo alla moglie o alla cognata.
L'uomo nella fotografia è stato così. Ha parlato irritato e innocuo con una donna, ha aspettato che venisse pronta la cena. E così è anche lui. E così sono tutti, anche lei.
Solo una donna innamorata sente e vede queste cose, anche se non le ha mai viste né sentite, nella fotografia di un altro.
(segue)
19 giugno, 2009. (segue) Lui torna. Lei è una grande scrittrice, come donna è più bella di molte altre donne, e così lui torna. Solo per sentire il suono dei suoi sentimenti. Poi se ne va. Se ne va dalle sue donne per il sesso e le apparenze. Poi torna. Poi se ne va. Poi torna. Poi se ne va. Poi torna.
Tra andare e tornare c'è la sospensione di una battuta in levare, in cui, se si fosse a teatro, un'intera compagnia di balletto prenderebbe posto sul palcoscenico cercando di dissimulare il rumore di passetti piccoli e furtivi verso la posizione data.
Lei non è disponibile in quanto scrittrice, e nemmeno in quanto donna. Ma è come terra, acqua, montagna. C'è. L'uomo la impoverisce, la sfrutta, la inquina. Lei, non si sa come, riesce sempre a ristabilirsi, a rifiorire, merito delle creature che la abitano, della grandezza dei suoi orizzonti, della forza della vita, della consapevolezza del tempo. Lui non la bacia mai, non la stringe mai, ha paura di essere soffocato da un essere che somiglia alla natura e che non gli darebbe più scampo verso l'infelicità. Lui si sente sicuro a letto con le altre mentre lei lo tiene in palmo di mano soffiandogli addosso il fresco della sera.
Lei attua nella propria mente trappole crudeli in cui toglie improvvisamente la mano. Precipizi immensi, generalmente ambientati a Montecarlo o a Marbella, in cui un panico europeo lo invade all'improvviso, a metà sulla passeggiata a mare, tre metri prima della tenda del giardino d'estate dell'hotel. Lei si sente così male, per lui, che quando lui torna lei gli spolvera dalle spalle la sabbia della spiaggia delle angosce di Antibes, senza tuttavia trovarla. Ciò la rende ancora più preoccupata. (segue)
19 giugno, 2009.
(segue) Le zie trasformano tutto in cose facili.
Così come le stanno preparando un frullato. Perché la frutta è così colorata e matura nelle loro mani? Perché l'acqua del rubinetto ha perfino un suono fresco, perché è così invitante qui la stessa acqua del rubinetto di casa sua? Perché il taglio grossolano dei pezzi di frutta sembra così allegro e risolutivo? Perché c'è tutta quest'allegria intorno a un mucchio di fragole, al punto che viene l'istinto di rubarle e poi ridere, come bambini?
Perché il loro frullatore funziona? Perché lei guarda il frullatore e lo vede girare con un ritmo felice? Perché i bicchieri sono così belli, alti e lucidi? Perché si colmano con un rumore che fa pensare alle guance piene di frutta? Perché tutto viene lavato schizzando intorno, e le gocce vengono subito asciugate, e il frullatore è di nuovo composto, fiero come un soldatino? Perché il frullato non è granché, ma fa venire voglia di guardarlo, berlo, sorridere, andare a casa e coltivare per sempre fragole?
Con la stessa facilità, le zie battono una volta le mani e le dicono di dimenticare lui e di andare avanti.
E' lei che deve rispondere che non è facile. La difficoltà sta tutta in lei.
Chiede che facciano un altro frullato.
(segue)
18 giugno, 2009. (segue) Mentre scendono le scale, incontrano una delle sue donne, l'ultima, e forse nemmeno l'ultima, la penultima, o una di mezzo - accade un breve qualcosa, che non è uno scambio di saluti. Loro sembrano sussultare.
Lei viene accompagnata ancora per qualche gradino, nemmeno fino in fondo alla scala, per il solito cambio di programma. Lui non commette un solo sgarbo. E' gentile, si appoggia al muro, domestico, con le mani sta già tornando verso casa. L'altra ha le chiavi, è già su.
"E' solo la mia assistente," dice lui a un certo punto.
Lei si volta e lo guarda. Perché dice così? Non ha più molta importanza. Lo guarda a lungo, più di quanto si guardino i loro occhi.
E quando è andato, riprende a scendere le scale. I primi passi sono più rumorosi del solito, e tra tutte le cautele che deve prendere, guardare dove va, non inciampare negli scalini, evitare di toccare il corrimano per un certo senso di contagio, c'è anche quella di camminare in punta di piedi mentre se ne va. Per questo lui le ha detto dell'assistente: per non avere storie.
All'aria aperta, le riesce difficile aprire la bocca per respirare, le labbra sono pesanti, gonfie.
Respira con la scusa di fumare una sigaretta. Un tale con un vestito da manager incontra in quel momento il suo sguardo. Si controlla la camicia, la giacca. Volta l'angolo, insicuro.
Lei comincia a camminare, e arriverà così, a piedi, fino a casa. Il dolore non è come le altre volte. Quella è la quinta o la sesta moglie che lui ha evitato di presentarle per pura fortuna. Per la sola fortuna di essere considerata troppo estranea alla sua vita per saperne qualcosa che non la riguarda.
Mentre si accende un'altra sigaretta, non vuole saperne di più. Finché saranno lui o l'altra, dentro di lei, a interrogarla, non intende rispondere.
"Tu sei ancora infatuata di me, non negarlo. Ma le cose stanno così," dice lui, con lo stesso sorriso che aveva sulle scale, consapevolmente potente.
"E' mio, può darsi che io valga meno di te, ma è mio, e quindi," interloquisce l'altra, indecisa se essere tranquilla o ancora un po' altezzosa, o tutte e due le cose, specie con il tempo.
A loro non risponde. Dopotutto, l'estraneità è una moneta con due facce. E' vero che le domande che sente sono solo proiezioni, e che niente è più lontano da quei due di lei. Non stanno facendo l'amore, lui sta guardando la tv e l'altra si è tolta le scarpe e controlla la posta, e questo è ben più intimo che fare l'amore, dopo che si è fatto l'amore.
O è bene che loro credano che sia così.
Lei si dirige verso casa - i negozi, i semafori, i marciapiedi con le cunette in discesa davanti ai passaggi pedonali. Non deve crollare adesso, non deve rispondere ai fantasmi. Lui stava ripiombando da solo nella città indifferenziata, ora devono finirci in due. Nel caos della città dal quale, chissà come, un giorno, prima l'uno poi l'altra, sono usciti.
Vorrebbe rispondere solo per via di quelle ultime cose. Le ultime cose che avrebbe voluto dire a lui, nell'ultima passeggiata, spazzate via dal disinteresse. Ora sono come dei piccoli morti, non c'è modo di consolarsene, sono promesse cui qualcosa che non si immaginava così ingiusto ha dimenticato di tenere fede.
E' possibile che un giorno lo capisca. Che solo le cose non dette sono ciò che si è salvato.
Torna a casa e a se stessa - piano, come farà tutto nei prossimi giorni, piano - toglie le scarpe e accende la tv.
(segue)
18 giugno, 2009. Amo certe cose.
Su Youtube, leggere i commenti. E' come assistere alla nascita di un pianeta, tutte le volte. Per esempio, sotto un video della colonna sonora di un blockbuster sui pirati, qualcuno chiede what's the name of the song. Molti gli rispondono. The name is he's pirate. He's pirate the song. Scritto così. In questo modo. The song is he's pirate. Ma tutti continuano a chiederlo lo stesso, non capiscono. Finché finalmente uno, con la perdita di pazienza nella voce, risponde finalmente: "He's pirate", dude.
Quelle virgolette.
Per me è come quando ci si chiede chi ha cucinato il primo biscotto.
16 giugno, 2009. Sempre più difficile: una notte in bianco di lavoro, mi spiace per chi attende il seguito, ma occorre un momento di pazienza.
15 giugno, 2009. Quando si accorge di non amarlo più, è uno dei giorni più tristi della sua vita. Ascolta con indifferenza i particolari dell'ultimo rapporto sessuale che lui ha avuto con non ricorda chi (il fatto che nella mente di lei la definizione "rapporto sessuale" - e poi, chi lo chiama "rapporto sessuale"? - evochi un dispaccio o una comunicazione aziendale, è già un primo sintomo) e non ha nemmeno una domanda da fargli. Non ricorda nemmeno precisamente quale genere di domande fosse solita fargli, prima. "Chi?" probabilmente, o "E quindi adesso ti interessa lei?", ma non è sicura. E' certa che lui ora stia rispondendo, in modo quasi automatico, alle domande che lei gli faceva un tempo, ma per inseguire il proprio pensiero ha smesso di ascoltarlo qualche minuto fa, e ora che risente il suono della sua voce, come risvegliandosi da un breve sonno, non riesce ad assumere un'espressione attenta. "Andiamo a fare un giro nel parco?" gli chiede.
Lui si interrompe a metà di una frase sul modo in cui il suo organo sessuale è stato stimolato fino a non più di poche ore fa (anche il fatto che lei lo immagini come un organo, un organo con le canne di metallo, che suona, in una basilica, non depone bene), e resta a bocca aperta, abbassando gli occhi. "Ah, va beh". Dice. Dice sempre ah va beh, quando è contrariato. Per fortuna si è divertito, e il divertimento riaffiora a poco a poco stirandogli gli angoli della bocca, o c'è quasi da scommettere che troverebbe una scusa per non uscire.
(segue)
14 giugno, 2009. L'alba della pagina 145 non arriva mai. La distanza tra le pagine si amplia, si ingrandisce, 141, 14§, 14%, 14^, 142, e sono appena qui. Il mio gatto mi guarda come se io sapessi fare i miracoli, aspettandosene uno. "Hai ragione, dovrei," gli dico, come si parla ai fratellini più piccoli. Dopo la pagina 142, lo stillicidio prosegue, 14&, 14=, 14ç, poi 143.
E' precisamente questa la situazione, ricordo, forse non il luogo e forse non il libro, ma è precisamente questa la Situazione Alice. La Situazione Alice non è adatta a uno scrittore o a una scrittrice. Io devo uscire dalla Situazione Alice al più presto, o mi troverò nella compagnia dei lettori. Io non sono una lettrice. Non so leggere le parole. E poi a b c d e f non sono, contro quello che mi si dice del Broca System in my mind, l'albero ai cui piedi tutto si costruisce. Le feste di non compleanno rappresentano l'impossibilità di capirmi. Una data, semplice come è semplice una data, sta a significare l'impossibilità di raggiungermi, per sempre. L'oggi che non è oggi, lo ieri che non è ieri, per il lettore è un gioco di parole, il lettore non capisce, legge, sul suo piano ogni oggi è quello possibile, non sul mio. La Situazione Alice è quella in cui tutti i commensali credono di essere seduti allo stesso tavolo, per la cortesia che talvolta abbiamo nei confronti degli ospiti. Ma non siamo allo stesso tavolo. Molti scrittori hanno perduto o non hanno mai avuto questo senso di alterità. Non sono più scrittori, sono solo passeggeri di una Situazione Alice. Il fastidio che sento quando la vocina del lettore legge e pronuncia quelle che crede siano le mie stesse parole, ecco che adesso si spiega. Non voglio restare nella Situazione Alice tutta la vita. Quando rendiamo l'invisibile visibile, tutti all'improvviso credono di vedere. Ma non è così. Sono stata troppo generosa con i commensali. I piatti sono vuoti e loro portano alle labbra la forchetta con tutto il gusto che sanno metterci. Ricordano altre cene luculliane. Le citano, perfino, da una parte all'altra del tavolo, come se si versassero un'altra cucchiaiata di gelato. E io annuisco, sono felice di riportare i complimenti in cucina. Invece, ridiamogli in faccia. Torniamo a chiudere la porta del nostro mondo, e a divertirci con loro. Toh, assaggia questo bocconcino di non so che. Buono, eh? Pile e pile di invisibile. Quello è troppo nutriente, attenti. Quello è salato, fate attenzione. Mi passano il piatto di portata con nulla, e mi rimproverano perché non uso le posate giuste.
HAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHA.
Credo che sia giunto il tempo di una nuova sezione.
13 giugno, 2009. Quando ero piccolo, e prima di scrivere le mie famose storie, i miei mi portarono in una città vicina per ammirare la statua di un certo Gian Galeazzo, signore del luogo, imparentato con le genti austriache. Arrivammo nella piazza affollata di persone e vedemmo il gigantesco monumento funebre quasi prima della famosa facciata della basilica, tanto imponente e brillante era la statua. Io fui issato sul carro affinché potessi ammirare la perfezione dei tratti e la sontuosità delle vesti del signore, e quando, finito il mio turno di osservazione, scesi dalla ribaltina di legno e posai un piede dopo l'altro a cassetta, ero così infervorato e commosso dalla bellezza del signore, che non prestai la consueta attenzione alle schegge di legno delle assi del nostro carretto di provinciali, e m'infilzai nel polso un frammento del vecchio acero marcito di un bracciolo, cominciando a sanguinare copiosamente. Tuttavia, mi sentivo come Enea nel Mediterraneo, come Rolando a Roncisvalle, e non versai una sola lacrima, tanto la maestosa nobiltà della statua m'aveva impressionato e contagiato. "Il piccolo eroe", mi chiamarono per tutto quel giorno mentre mi accarezzavano la testa e indicavano ai conoscenti la grezza fasciatura che mi bendava il braccio. E io correvo per le strade della città straniera agitando il braccio e uno sterpo come una spada, ed ebbi fierissime battaglie con i ragazzi del luogo. Con uno dei miei nemici locali strinsi una specie di amicizia, Leonardo si chiamava il nemico, e ora battagliando ora conversando attraversai con lui in lungo e in largo tutto il paese. Assaggiai le focacce delle locande e rubai bacche e mele al mercato mentre lui distraeva i passanti con giochi di equilibrio e prove di abilità con la spada. Finché, stremato, non sedetti sul bordo di una fontana con lui. Mentre cacciavamo i lombrichi dall'acqua stagnante della massicciata, gli spiegai entusiasta che tutto quel coraggio, tutta quell'energia, e il braccio insanguinato che mostravo intorno come un trofeo, mi venivano dalla visione del loro grande signore, Gian Galeazzo, e volli informarmi della sua vita, della sua morte, delle sue passate imprese. Leonardo alzò le spalle e indicò, tra i tetti della città, quello di un palazzo vicino alla piazza della cattedrale e della statua: "Egli vive laggiù." Ero sconvolto. Un uomo così potente, così straordinario era vivo, e Leonardo alzava le spalle? Gli diedi dell'ingrato e del gradasso. Lui battagliò con me ancora un po' con la spada, poi ci stancammo e mi spiegò: "La statua che hai visto in piazza, e che tanto ti ha infiammato, non è la statua funebre di messer Galeazzo. E' la statua funebre di una donna che morì d'amore per lui, e volle rendere immortale il suo amore, non se stessa, per tutte le genti a venire. Chiamò il più grande scultore di tutta Europa, e si chiuse con lui in consiglio per giorni e giorni, mentre il marmo occorrente per la statua scendeva dai monti qui intorno e un esercito di scalpellini delle valli si preparava nelle officine affilando scalpelli e trapani ad acqua. Quando lo scultore fu congedato e venne qui per affrontare il marmo, si disse che lavorò notte e giorno, invasato dalle parole della donna, plasmando il marmo con le sue stesse dita e denudandolo a poco a poco come un amante impazzito di desiderio. La statua terminata fece due morti, uno fu la donna, che morì quello stesso giorno gettandosi in una fornace, e l'altra fu lo scultore, che si tagliò le mani, in preda a chissà quale follia, e morì dissanguato in fondo a un campo deserto, dove lo trovarono i cani prima che i suoi simili. E la statua, meravigliosa e immacolata, brillava perfetta nella piazza. Gian Galeazzo rise. Ne fu lusingato, si permise di rendere un burlesco omaggio ai due defunti sul bordo del monumento, e preparò una grande festa che durò per una settimana intera. Nei suoi vestiti più sontuosi, e con il volto dipinto di bianco, egli scorrazzava per le strade della città insieme ai suoi cadetti, invitando i cittadini a unirsi alla gozzoviglia, e issando feticci di paglia della donna morta, che bersagliava con le più ripugnanti oscenità. Ma fosse l'orribile fine dei suoi innamorati, fosse l'insopportabile protervia con cui si vantava del loro amore, o fosse quel viso coperto di biacca che ricordava il bianco perfetto della statua, molti cominciarono a notare la profonda differenza tra il Gian Galeazzo scomposto e volgare che impazzava qua e là, e il meraviglioso eroe che giganteggiava nella piazza. E anche Gian Galeazzo se ne accorse, a poco a poco. Lo si vide pian piano nei mesi e negli anni successivi, quando, dopo stagioni intere di insopportabili risa, egli si placò all'improvviso. Cominciò a osservare la statua, prima apertamente, di giorno, mentre passava nella piazza con il suo drappello. Poi di nascosto, durante la notte, alla luce febbrile delle torce, e infine perfino al buio, dalla finestra del suo palazzo, al primo lume di luna. Egli si guarda tuttora - sebbene sia difficile dire quali ragionamenti e umori tragga dalla visione di se stesso, perché non esce quasi più dalla soglia di casa, e vive nascosto, segregato, e nessuno ha più avuto modo di confrontare il bellissimo giovane raffigurato nella statua con il suo viso di carne."
Così concluse Leonardo, e quando io osservai che forse, dopotutto, quello era davvero il monumento funebre a Gian Galeazzo, battagliammo di nuovo fino a stancarci definitivamente, e poi raggiungemmo gli altri nella locanda, dove pranzammo e passammo altre ore in vivacissima compagnia.
(di Ida Bozzi, 13 giugno, 2009)
12 giugno, 2009. "S'erano ben rimpolpati d'erudizione, affinché i torti che commettevano fossero graziati mediante le parole di uomini illustri, caduti sotto colpi simili a quelli che essi infliggevano. Le loro coscienze venivano ripulite da màrtiri santissimi, perseguitati nobilissimi, e altri angeli terreni tanto sofferenti da perdonare in punto di morte il più terribile dei loro simili." (Maus Columbo, Il Vangelo su Andromeda)
11 giugno, 2009. Happy hour.
Sapeva che l'avrebbero chiamata così, prima o poi.
Mosse le scarpette che non arrivavano a terra. Esile, magra, non si perdeva in inutili chiacchiere. Quando era stata cacciata, aveva imparato un'andatura più impettita. Quando il re l'aveva richiamata, l'andatura impettita non l'aveva abbandonata.
Senza battere ciglio, aveva osservato a lungo la testa di Anna. Come si guarda una biscia morta in una pozzanghera. Dall'alto in basso. Non aveva detto niente, si era chinata su di lei negli abiti di corte, aveva aspettato che i suoi occhi sbilenchi si facessero opachi, fissandola da sotto la corona.
Così, quando la chiamavano Maria la Sanguinaria, non pensava ai trecento dignitari che aveva condannato a morte, né al duca, né ai rivoltosi che aveva fatto impiccare. Sorrideva e pensava all'unica vittima che non aveva ucciso con le sue stesse mani, il suo assassinio migliore.
8 giugno, 2009 (rimettiamo la virgola).
Le tre o quattro donne del suo ultimo romanzo erano sparse qua e là per la città. A quell'ora, sedevano innocue in luoghi che in radiografia sarebbero apparsi come i magazzini di approvvigionamento degli alveari, poi ci si aggiungeva il design, la carne e tutto il resto, e diventavano i soliti posti. Comunque, loro erano lì in giro. Molto carine, con piccoli difetti fisici che lo scrittore non aveva notato perché era troppo giovane, per esempio i capelli troppo sottili, ormonali, o gli occhi troppo arretrati nella testa. Erano tutte più o meno popolari, avevano dei piccoli momenti di fascino in ore particolari della giornata, altre volte erano indistinguibili dal rumore di fondo dell'alveare. Non avevano sofferto del fatto di essere state sacrificate. Una qui, una lì, l'altra là, le loro parole, il loro modo di fare sesso, il loro modo di portare una borsetta o di indossare un vestito, erano stati consumati e ora erano in ristampa.
"La letteratura non è come la vita," disse lo scrittore, a uno che l'ascoltava. "La letteratura non ha obblighi sociali. La letteratura è libera. La letteratura può dire quello che vuole."
Si trovavano, vattelapesca, alla presentazione di un nuovo saggio su Qualcosa, dello scrittore. L'uno che ascoltava aveva una statura impressionante, una testa enorme con capelli troppo pettinati, il colletto della camicia dentro il collo rotondo del maglione, e una borsa di colore blu palestra. Era uno con il dieci in condotta a vita.
"Ma è vero, è vero, infatti Cianokis scrive..." disse l'uno.
Lo scrittore si voltò per non sentire, e non sentì infatti. Continuò tranquillo: "La letteratura non è Sim City, la letteratura non è Matrix, la letteratura non è 1984. La letteratura può buttare per aria quello che vuole."
"Anche Sandel'spam diceva..."
Altro giro di vertebre. Altra tranquillità: "E questo è quanto. A quelli che mi dicono che nel primo romanzo ho sputtanato un sacco di gente, dico, no. La letteratura non sputtana. La vita sputtana. La letteratura esercita il suo pieno diritto."
"Certo. Sono d'accordo. Non vedo come si possa non essere d'accordo," annuì l'uno, dando dei gran colpi di testa. Notò che lo scrittore stava cominciando a diventare nervoso, e per non disturbare si inchinò, fece scivolare la borsa blu dalla spalla, si strinse il collo del maglione come se si togliesse il cappello per salutare, e si allontanò.
Lo scrittore buttò fuori il respiro che tratteneva da un pezzo. Non che non respirasse. Ma non respirava fino in fondo. Mai, quand'era in giro, qua e là per la città. Ora, finché era solo, riempì e svuotò i polmoni più volte, come in montagna. Adesso? Chi c'era nelle vicinanze, da salutare? Frichini? Bipperali? Origano? O qualche lettore anonimo?
Incamerò più aria che poteva e la tenne giù, premuta sul diaframma.
(...)
Mi mortifichi, ma nascondendoti dietro l'anonimato, da alcuni anni. Questo è il mese in cui insulti? Toh, guarda, che novità. Quanto alle vicende con i miei amici, non ti riguardano, e se ti riguardano, saprai anche che la ragione non è né tutta da una parte, né tutta dall'altra, e nemmeno la rabbia, e nemmeno, nonostante le chiacchiere, l'affetto. E nemmeno, nonostante le chiacchiere, il disincanto. Se non è un buon momento, per lo più la colpa non è nostra, ma di una contingenza generale che tuttavia nessuno può scrollarsi di dosso facilmente, la crisi economica.
Nei fatti privati avrei gradito più generosità, e anche i miei amici. Tu che disturbi da anni, non credo che ne sappia niente, per definizione. Ma la rabbia è un sintomo che conosco bene, perciò non ti preoccupare.
Capisco.
Ps. Per tutti gli scienziati pazzerelli in transito, la vostra Bozzina si è accorta di un po' di macchie solari polari, un grande successo osservativo! Clamore e festa ovunque. Si fa per dire, ovviamente.
8 giugno 2009. (spiacente per tutti i contemporanei, mi disturba altra musica che non sia questa)
La storia che mi è entrata in testa è come una falena estiva. Tutti vedono che è del tutto innocua, ne ho paura solo io, vivrà un giorno. Nonostante questo, mi riempie di un'inquietudine istintiva. Non credo sia difficile da scrivere. La questione è che, anche una volta scritta, sarà solo un dubbio.
L'inquietudine verte (credo) intorno alla figura della protagonista, che non parla. Solleva però una quantità di interrogativi ai quali io non credo di poter dare una risposta, o di dover dare una risposta. Sono misteri. Suoi misteri. Ma lei chi è? Non vi sto raccontando molto, mi rendo conto, ma più che un raccontare questo è un pensare a voce alta. Ecco, lei non pensa, è una terza persona assoluta. Il suo umore, in particolare, è inspiegabile. Quando mio nipote guarda un cartone troppo complicato per la sua età, continua a chiedermi: "Ma perché quel coniglio fa così? Perché quel topo fa così? E' perché l'altro gli ha portato via il gioco?" Ecco, io guardo il mio personaggio, e tutto quello che so è la domanda: "Ma perché lei fa così?".
Niente, devo provare a scrivere.
Le consuete domande - "che cos'è l'amore?", "che cos'è la vita?", "lui/lei è sincero/a?", "e tu?", "e io?", "voglio fare questo nella vita?", "è tutto qui?" - non hanno senso. Non è questo che le chiedereste.
Il piano della mia vita, su cui si è posata come una farfalla notturna, ne è illuminato. Mi salva dal gelo, dall'insofferenza che provo, dalla possibilità, al bivio esistenziale e sentimentale in cui mi trovo, di imboccare una strada che non è la mia, in cui io non sono io. Mi salva, all'inizio di tutti i sentieri, invitandomi in una direzione diversa dalla vita automatica che sceglierei per poter essere almeno un po' felice. Mi fa più paura, e forse così nasconde meglio la felicità sonora degli altri. Dal gruppo dei festosi che giocano in mezzo al giardino io sono comunque esclusa, e presentarmi con il vestitino e il sorrisino non cambia la somma degli addendi. Ma si potrebbe fare. Altre cose assumerebbero importanza, quale non ne hanno mai avuta prima, altri circoli e altri interessi mi attirerebbero in una sarabanda di cose da fare, di appuntamenti da non mancare, entrerei tutta intera in un nuovo cerchio di elementi fondamentali dell'esistenza. Invece arriva questa storia che sa di potermi attirare. Che fa vibrare corde già quasi coperte dalle fodere contro la polvere. Tanto che all'inizio io non la riconosco. E ancora adesso ne ho paura.
E se è un miraggio? Se è un filo troppo sottile, dal quale cadrò, mai più in tempo per tornare al circolo dei felici? Sì. Però cosa c'è in fondo al filo? Che cosa c'è dall'altra parte? Niente? Lo scoprirà qualcun altro? Capirà qualcun altro la lingua di questo miraggio che non parla? E se non c'è nessun altro? Che lo spieghi a me?
7 giugno 2009. (voi scherzate, io no. Questa cosa è inquietante, è successa, e io non vedo perché non dovrei scriverla sul mio sito personale)
Poi all'improvviso. Una storia lontanissima. Qualcosa di soprannaturale. Forse suscitata dalla frase sulla wilderness scritta da Faulkner nel racconto, sulla cosa non viva, non umana, just wilderness, dalla quale sono circondati i cacciatori nell'accampamento.
E' successo domenica alle sette, forse alle otto di sera . Quando immagini che scrivere non sia la tua strada naturale, ma solo quella che hai voluto compiere - e i momenti così càpitano, soprattutto quando non pubblichi a vent'anni - a volte ottieni improvvise, abissali risposte, non dai vivi, non dagli umani, ma da qualcosa che non conosci e che sta dentro di te. Prima di te. All'improvviso ti arriva una storia, non cercata, non vissuta, non di esperienza, qualcosa che stava lì ad aspettare che tu tacessi un po' santiddio, e che salta fuori a sorprenderti. Allora non capisci più. Perché. C'è pieno il mondo di scrittori che non hanno una storia nemmeno quando escono con il nuovo bestseller, ma invece questa storia viene a pescare proprio te. Trovarti, non è proprio facilissimo: non sei nessuno. E viene a pescarti con una faccia bruttissima. Dice: "Scrivimi". E tu dici: "Ma ti avranno già sentito. Sarai la solita vecchia storia". E questa cosa ti risponde: "Scrivimi". E non sa dire altro. Tu puoi protestare, puoi alzare le spalle, puoi anche non scriverla perché ormai non ti senti più in grado di fare niente. Però resta il fatto che questa cosa è lì, appena la guardi ripete o sillaba senza voce "Scrivimi" (sì, sì, tutto il Coleridge che volete, ma qui non stiamo parlando per metafore). Ed è inquietante, perché arriva con un titolo, con una protagonista, con un inizio e una fine, come se li avesse nella valigia. Anzi è molto inquietante.
(ore dopo: è davvero inquietante, anche il plot. E' una di quelle storie che hanno qualcosa di sinistro, di disturbante; e non riesco a scherzare. Scusate, lo dico ai lettori che mi inviano come sempre messaggi personali: io non so di che cosa stiate parlando voi, ma io ho questa cosa per la testa, e mi turba. Volete che ripulisca il sito dalle ultime sregolatezze? Non oppongo resistenza. In questo momento, vi garantisco che ho la testa altrove: perché devo scrivere questa storia? non so perché sia arrivata, è strana e, se devo dirla tutta, non mi piace. Non mi piace, mi fa paura, non capisco dove mi porta)
7 giugno 2009. Sì, ma non si può andare avanti così. Parliamo d'altro. Non c'è intenzione di suggerire questo libro più di un altro, non si parla di un altro libro, ma di questo.
C'è un racconto molto bello di Faulkner, "The bear", in cui sostanzialmente tutto è meraviglioso, ma le descrizioni migliori sono quelle degli animali, anche quando sono riferite, "but only a little different", al protagonista. "An eagerness, passive; an abjectness, a sense of his own fragility and impotence". Qui il lettore si sente chiamato a una concentrazione, a un silenzio, che apre un occhio direttamente nell'interiorità, nel buio della coscienza. Naturalmente senza suggerire mai che ci troviamo in un territorio ben diverso da quello di un racconto sulla caccia all'orso, e con scopi distanti da quelli del Melville della balena, Faulkner ha il dono di foderare la coscienza di foresta, far crescere alberi e innalzare capanni dove più o meno teniamo l'identità o la maturità, in modo che leggendo questo romanzo breve tutti i personaggi corrono e si spostano in a journey dentro di noi, e i cani che abbaiano nel vago orizzonte della coscienza, ben lontani dall'essere quella povera metafora della servitù bestiale di cui al massimo i nostri album immaginifici sono capaci, diventano propaggini straordinarie della nostra attenzione, del nostro desiderio, della nostra capacità di veglia, di conquista e di intelligenza. Ci si sente l'anima erbosa, leggendo questo libro, e popolata di occhi. E quindi, come se non l'avessi già detto prima, molto semplicemente mi piace Faulkner. Quando il cacciatore esperto insegna al ragazzo a disarmare il fucile perché non capiti qualche incidente, c'è una frase bellissima, dal senso bellissimo, di una dolcezza e umiltà incomparabili, impossibile da tradurre con una qualsiasi grazia: "E' dopo che l'occasione per l'orso e per il cervo è passata, che finiscono uccisi uomini e cani".
Così io chiedo ai miei lettori. Per un po', manteniamo questa capacità poetica, sospendiamo le distrazioni, le chiacchiere, abitiamo questa wilderness, dove perfino gli animali, consapevoli di un'impotenza di fondo, si stagliano in un destino.
6 giugno - capitolo II, rimosso
6 giugno 2009. Scaletta. Capitolo I. "L'infanzia di xxx e yyy (mrs. Edge e mr. Hurtley, ma con nomi fantastici e segreti). L'infanzia entusiasta, e solitaria, di XXX. I panorami, i mari, i sentieri, di una persona che sarebbe rimasta sola per tutta la vita, ma era bambina. Spiegare come YYY le racconti la stessa cosa di sé. E come questo, per XXX, sia un'offesa, e insieme una scoperta. Dall'altra parte della montagna disabitata c'era un abitante. Primo errore. Descrivere le conseguenze del primo errore."
Non ho paura di raccontarvi tutta la trama di questa storia, che peraltro conoscete, perché ciò che importa è l'occhio di chi scrive. Il modo inatteso, "Nei brevi momenti che occorrevano a mrs. Edge per abituarsi alla festa, entravano tre giorni di mr. Hurtley", può condurre ovunque.
6 giugno, 2009. Ma sì, certo. Io non c'entravo niente con la sua vita. Coinvolta per un caso, un crash.
Forse non è stato affatto un bambino solo, cresciuto tra i libri, lo avrà preso da qualche libro, o dalla mia vita. Forse non era lui che piangeva perché non meritava di aspettare la fine dei sabati vuoti, forse l'ha preso dalla mia vita, o da un libro. Noi non eravamo simili, chi può avermelo detto?
Per caso lo stesso che ora mi ha battezzato estranea?
Non credo, non avrebbe senso.
La verità è che tutte le nostre vite possono essere raccontate in mille modi, a seconda della compagnia di chi ci ascolta. E a mano a mano che le nostre compagnie cambiano, e si fanno disinvolte, anche le nostre infanzie cambiano.
Questo invece ha senso?
5 giugno 2009. Nei brevi momenti che occorrevano a mrs. Edge per abituarsi alla festa, entravano tre giorni di mr. Hurtley.
(Sì, mi piacciono questi due personaggi. Penso che vi saluterò per un po' e mi dedicherò a loro. I nomi sono diversi, certo!)
5 giugno 2009. (The dance, II) Per essere più precisi, io sarei stata quel mr. Edge che vedete nel fondo della sala delle feste. Tranne che in America, dove avrei potuto essere tranquillamente sia un mr. Edge sia, più gustosamente, una mizis Edge. Mi avreste visto sul limite della sala, se fossimo stati ai primi del Novecento o giù di lì. Avreste capito, per il fatto che mi trovo al limite della sala e che vicino a me c'è una porta, avreste capito dicevo che anche il mio nome significa "limite". Il mio cognome, perché il mio nome è Isabel o Elisabeth e sono passati da alcuni anni i tempi in cui le mie amiche nelle letterine mi chiamavano Lizzie. Comunque, per motivi diversi io preferisco Isabel, e così mrs. Isabel Edge, vedova del noto speculatore, dopo la lunga avventura che l'ha condotta sola sull'orlo della rovina finanziaria, dalla quale ora si sta risollevando, è laggiù sullo sfondo della porta, piena di caratterizzazioni fisiche che significano cose diverse per i diversi gruppi che si muovono al party.
Le Littell, questa banda di ragazzine tutte sorelle, tra le quali si muove Robert Hurtley come in un vaso per la pesca di beneficenza, notano per esempio i vestiti di un colore inadatto per una vedova. Scarse sono le note di Mr. Hurtley, che non alza gli occhi per diversi motivi: il primo è che non partirà per la frontiera con "mrs. Frontiera" Edge, e noi lo vedremo per tutto il tempo del party sempre geometricamente lontano dai muri della casa, cioè dalla Edge, e anzi è possibile che un paio di volte, per significare la sua volontà di restare ben ficcato al centro di questo mondo, lo vedremo infilarsi nelle sale interne, ora per fumare, ora per visitare le gallerie con una delle Littell - sì, nella scena ci saranno allusioni piuttosto esplicite, ma non dirette, alle attività sessuali dell'Hurtley. Ma noi siamo diversi da mr. Hurtley e dalle Littell, e sopra le teste parlanti o danzanti o maldicenti o ridenti stiamo cercando di avvicinarci alla nostra mrs. Edge per capire, finalmente, qual è il suo umore stasera, e per descriverlo. Ci sono molti modi per far intendere che Edge non appartiene più alla sala, al party, ma al mondo esterno. Uno in particolare sembra un modo bieco, invece è quello più semplice e realistico che mrs. Edge stessa ha a disposizione. A parte il fatto che la Edge non si toglie mai il soprabito, per tutto il tempo della festa, e che tutti quelli che la incontrano le dicono che dopo, quando sarà tornata dal guardaroba, o dove diavolo, per appoggiare il soprabito, avranno una cosa da raccontarle, o finalmente le faranno assaggiare il prestigioso punch della casa. In questo modo, oltre all'Edge-limite del nome e della situazione, avremo anche un ansiogeno Edge-frontiera di movimento continuo, perché a questo punto noi sentiamo che le azioni che la Edge non compie si stanno accumulando: non entra ancora completamente nella sala e non s'è ancora tolta il cappotto, e in più non ha ancora ascoltato le rivelazioni di miss Wheeler e non ha ancora assaggiato il punch. La Edge cominciamo a immaginarcela con le mani nelle mani, però, e a caricarla di una specie di ansia. L'ansia in questo finale va dosata. Allora usiamo il nostro modo più semplice per rinfrescare la Edge, tranquillizzarla e toglierla in sostanza dal centro dell'azione caotica della festa, ritagliandoci la possibilità di osservarla da sola. La facciamo cioè uscire sulla terrazza. Qui l'aria è ancora chiara, c'è un vento leggero, e le navi lontane su un mare color tè azzurro scuro - il tè riflette poca luce - sono un altro indicatore di Edge, di limite, e alludono alla partenza. Ora non c'è alcun bisogno che Hurtley e la Edge si incontrino veramente, perché l'aria fresca e l'orizzonte ci stanno già dicendo tutto quello che dobbiamo sapere.
Tuttavia, tendenzialmente, la vita e (di conseguenza) gli scrittori sono sadici, e quello che noi vogliamo è proprio la scena madre tra i due. Ma esaminiamo mrs. Edge e mr. Hurtley in uno scenario meno arcaico. Immaginiamo come sarebbero in una situazione molto più attuale. Contemporanea. Al prossimo capitolo.
(sebbene non vi nasconda d'essere tentata di raccontarla così. Però voglio fare l'esperimento)
5 giugno 2009. (The dance) Oggi i miei sentimenti mi distanziano. Non è possibile ridurli qui in una scrittura, e solo con il tempo, quindi, se ne avrà notizia.
Oppure mai, come nel finale di quel libro che ho letto e gettato.
In quel libro, quando l'eroe, che sono sempre io, scopre che l'amore atteso da una vita è profondamente indegno, si arrende a una realtà di squallore, e decide di lasciare l'eroismo, gli ideali, l'amore, in cambio di una mediocre compagnia.
Così, beh, ho buttato il libro.
Voi vi ricordate: nel primo romanzo consacrato come tale da tutti quanti, l'eroe, saputa l'indegnità, moriva. Questp libro l'ho tenuto.
Perché si muore, si estinguono i crediti del cuore, tutto finisce, da lontano si sente la risata delle bettole, ormai un'eco che non fa quasi più male. Si muore. Ma si continua a scrivere.
La bellezza attesa non esiste, gli altri nemmeno capiscono da dove viene tutta questa sofferenza, il libro potrebbe finire diversamente, qualcuno potrebbe alzare le spalle. Molti lo fanno. Invece no, è tutto serio, quando la bellezza attesa non esiste, è la cosa più seria del mondo che possa capitare a un eroe, che sono sempre io.
Di questo è possibile solo ancora scrivere. Ma ci vuole un tempo, e un luogo, che non è questo.
5 giugno
4 giugno - post rimossi.
3 giugno 2009.
The egg. (by Ida Bozzi. Originally published on "Here comes the story", N.Y. 2008)
Il guscio è compatto.
Bianco, duro, liscio.
L'uovo, se pure è un uovo, è sferico.
La sua ombra a mezzogiorno è rotonda. In altre ore della giornata si allunga in ellissi perfette.
Il terreno sotto l'uovo è impervio, tuttavia l'uovo non scivola.
E' impossibile capire se l'uovo sta ruotando su se stesso, o sta immobile.
Non è dato sapere se si tratta davvero di un uovo dalla forma insolita, tuttavia ci si attende che ne esca qualcosa.
Alcuni si siedono a osservarlo. Altri tornano a controllare che non sia già avvenuta la schiusa.
Nessuno riesce a misurare esattamente l'uovo, perché le corde scivolano sulla superficie. Un architetto accende un misuratore elettronico a infrarossi, ma la sua misurazione non si può considerare accurata per sua stessa ammissione.
Il peso dell'uovo è sconosciuto. Una donna prova a spingere l'uovo e non riesce a spostarlo. Ampie discussioni sulla forza della donna e sul peso dell'uovo non forniscono una soluzione al problema. Quando un uomo cerca di spingere l'uovo senza riuscirvi, le discussioni cessano, ma la questione del peso resta aperta.
Uccelli tentano di posarsi sull'uovo, ma scivolano.
Bambini vorrebbero arrampicarsi sull'uovo, ma vengono tenuti lontani dai genitori per il timore che sia l'uovo a scivolare, travolgendoli.
L'uovo è inespressivo.
Una pioggia umiliante lo sferza per giorni, mentre i passanti ridono. I passanti smettono di ridere notando... (...)
(The egg, by Ida Bozzi, can be found on n. 8, "Here comes the story", N.Y. 2008)
3 giugno 2009. Tranquillo, mr. Stalker & dr. Friend, è in arrivo un prestigioso racconto, di quelli che ci invidiano anche all'estero. Solo all'estero.
1 giugno 2009.
L'innamorata gigante (remix) .
Notte. Alcune luci invitanti, incandescenti fino a una fissità di follia, sono accese in angoli ancora vivi della piazza intorno a un chiosco in rovina che va servendo bibite coloranti a pochi ragazzi illuminati. L'innamorata gigante è ferma in automobile, parcheggiata contromano, sola, la tempia appoggiata al freddo del finestrino con un filo di aria che scende lungo i vestiti e il corpo quasi addormentato. Lei guarda e piange; c'è un uomo in una casa all'apparenza poco distante, un uomo che distrattamente infila gli occhiali e chiede dov'è lo spazzolino da denti nuovo per il piccolo, perché lui non lo trova, e la sua donna arriva, assonnata, nemmeno sorridente, deposto il tempo degli agguati conquistatori mascherati di miele, posata la guardia alta delle seduzioni, aperta la vestaglia di un nuovo mondo in cui la stella di uno spazzolino sorge dietro Betelgeuse al gusto menta, e il bambino salta sul letto come le Cefeidi, e l'uomo si addormenta come un'eclissi di tutte le promesse, e il buio della finestra brilla all'improvviso di qualche buonanotte e dopo tace irrevocabilmente, come il custode celeste di un comune silenzio. L'innamorata gigante, che ha sofferto graffiando e urlando, che ha maledetto e bestemmiato quell'universo alieno, da lì sotto smette di irridere le orbite irregolari e le ellissi sciatte di quei mondi, abbandona tutte le vantate perfezioni e le crudeltà tormentate, e guarda la piazza vuota e il teatro chiuso e le poche luci - con gli occhi puliti di lacrime, ora belli al punto che non amarli è impossibile, e l'impossibile è vero. E a mano a mano che le finestre si confondono, tutte assopite, tutte schierate come barriere di materia nera ai cuori infranti, mentre il chiosco si spegne partita l'ultima gioventù, l'innamorata gigante senza volerlo cresce ancora, e ancora più gigante e sovrumana fa la sola cosa che le resta da fare, mette in moto e riparte, lascia i felici. Con i quali non è mai facile confondersi, con spalle troppo grandi di tristezza.
Metateleutica (dal 16 aprile 2009 al 30 maggio 2009)
Quando riaprirà, questa sezione si intitolerà: "Non farmi mai cadere nell'errore d'immaginarmi di essere perseguitato quando sono contraddetto." (R. W. Emerson)
30 maggio, 2009. L'amico non deve tornare: ha tradito. Lo sa. Ha tradito infinitamente come l'acqua che scorre in un fiume, e ora vorrebbe, ora che vede davanti a sé il pieno del mare, lo smarrimento del mare, tornare indietro.
Non c'è più niente che possa fare.
SAREMO ASSENTI PER ALCUNE SETTIMANE.
O PER SEMPRE, SECONDO I CASI.
saluti
i.
29 maggio, 2009. Con le unghie ticchettò contro il vetro, per far scappare un ragno che dal davanzale cercava di arrampicarsi sulla finestra. Il ragno precipitò all’indietro rotolando sulle zampe.
Lui arrivava alle nove.
Entro un quarto d'ora avrebbero fatto l’amore.
Sospese le dita davanti al vetro, prima di ticchettare di nuovo. Due amanti che si sarebbero incontrati alla velocità di due locomotive lanciate l’una verso l’altra. Non per la fretta. Non per la passione. Avrebbero avuto tutta la sera e forse tutta la notte. Sarebbero apparsi sempre calmi e perfino concentrati. La velocità stava nel loro impatto l’uno contro l’altro minuto per minuto, sempre, anche quando non si sfioravano nemmeno. Anche quando non si incontravano. Non avrebbe saputo spiegarglielo. Avrebbe voluto?
Non dipendeva da loro due.
Il ragno cercò ancora di salire sul vetro, piegando e distendendo le giunture delle zampe. A una vibrazione della finestra, ricadde indietro.
L’impatto la disturbava sempre. Nel profondo, dentro di lei suonava un rintocco secolare, millenario, chissà. Invece ciò che accadeva era così incalzante che faticava a percepirlo.
Avrebbe voluto poter emergere dal silenzio e riacquistare l’udito a poco a poco. E non subito sentire. Ma ascoltare.
Lui avrebbe chiesto se per caso stava parlando di sesso. Di un qualche tipo di sesso che le sarebbe piaciuto di più. Avrebbero giocato con movimenti rallentati, con sguardi prolungati. Mentre ugualmente dentro di loro le motrici avrebbero continuato a sibilare sui binari a velocità supersoniche, in schianti continui, in schianti infiniti.
Suonò il campanello.
Una parte di lei si voltò, l’altra parte si raddrizzò con cautela, articolando a uno a uno i movimenti, riprovando a salire.
Porgo le mie scuse a tutti gli stalker (tranne Cattivo e Cattiva). Agli altri devo dire che, beh, contro la mia volontà, il 27 ho divorziato da Andrew. Naturalmente, questo mi ha trasportato in una dimensione davvero parallela, in cui tutti i rumori facevano l'eco nella mia testa e le parole rimbombavano e si ripetevano come negli incubi. E' davvero un matrimonio al contrario, e a un certo punto, io ve lo giuro, bisogna dire di nuovo "sì".
Possibile che ci abbia fatto caso solo io al mondo?
Però io non ho detto nessun sì. Ho fatto un cenno con la testa e basta, che diamine. Non ho capito chi c'era nella stanza. Ma so che c'era anche una tipa vestita da angelo, con i capelli biondi lunghi e una tunica bianca e gli occhi fissi. Chiunque fosse, un'assistente del giudice o un giudice in seconda, stava dalla mia parte del tavolo e mi guardava.
Ieri ho spostato un mucchio di oggetti con lo sguardo. Per altri sono bastate le mani.
Poi mi siete capitati sotto gli occhi voi. Non ho voglia di ascoltare le chiacchiere. Allora, gli stalker che mi raccontano dei loro amorucci, delle loro chiavi di casa date alle fidanzatine, delle loro sedutine di sesso semi-porno e semi-casalinghe, mi intristiscono.
Guardate. Ieri sera un amico, amico e basta, ha colto perfettamente la questione. In modo un po' strano, forse, ma ci conosciamo da tremila anni ed è quasi una mia amica, ormai. Le rosse sono diverse, ha detto. Hanno una pelle diversa, un corpo diverso e un odore diverso, più dolce. E sono diverse, più romantiche, fragili ma dentro... rosse.
A me, le cosine frugali interessano fino a un certo punto. Nel sesso e nell'amore, e anche nella scrittura, la narrativa non mi interessa. E' quella che c'è sempre, è roba per biondi e bruni - scusate, ma di solito il razzismo è quello degli altri verso noi rossi. Perciò, di sentir parlare di cosucce feriali non mi andava.
Oggi già va meglio.
Una nota per chi lo conosceva: in quattro minuti di conversazione, Andrew - ingrassatissimo - è riuscito a spiegarmi le differenze storiche (e concause economiche) tra il divorzio nella Cina di Mao Tze Tung e quello nel regime sovietico (ma solo in epoca staliniana). Non sto scherzando. Se volete vi racconto perché sotto Stalin si poteva divorziare presso l'anagrafe...
Mah.
28 maggio, 2009. La morte delle api, l'assenza di aurore boreali, l'assottigliarsi dei cerchi di accrescimento nei tronchi degli alberi, la mutazione dell'acqua negli oceani, la scomparsa dei batteri dai terreni, l'aumento di resistenza di gusci e carapaci.
Laudine sorrideva, quando pensava al disastro. Tutte quelle bugie che sentiva, sul bene e sul male. Lei non faceva che mettersi di traverso, nuda, ossea, e non faceva nulla, proprio nulla per distruggere il mondo. Si limitava a dedicarsi alle sue piccole abilità, a tutto quello che andava fatto, fino a che non aveva finito.
Se l'orizzonte in cui si muoveva lei era ristretto, tuttavia era un luogo con un sole certo. Si poteva non amare un luogo così? Non erano un po' troppo confusi e ambiziosi gli altri mondi, e faticosi, e musoni? E tu hai bisogno di riposarti, caro, poi ci prepareremo per la festa. Siamo gli ospiti d'onore. Lui si calmava e si voltava. Ecco. Ecco. Non era meglio così?
Le api. Magari era perfino un bene, se morivano le api. Una volta in barca era stata punta da un'ape (...).
28 maggio, 2009. Oggi scriveremo pur qualcosa.
Uno degli stalker mi ricorda che
April is the cruellest month, breeding
lilacs out of the dead land, mixing
memory and desire, stirring
dull roots with spring rain.
E mi chiede, sommessamente,
di capire perché aprile è il più crudele dei mesi. Perché dopo l'inverno in cui gli alberi morti non davano riparo dal freddo, e le pietre non risuonavano d'acqua, ora questa primavera succhia il profumo dei suoi fiori dalla terra dei morti, e non sono fiori qualsiasi, ma i lillà, i più dolci, uno stesso stelo alla cui radice c'è la morte, dall'altra parte la vita, mescolando la memoria e il desiderio, o come dice Eliot, l'ombra che si allontana e quella che ti viene incontro.
Mi chiede di capire perché, o di sedermi a sentirlo. E io chiudo gli occhi.
Se fosse anche solo un germoglio di vero, e non lo è, questo è il momento, stalker, in cui voglio che il tempo si fermi.
16 dicembre - 27 maggio
A Gian... (... Andrea. Meglio precisare )
Non voglio essere mai
grande
abbastanza da capire il male che mi hai fatto.
D.
forza, sceglietevi tutte le canzoni che volete: qui o qui o qui o qui o qui.
25 maggio, 2009. So che vuole stimolarmi al conflitto, attirarmi a sé e con il fatto di essermi nemico costringermi a un atteggiamento di difesa che è già perdente. Ma io mi disinteresso della furia e dei sensi di colpa che la furia porta con sé, e mi limito a rispondergli come gli ho sempre risposto.
Io non sopporto che uno che non scrive, che non ha il contatto quotidiano con la materia plastica del mondo, e non con la carta, mi dica come si deve scrivere. Non lo nomino, perché non ha la faccia di mostrarsi, sebbene sia facile identificare il suo computer nel server. Non solo come, ma anche cosa. I sentimenti, lui li ha già letti e sperimentati tutti, sostiene, in tutti i romanzi scritti finora. Ah sì? Che strano, che si vieti proprio a me di investigarne d’altri, allora, visto che io non costituisco nessuna anormalità rispetto a chiunque altro in qualunque altro momento della storia, e quindi posso ben incarnare io uno qualsiasi dei molti autori che sono apparsi appunto in qualunque momento della storia. Perché Costoro devono essere qualcun altro? Stupido canonizzatore, IO sono quel qualcun altro, e il tuo complesso di inferiorità rispetto agli altri, o rispetto al passato, né mi tocca né mi riguarda. Il tuo sentirti nano sulle spalle di giganti non mi interessa, riguarda il secolo minimo e debole in cui un pensiero minimo e debole ha trascinato alcuni di noi, non tutti. Signori, nacque Flaubert in quel villaggio di provincia. Signori, sono nata io in questa casa di città. Basta con l’idolatria del Nominato, la distanza dallo Studiato, basta con questo strisciare dei vermi lungo i binari di complicate formule critiche nate apposta per allontanare gli autori da un punto che prima di essere ideativo voglion che sia produttivo. Basta!Ho letto in questi anni critiche demenziali, su autori “che si attengono alla lezione del tale e del talaltro”: e allora cestinateli, se non hanno la forza di prendere la più bruta materia e farne ciò che i critici sommi definiranno brutto, oggi, prima di scomparire e di essere sostituiti da nuovi nati che lo troveranno bello e anzi sublime. E ciò che scrivo io appaia brutto, brutto, bruttissimo ai vostri occhi stanchi! Me lo auguro, anzi! Con buona pace dei vostri anfratti culturali, delle vostre chicche per collezionisti di figurine, dei vostri autorucoli eredi del nouveau roman morto prima ancora di nascere. C’è differenza tra un perdigiorno che si smarrisce lungo il Mississippi, un eroe odioso che si perde nell’Egeo e un donnaiolo assonnato che si stanca a Dublino? Sì, per la miseria, c’è differenza eccome, e non mi passerete per Ulisse un Huck Finn e nemmeno un Leopold Bloom, o siete già trapassati. E forse, volete esserlo: assopiti dai veleni del mondo, dal frastuono generale delle chiacchiere, non pensate più che una singola voce valga la pena di essere ascoltata.Una voce.
Riflettete su questo, e non sull’alternativa facile tra il fracasso e il silenzio.
25 maggio, 2009. (...) C'erano numerosi motivi per non guarire, ed Eosinoph Itter li conosceva tutti. Ma era aperto alla ricerca. Aveva scoperto per esempio che essere malato costituiva per lui uno spazio privo di dimensioni temporali in cui poteva essere contemporaneamente bambino, adulto e vecchio, riunendo le doti più interessanti di ciascuna età.
Per esempio, essere un adulto malato gli conferiva un'aura di eroe in ciascuna delle imprese cui si dedicava, alle quali andava incontro con la decisione di un martire e l'abnegazione di un rivoluzionario. La sua rivoluzione, s'intendeva, era contro la malattia.
Se sbagliava, le mancanze proprie delle altre due età lo soccorrevano prontamente.
Ma chi gli stava intorno, aspettando da lui niente altro che piccoli gesti da malato, restava sbigottito davanti alle sue proposizioni titaniche. Altri avevano ogni interesse a trattare con un malato, sul quale, con il loro potere di sani, sentivano o presumevano di poter avere la meglio comunque e in qualsiasi momento. Egli era quindi circondato da una pletora di fedelissimi, affezionati più alla sua malattia e ai suoi vantaggi che a lui stesso - ma di ciò non si preoccupava. Eosinoph, febbricitante di potere, selezionava infatti accuratamente le persone che potevano stargli accanto: gli utilitaristi, i pragmatici, i meschini, i banali. Egli sapeva inoltre che gli amici più sensibili, i fragili, i quasi malati e i malati, che egli odiava dal profondo del cuore, tenuti distanti dal suo capezzale avrebbero sofferto meglio e con più profondità, e avrebbero contribuito a diffondere nel mondo quel vapore di nostalgia, dolore e trepidazione che, come un contagio, portava intorno l'affetto e il ricordo di lui. (...)
(di Ida Bozzi)
23 maggio, 2009.
Storie del vecchio West (di Ida Bozzi)
Titolo: Il Portogallo in gps.
Un giorno
Nelle mani di un gruppo retrivo
La Terra più bella del mondo
Il Portogallo
Che stava tra il Belgio e l'Olanda
Scivolò marginale.
22 maggio, 2009.
Storie del vecchio West (di Ida Bozzi)
Avete notato quanto ho ragione?
Quanto ho ragione e quanto gli altri hanno torto?
Avete notato la marca dei miei calzoni?
Dei miei calzoni e delle mie scarpe?
Avete notato le mie auto e le mie donne?
Le loro prestazioni lussuose?
Oh scusi, ho sbagliato numero,
cercavo la mamma.
21 maggio, 2009.
Storie del vecchio West (di Ida Bozzi)
Inutile che vi racconti la storia dei due quaccheri
(And my two Quackers' Tale is useless to tell)
Uno volle punirsi così profondamente
che cominciò a fumare per costringersi a smettere
L'altro si arrabbiò tanto per la regola infranta
che accese una sigaretta e andò fuori a fumare
So che si videro, mortificati, l'un l'altro
circondati dai mozziconi.
Ma la gente non ama il bene e il male
e la storia si tramanda interrotta.
21 maggio, 2009.
Storie del vecchio West (di Ida Bozzi).
Uno fa un dono
e deve passare tutto il resto del tempo
a cercare di capire che cosa ha donato.
Un tizio riceve il dono dall'altro tizio
e deve passare tutto il resto del tempo
a spiegargli per bene che cosa ha ricevuto.
Questo perché le ruote della bicicletta
sono la parabola infernale
del Dante di una tribù di tappi a vite.
Non accadrebbe se un uomo veramente solo
quando muore
potesse lasciare tutto in eredità a se stesso.
Un breve appello condiviso. I giornali non riportano la notizia: riguarda il sole, siete pregati di spargere la consapevolezza che il sole sta attraversando da molti mesi un minimo storico, e che questo influirà sul clima a breve e a lunga distanza.
20 maggio, 2009. Dopo anni di bando, il punto interrogativo torna trionfalmente nei social network e nel twitter di tutti. Sèguita però a non esserci in realtà nessuna vera domanda posta a noi.
A sé, a se stessi.
Solo puttanate. Indicazioni di vendita. Di puttane che non si considerano puttane. Quando non si tratta di puttanate, per rispondere alla domanda vi offrono dei soldi, e non mettono nessun punto interrogativo.
Un'agenzia spaziale ha offerto tempo fa 50mila dollari per un progetto di Deep Impact dedicato all'asteroide Apophis, per fare un esempio. Non hanno chiesto di spuntare le caselline o di indicare il proprio divertente pianeta preferito. La domanda era: anche solo un'idea per salvarci la pelle. 50mila dollari.
Le vere domande te le fanno con un tono più adulto, e ora che si discute di Internet a pagamento, di toni adulti ne sentiremo parecchi.
Altri toni seri (un tema che qui sul sito appartiene addirittura al plot della Casa) che ascolterete: la variazione del magnetismo solare, il minimo record del sole.
Il probabile massimo del 2013.
Se ci sarà.
18 aprile, 2009. (La potenza sessuale del barbaro Adaelmo e dell'imperatrice Teodora, nonché dei loro affini, è integra ed eccelsa, e il presente racconto non ha nulla a che vedere con tale argomento. Sia detto per i lettori frettolosi, che invece spopolano)
Il barbaro sta giocando all'unico gioco cui si può giocare con una corona ferrea, il gioco del rubino. La gira e la rigira tra le mani finché il rubino del castone principale non gli ritorna tra le dita, "acquamarina, lapislazzulo, corniola, ecco il rubino, ambra, topazio, acquamarina, smeraldo, smeraldino, altra corniola, pietra gialla che non so che cos'è, altro smeraldo..."
Intanto Roland, il pipistrello cantore, dall'alto della volta intona la consueta Apoteosi del lunedì, che evita al re barbaro di precipitare in una depressione solitaria e alquanto pericolosa, foriera di inutili lettere a Teodora, di fondazioni inconsulte d'ordini monastici e di ancor più inconsulti scismi con l'episcopio centrale.
"Il magnifico barbaro,"
comincia Roland, con questa sola lenza tirando un angolo della bocca del re in un primo sorriso,
"il magnifico barbaro non è uomo di guerra. Se i Goti, i Visigoti, gli Ostrogoti e tutti gli altri guanciuti confratelli s'imbellettano di sangue, il grande Adaelmo..."
"... Adaelmo il Grande?" prova il barbaro, e sorride di nuovo, rigirando la corona di tolla.
"Adaelmo il Grande, dicevamo," corregge Roland, felice che il barbaro l'ascolti, "Adaelmo il Grande è già di pelo rosso, ed è poco aduso ai rancori di sangue. Prova ne sia la storia che intendo raccontarvi...."
"Non sarà la storia che sappiamo?"
"Re, è per tua maggior gloria. Anche i tuoi difetti, infatti, sono superlativi."
"Non so se è un complimento. Comunque, qui non trovo il rubino, vai avanti."
Intorno al pipistrello, gli altri pipistrellini si fanno fitti, e cominciano, in silenzio, ad ascoltare.
"Voi non sapete," attacca il bardo, "che la crudele Teodora ha una cugina, la giovane Eloisa, principessa di questo e di quello, bella tra le belle e fortunata di tutte le fortune. Tranne una. Una così triste, così particolare, che non si può menzionare. Ella è stata, e tanto vi basti, sventurata in amore e munita di un superfluo consorte. Una sventura ahimé non rimediabile, cui alla corte di Teodora mai si allude. Quando i Vandali, per la brama di sangue, vi fecero allusione durante la discesa del Danubio, l'armata di Bisanzio capitolò e si sparse. Quando Artaserse, potente re dei fiumi, vi alluse nel bel mezzo di una battaglia navale, metà dei legni di Bisanzio colò a picco nel porto, vicino ai Dardanelli."
"... e adesso arriva la mia brutta figura," interviene il re, "Roland, poeta, tu sei sicuro che sia per maggior gloria?"
"Certo, mio re," risponde il pipistrello, e subito comincia, "il barbaro, che alle vicende di guerra non si appassiona punto, delle storie d'amore s'intenerisce e piange, voi lo sapete. E tanto lo commosse un giorno una storia d'amore di un tale Abelardo e di una tale Eloisa, e tanto pianse, e tanto vi trovò tutto l'amore che inutilmente aveva seminato intorno alla sovrana, affinché germinasse..."
"... invece mai, neanche una pratolina!"
"... che quella stessa sera, incartato il bel libro, volle mandarlo con un ambasciatore alla corte dei greci, dei romani di Grecia, insomma da Teodora."
"Ed ero qui, seduto come ora, " siede a metà sul trono il barbaro, agitando in mano la corona, "quando improvvisamente vedo, dalla torre del presidio armato che la bizantina - colei che non mi ama - mantiene sul confine, calare un drappo nero lungo fino al terreno. E i cavalieri che l'uno dopo l'altro arrivano alla torre per le incombenze di guardia, ugualmente innalzano sulle picche e sugli elmi i segni neri della minaccia ostile."
Il pubblico dei pipistrelli ordina una pizza e si sistema in cerchio intorno al trono, ma appeso a testa in giù, cosicché il barbaro ora ha due corone, l'una di pietre preziose e l'altra, come un lampadario, di pipistrelli attenti.
"Mando a chiamare Mefisto, lo conoscete," prosegue il re, "che di misteri e di ombre mi pare che s'intenda. E me lo vedo comparire davanti coperto di metallo, con le babbucce che spuntano da una chiusa armatura. "Ma che fai?" gli domando. "Mi preparo alla guerra," risponde quello. "Ma quale guerra?" "Quella che hai dichiarato, irridendo al dramma della bella Eloisa, e del suo infelice consorte, che, beh, non si chiama Abelardo, ma Alberto I, e sai, poco ci manca," mi risponde Mefisto. Io scendo dalle nuvole."
Interviene Rolando: "Come un tuono quando il cielo è sereno getta gli umani nel più cupo spavento, finché non si rivela per il tuonare di uno stupido cannone in lontananza..."
"Che paragone idiota," scuote la testa il re, "però si fa capire. E anch'io compresi. Teodora aveva letto di quell'altra Eloisa, e si apprestava alla guerra."
"Perché tale era lo scandalo, presso tutta la corte, e tale la vegogna, che nessun'altra Eloisa vi era intesa, che non fosse la sventurata cugina."
"Io, di quella cugina," sospira il barbaro, "mi ero già scordato. Se posso trovare una sola scusante, questa è l'amore. Se sei forzato a dimenticare, in genere ricordi. Ma se è l'amore che invita, tu ti rinnovi il cuore, come un bambino..."
"Beh, re: te lo dovevi segnare, da qualche parte..."
"Adaelmo, con tutto il rispetto: che salame!"
"Ma come può Teodora aver pensato," salta su tra le luci del lampadario un pipistrello sveglio, "che Adaelmo, qui malato d'amore da un millennio, intendesse dileggiare Eloisa, intendo la cugina, e non dividere l'amore di Eloisa, la santa, con la sua imperatrice? Forse non lo conosce? Non sa le sue intenzioni?"
Il re annuisce. Rimette la corona, che a giochi fatti ha un solo rubino, per quanto la si volti, e conclude il racconto. "Teodora non sa, è così evidente, nulla del mio amore, non lo conosce e non lo prova. Tra la rosa, e il nome della rosa, lei non può, credetemi, vedere altro che il nome. E io, che non credo più, non spero più - perciò non prendo appunti, pipistrellino, tu che chiedevi - per non soffrire non scrivo e non sogno più niente che la riguardi, io non vedo il nome. Vedo solo la rosa."
(18 aprile, 2009)
Oops. Eheh. Beh, ma oops. Uffa, mi ero dimenticata. Succede. VOI NON SBAGLIATE MAI? Ah ecco. Non è buon segno, che ci si dimentichi? Uh, ma che brutto carattere. Mi fate venire in mente un tale, qualcuno, un barbaro...
18 aprile, 2009. Jagdish si passò una mano intorno al collo, come controllando con le dita la presenza della collana d'oro sotto il maglioncino a girocollo, e tenne la mano sospesa davanti al petto per qualche istante.
"Oh," disse ancora Luca. "Ciao. Mamma."
Singh - forse era questo che significava, il suo nome, to sing - cacciò un acuto da soprano drammatico: "Stronzo!" E schiaffeggiò l'aria tra loro con la mano sospesa.
"Ma perché str... Ah, sei tu, Rosa," guardò meglio Luca. "Rosa, Rosa ..." sorrise, ma non gli veniva in mente una sola canzone.
"Proprio tu che sai che l'unica condizione," seguitò a dire Singh-Rosa, con la voce acuta che gli gonfiava le guance e gli allungava i capelli in boccoli, "l'unica condizione è il tempo. Niente esisterebbe se non fosse per il patto del tempo, vivere in cambio di morire..."
Luca non la seguiva, si era fermato ad ascoltare la sospensione della voce tra "niente" ed "esisterebbe", come una vibrazione sonora nell'aria, e sorrideva a quella. Non gliene importava, non capiva i cartoni animati, lui era tutto quello che conosceva di vero al mondo, e il suo ascoltare, il suo sentire, ritagliava la verità delle cose. Rosa non sembrava d'accordo, e sbraitava, sbraitava, e lui non poteva farci niente. "Niente" e "esisterebbe". I cartoni animati lo colpivano soprattutto per quell'immensa pazienza di disegnarli e ritoccarli di continuo, per riprodurre il movimento. Forse ora, con il computer, erano diventati più facili. Potevano avere una specie di vita propria, ed era sufficiente fermarli in pose.
"Vòltati verso di me," disse Luca a Singh-Rosa.
inoltre, sottovalutato. mmm beh, certo, non sto scrivendo qui in questi giorni, e direi che il motivo non vi riguarda. Così gelosi dei fatti vostri, sempre qui a farvi i fatti miei. Innamoratoni, sciò sciò.
il volano è sport estremamente pericoloso
16 maggio, 2009. Invece arrivò vivo alla fine del parco e cercò il palazzo in cui viveva il guru. Giallo, quasi all'angolo dell'isolato. Perse tempo credendo di trovare una targhetta sul citofono, invece il guru aveva una placca pubblicitaria tutta per sé, incisa a motivi kashmir e con scritte che sembravano lunghe file di effe interrotte da spazi. Il nome però era scritto all'occidentale: Jagdish Singh. Luca premette il pulsante sotto il nome ed entrò quando il portone si aprì.
(...)
"Come devo chiamarla? Professor Singh? Guru Singh?"
Il guru non rispose, sembrava irritato. Fece accomodare Luca in una camera che non somigliava a uno studio medico, né al tempio di un guru, ma piuttosto alla camera di un ragazzo in un college, con la scrivania addossata a un muro e un lungo divano blu scuro addossato al muro di fronte. Luca sedette sul divano e cercò di prefigurarsi quello che lo attendeva. Sopra la scrivania, i poster di film occidentali. Proprio sopra il computer, la locandina di "Guerre stellari", con Luke Skywalker accanto alla principessa Leila, su uno sfondo composto dalla maschera di Dart Fener. Mi dimostrerà che la prima impressione è sbagliata e che non approfondisco le mie sensazioni, pensò. Mi dimostrerà che la figura importante del film, lo jedi, sembra un pupazzo per bambini. Mi dimostrerà che i miei sentimenti sono profondi nonostante me, e che il mondo procede di moto rettilineo uniforme lungo la lama della felicità, o cose del genere.
Jagdish Singh rimase a guardarlo a lungo, poi gli chiese: "Hai finito?"
Luca lo guardò. "Eh?"
"Di occuparti di Darth Fener. Il mio gusto nell'arredamento ti è incomprensibile, ma il paziente qui non sono io."
"Oh, no, certo. Ma uno che ha i poster di..."
"Siamo qui per parlare delle persone che hai deluso, te stesso compreso," lo interruppe il guru. "Ma noto che la superficialità con cui tratti la tua sofferenza è perfino peggiorata, da quando mi hai telefonato."
Luca lo fissò. "Sto un po' meglio. Non c'è niente di male. Essere un po' allegri, per sdrammatizzare."
Il guru sorrise. "L'esatto contrario di quello che faremo qui."
"Ah."
Jagdish sedette sulla poltroncina girevole della scrivania, concentandosi per qualche istante sui lineamenti di Luca. Seguitava a sorridere, ma il suo sorriso divenne più vacuo, fasullo. "A chi somiglio?"
Luca lo guardò. "Fisicamente, intende?"
"Non hai algoritmi per leggermi nel pensiero. Quindi sì, fisicamente."
"Non saprei," lo scrutò con simulata attenzione, ritenendo di conoscere già ogni risposta possibile. "A me?"
Il guru mosse appena le mani, appoggiò un braccio alla scrivania e lasciò scivolare l'altro braccio sul fianco. Luca ebbe la sensazione che la persona seduta nella poltroncina fosse una donna. Alzò gli occhi alla parete e vide un disegno di Capogrossi invece del poster di Fener. "Oh," disse.
Jagdish si passò una mano intorno al collo, come controllando con le dita la presenza della collana d'oro sotto il maglioncino a girocollo, e tenne la mano sospesa davanti al petto per qualche istante.
"Oh," disse ancora Luca.
15 maggio, 2009. Quando credi di aver deluso qualcuno, pensò Luca. Però non riuscì a continuare. C'era un tale che lo fissava da una panchina nel parco, e questo gli impediva di concentrarsi. Il tale era seduto, abito scuro, camicia bianca, senza cravatta, sembrava comodo con la schiena appoggiata indietro e con l'espressione di uno che ti sorride, "sì, comodo", e che intanto allarga le braccia e le appoggia allo schienale, "proprio comodo", mentre ti guarda passare seguendoti con un movimento senza scatti del collo, come se tu fossi la farfalla sullo sfondo della sua odierna felicità, supponendo che oggi sia il suo giorno per essere felice, proprio mentre tu non ti senti autorizzato a sentirti comodo in alcune circostanze estremamente precise della tua vita, da quando ritieni di aver deluso qualcuno, e cammini come se fossi sul punto di inciampare. Invece lui.
"Più dritto," disse a se stesso Luca. "Più disinvolto." L'uomo della panchina apparteneva alla stessa famiglia o specie delle due ragazze che attraversavano il sentiero in bicicletta chiacchierando tra loro, "hai ragione, cara", spingendo avanti il meccanismo oliato della maggior velocità data dalla disinvoltura o dall'innocenza, da un certo tipo di innocenza che si instaura intorno ai venticinque anni nelle relazioni e nei rapporti con il prossimo, e non consiste nella purezza o nella mancanza di colpa ma nel diritto, un diritto di proprietà, di relatività proprietaria, un recinto di istruzioni precise, decisive per la certezza, la confidenza di sé, il diritto a priori di amministrarsi secondo regole che dall'altra bicicletta vengono giudicate corrette, "hai ragione, hai ragione", e che è la forza di certe persone che sembrano non fermarsi mai, non guardarsi mai e non guardare nemmeno dove vanno, perché lo sanno già ed è la parte giusta.
"Fuori le mani dalle tasche," disse a se stesso Luca. Se non fosse riuscito a perdonarsi, a trovare una panchina o una bicicletta anche lui, non sarebbe arrivato vivo alla fine del parco.
14 maggio, 3009. Il sito si trasferisce in una dimensione parallela. Tra pochi giorni, il debutto. :)
13 maggio, 2009. Il racconto più bello che ho scritto negli ultimi tempi è troppo difficile. Mi rendo conto che nessuno può provare simili sentimenti. Che se li prova, non li riconosce. Se li riconosce non li ammette. Se li ammette non li condivide. Se li condivide non li esprime. Se non li esprime se ne fa una ragione. Sono sentimenti di cui ci si fa una ragione perché sono insensati, ma che diventano inaccettabili non appena li si razionalizza.
Ho scritto anche un breve diario dell'uomo primitivo, al confine tra l'azione e la consapevolezza dell'azione. Una giornata di bacche, fuochi, orizzontale, verticale. Cercavo di provare ciò che si prova quando ancora non si è capaci di astrazione: quando si sente il vicino di casa che cammina, e il rumore non è associato a un'ovvia azione invisibile.
Ho letto, infine, la frase "il pensiero astratto e la creatività sono nemici". Attenzione: nel saggio, la creatività è attribuita alla civiltà greca antica, il pensiero astratto a quella orientale.
So che non posso per oggi attorcigliarvi il cervello più di così, perciò resto per conto mio.
Il consiglio di bellezza del giorno: fettine di cetriolo in faccia, subito, nel quarto d'ora di meditazione sulla follia degli antichi e dei moderni.
Se confermano lo sciopero dei mezzi, venerdì non potrò andare a Torino per la Fiera. Mmm.
Vado a leggere un po' di Ballard, per rilassarmi.
Altro?
Racconti? Arrivano, arrivano.
13 maggio, 2009. Non sono io che prendo le decisioni, ma forse sono io che devo illustrarle. E' giusto così, probabilmente. Non ho voglia di scrivere adesso, sto lavorando, ma leggerete quando ne avrò voglia un testo scritto a una persona che sta aspettando di tagliare da troppo tempo. E io di tempo non ne ho.
8 maggio, 2009. Oggi un collega, lui sì inclito (un saluto, D.), mi diceva: "Ho trovato un buon romanzo! Uno! C'è da non credere, eh, che si debba dire così..." E io annuivo, e ora sospiro, che tristezza ragazzi, che tristezza, che tristezza, tristezza, tristezza.
Posso far tutta la scienza privata che voglio.
3 maggio, 2009. Il nemico.
3 maggio, 2009. Caro Angelo Mai, la colonna sonora invece è questa, soprattutto nella seconda strofa, da 2.27, quando dice: per nessuno e per niente. In arrivo: "Ad Angelo Mai"...
I telefoni sono tutti staccati. Ma chi diavolo vi credete che siamo, quando vogliamo.
3 maggio, 2009. Uno può decidere anche di astenersi dal raccontare, se capisce dall'espressione di qualcuno che la strada da percorrere è troppo troppo lunga. "No-o", finisce che è così che pensa, e lascia perdere. Ecco perché non mi piace molto sapere che fuori c'è qualcuno che legge, e tenere in considerazione la distanza. Non ci intendiamo sempre su un mondo fatto di umani con due gambe e due braccia, qualche volta le cose sono un po' diverse da così, cominciano diversamente da così. Adesso ho un impegno, ma dopo magari racconto qualcosa facendo finta che non siamo così distanti, o che a me non fa impressione.

(sopra: autoritratto, 27 marzo 2009)
questa sera no. Non mi importa niente di sapere dov'è il Circolo Polare Artico. Il mondo è un album immobile di fotografie. Abbassando le palpebre, senza chiudere gli occhi, tu ti muovi ancora lì vicino. E così magari mi offri ancora una sigaretta. E quando mi parli, e io capisco, o non capisco, puoi ancora voltarti, e dirmi che non capisco niente, come se io fossi lì. Io faccio sì con la testa, ma non rispondo quasi mai. Così ti volti. Aspetto sempre il giorno in cui ci guarderemo negli occhi.
Ma nello specchio, io vedo che questo giorno non arriverà mai. Ho appeso una fotografia, nello specchio, perché non posso più guardare i miei occhi. Ti importava di cose come la colpa, il dolore, la felicità, la gentilezza, e io sono stanca di trovarle tutte nei miei occhi, inutilmente. Meglio guardare delle fotografie.
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1-2 maggio. 2009. Ottenete troppe spiegazioni.
Ottenete troppe spiegazioni semplici da raggiungere e facili da ripetere, segmento per segmento. Non è tutta colpa vostra. E' un equivoco dovuto al fatto che molti, per campare, scelgono di offrire per mestiere tali spiegazioni a tutti quanti voi. Giusto, beh; forse vivremmo su una superficie gassosa, se non esistessero i critici. Come Durrenmatt, però, dovremmo istituzionalizzare la follia dei critici in una scatola simbolica.
Vi inducono nella tentazione dello spettatore.
E, al fondo, ottenete troppe spiegazioni. Credete che dalle spiegazioni discenda esperienza.
E voi che non rischiate mai la vita, vi sentite alla pari con noi che siamo appesi per un dito sulla vagina sconsiderata della morte. Ma non siete alla pari con noi. Comperate un biglietto. Ma Kafka equivale a Dio.
Per questo non voglio i commenti su questo sito.
Che mi importa di sapere se è un romanzo quello che faccio, se è buono o cattivo, da un manipolo di impiegati a ore fisse della vita, da questi formulari proteici accoccolati a uovo nelle aule universitarie? E molti di questi lettori d'albumina sono attori, scrittori, creativi, sia chiaro. Nel loro weekend mentale, si considerano lettori qualificati. Sono professori qualificati di scrittura e di dramma. E chi se ne importa. Non hanno mai tenuto in mano una testa insanguinata, cosa che invece a me è capitata, e quel che è peggio, una testa insanguinata e viva, cui dover parlare, vincendo la ripugnanza e l'infantilismo delle bambole dalla testa di plastica. Che mi importa della loro prolassi? Sapete che gli occhi vanno in direzioni diverse, e piangono perché non riescono più a guardare, quando vi è un danno finale? Sapete che cosa provate, nei pochi secondi che è dato di condividere con simili coscienze terminali?
Non otterrete altre spiegazioni. Voyeur della vita, allontanatevi dietro la fascia gialla del nastro, noi condividiamo tra noi le nostre morti, perché così preferiamo.
30 aprile, 2009. Ho scritto un racconto che potrebbe cambiare la vostra vita, si intitola "Roth" e non lo leggerete mai.
Ma gli ho lasciato cambiare la mia.
29 aprile, 2009. No, stalker, lascia stare i miei amici. Ci vediamo sabato.

28 aprile, 2009. " Jemand mußte Josef K. verleumdet haben, denn ohne daß er etwas Böses getan hätte, wurde er eines Morgens verhaftet."
Immagine e testo dal sito © G. Einecke - www.fachdidaktik-einecke.de.
27 aprile, 2009. E' esonerato a vita dal novero degli stalker, ovviamente, qualsiasi mio amico colto da improvviso raptus creativo. Nella fattispecie, quello che mi ha svegliato stanotte alle tre. Ma non i suoi amici di penna.
26 aprile, 2009. Gli alieni modernisti.
Per protestare contro gli stalker, da oggi il sito è in sciopero bianco. Pubblicherò racconti sugli alieni, il genere che voi detestate, finché a) gli stalker si arrenderanno, b) i rimanenti indesiderati ritorneranno almeno ad essere gentili ed educati con me. Rose, intendo. Rose bianche senza spine.
CHHH.
"Qui Uppsala. Campo Artico 4, rispondete."
CHHH.
(è un racconto ambientato nel Campo Artico accanto a quello de "La Cosa")
"Ripeto, qui Uppsala. Professor Bloom, risponda!"
CHHH.
L'operatore radio di Uppsala smise di chiamare, si sono stancati, Bloom pensò, raccogliendo il rognone del dr. Mulligan e gettandolo nel disintegratore da Campo Artico che teneva in laboratorio. Tah Dih Dah.
(ve l'ho detto, e andremo sempre peggio... racconti sugli alieni, in più modernisti, l'avete voluto voi)
Si stancano presto, pensò Bloom, che non era abituato a pensare in terza persona. D'altronde, come posso mettermi a pensare in prima persona, adesso, qui, mentre siamo assediati dagli alieni e già la situazione è precipitata al punto che restiamo vivi e umani solo io e il dr. Dedalus? Anche Mulligan, così paffuto, l'irlandese dei film, come si chiama l'attore, era in realtà un feroce alieno velenoso: senti il rognone come sfrigola e schizza nel disintegratore. Ma combattere, non è stato male, provare la forza dei muscoli, chiudere la porta stagna e bloccare Mulligan all'esterno, sono ancora forte, un uomo come dire... medio, sì, medio, ora che tutto sta per finire torneranno a chiamarmi
"Bloom: un uomo medio."
Oppure peggio:
"Bloom: un sensuale."
CHHH.
"Qui Uppsala! Vi ordiniamo di rispondere!"
(guardate, non scherzo, continuo finché non ritornate gentili)
CHHH.
"Professor Bloom, qui Uppsala. Anche se non rispondete, vi avvertiamo che stiamo per procedere alla distruzione della base; del Campo Artico, volevo dire. Allontanatevi subito dagli edifici, avete ventiquattro minuti."
CHHH.
Bloom osservò attentamente la radio, che aveva manopole e rondelle come un faccino alieno perplesso, con la bocca a forma di o.
"Credi davvero che distruggeranno la base? Credi davvero che lo faranno tra ventiquattro minuti? Perché darci tutto questo tempo? Perché avvertirci? Per quale motivo dovrebbero volerci fuori di qui, se in ogni caso intendono distruggere la razza umana?" scosse la testa, e si voltò verso Dedalus.
Invasori.
Dedalus raccolse il cappello di pelle di renna che Mulligan aveva lasciato cadere prima di trasformarsi in un alieno, e se lo infilò in testa senza curarsi dei germi galattici. Perché le persone ti coinvolgono nel male che vogliono farti? Il male che intendono farti, per essere perfetto, deve comprendere anche te, integralmente, non soltanto per l'aspetto diciamo così esteriore del male, il soffrire, ma anche per quello interiore, il provocarlo. Vogliono che sia tu stesso a gettarti sulle spade davanti ai loro occhi...
(continua fino a quando gli stalker non smettono)
(segue il capitolo sul passeggiare su ossa di foca scricchiolanti. Il modernismo non scherza)
24 aprile, 2009. Il Noncistodentro - remix. Finale (same music, la prima parte del racconto è sotto).
(...) Lo so io e lo sai tu. Ma noi non abbiamo mai avuto buone intenzioni. Lo so io e lo sai tu. Ti vedevo mentre guardavi fuori dal finestrino, ti vedevo come se io fossi stata il vetro, e così tu vedevi me, anche se non guardavi.
Il posto in cui dovevano portare questa festa è un posto chiuso da anni, che non sta più nemmeno in piedi, ma c'è, o tu credevi di saperci arrivare.
Ti vedevo fermo a certi svincoli, sceso dalla macchina, la mano sulla nuca, tremila euro di navigatore spenti sul cruscotto, e tu che credevi che il posto fosse lì.
Ora ti fanno entrare in tutti i locali del mondo, con schiere di unoesessanta dietro di te - e una o due unoesettantacinque, di quelle vere - ma in quell'altro locale, puoi pure vestirti come vuoi ed essere chi sei diventato, ancora non riesci a entrare. Figurati portare lì la festa.
Per questo dico. Noi non abbiamo avuto mai buone intenzioni. Ma l'ingenuità di fondo, lo capirai alla fine di questo tunnel, è stata immensa.
Considera, semplicemente, chi o che cosa volevi fottere, Noncistodentro.
E' questa ingenuità che ti commuove e mi commuove, e alla fine ti farà sorridere di tutta l'impegnativa, onesta cattiveria che hai messo nelle tue splendide cose, nelle catene al collo, nei baveri alzati, e nei denti bianchi.
In due sarebbe stata l'illuminazione. Ma accendi i fari, vai, e accontèntati dell'amore.
23 aprile, 2009. Il Noncistodentro (di Ida Bozzi)
(va di moda la colonna sonora. Beh, per questo pezzo, la musica è QUESTA. Sia chiaro che ogni riferimento a fatti e persone reali è puramente casuale: nel video c'è uno che porta magliette tipo le tue, ma ovviamente non parlo di lui).
Credo di essermi innamorata di te. Dove posso incontrarti? Hai sei orecchini per ciascun lobo, ma da una parte è rimasta una cicatrice, segno che negli anni uno degli orecchini è caduto. Non ti stanno più così bene le magliette con gli ideogrammi, e non le porti più. Quando ti si chiedeva che cosa volesse dire la scritta, rispondevi "echeccàzzo ne so/ ti sembro giàp/ponèse?". Io mi ricordo di te. Non so se in questi anni hai imparato a coniugare i verbi, ma sarebbe un peccato. Non mi interessa trovarti su Facebook, sebbene tu sia su Facebook. Non è lì che ti ricordo. Tu sei stato il primo al mondo a prendere la Golf. Quante puttane, eh? Per "puttane", nel tuo linguaggio di Noncistodentro, si intendono in generale le donne, tutte quelle standard unoesessanta, compresa tua sorella. Comprese quelle pulite. Diverso se erano alte un po' di più, diciamo unoesettantacinque. Per una di unoesettantacinque ci hai fatto una malattia, una volta, e non sei più guarito. E' stato allora che hai mixato la tua canzone migliore. Macchine piene di unoesessanta ti vomitavano fuori dai locali. Di moda andavano gli anelli, e tu avevi gli anelli (o forse viceversa: tu avevi gli anelli, e di moda andavano gli anelli. Giusto? Diciamo, una via di mezzo). Di moda andava il bianco, e tu eri tutto bianco. Di moda andava il nero, e tu eri tutto nero. Era come un codice, lo so, lo capisco. Anch'io, se vedo in mano a qualcuno un libro di XXX, scantono. Tutti abbiamo i nostri codici. E tu eri scrittura pura, guai se una parte più o meno esposta di te non avesse usato un codice per esprimersi. Erano amuleti. "Eh?" Ho detto, erano amuleti. Avevi bisogno che i codici dicessero per te una quantità di cose che tu non dicevi, perché vivevi velocissimo, ma anche perché in qualche modo le avevi già dette. Se te le avessi chieste, e tu fossi stato chetaminizzato a sufficienza per darmi retta un minuto, non saresti stato capace di parlare. Avresti gesticolato. Avresti detto "cose così". Avresti detto "capisci, no?". Ma la chiarezza con cui erano scritte addosso a te, lo smalto alle unghie quando andava lo smalto alle unghie, gli occhiali da sole anche di notte, il mantra di tatuaggi che portavi addosso e forse porti ancora, quella chiarezza non era nelle parole. O io non l'ho mai trovata nelle mie.
E nel tempo mi sono innamorata di te, non come le unoesessanta, non in pool come facevano loro. Io mi sono innamorata di te di un amore tremendo, chiuso, immusonito, isolato e oscuro. Odio il fatto che tu oggi abbia perso la concentrazione. Odio la tua volgarità divenuta qualsiasi. Tu una volta, senza saper parlare, con una parola uccidevi. Una parola in giapponese che nessuno sapeva cosa diavolo volesse dire, tantomeno tu, o un tatuaggio Maori che ti spuntava sul collo, solo per metà. Adesso sei lagnoso, vecchio, ti sei fatto convincere di qualsiasi cosa, sei perfino capace di mezze frasi, e ti confondi con il generico pattume che c'è in giro. Non eri nemmeno allora un uomo particolarmente bello, ma eri il più figo. Né biondo né bruno. Né alto né basso. Magro, ma con una tendenza alla pinguedine sotto l'ideogramma. Eppure una lama di decisione camminava insieme a te: "ho mal di testa" dicevo, e tu via, lontano, con te guai a parlare di malattie. Ma quella stessa decisione abitava dentro di te. Nemmeno a te stesso consentivi le stronzate.
Io sono una scrittrice, e non ho mai avuto una gran compagnia a cavallo delle stelle, dove un microbo come me fa solo ridere i giganti come Saturno, come Giove, come la Nube di Magellano. Ma se c'era un altro pazzo che sfrecciava nella limo affittata - o forse comprata, chi lo sa - e sfrecciava nella notte accanto a me, vanamente glitterato, quello eri tu. Per l'amor del cielo, solo a distanza, eh.
Domani continuo, ne ho di cose da dirti.
(Ida Bozzi è giornalista e scrittrice, scrive di letteratura per il Corriere della Sera e ViviMilano. Vi trovate sul suo sito personale)
21 aprile, 2009. Edizione integrale di un manoscritto sul web? Mais oui. "Chien", folio 1.
:)
19 aprile 2009.
"COME SE LA LETTERATURA E LA SCIENZA NON FOSSERO CHE UNA GRANDE PORNOGRAFIA DORMIENTE, IN ATTESA DI ESSERE SVEGLIATA DALLA MAGIA DELLA FAMA." (La mostra delle atrocità)
In memory of James Graham Ballard.
16 aprile, 2009. II.
Dei, divi, divinità, idoli, numi. Immortali, enti, deità, padreterni, altissimi, supremi. Sicuro di aver dimenticato Qualcosa, o Qualcuno, riprese a controllare in valigia il campionario della Polytheistic Ltd.
(...)
16 aprile, 2009. I.
Cane.
Ho finalmente ottenuto ciò che volevo, ho le carte firmate, quel che si attendeva da me è compiuto. Mi incammino verso il parcheggio sotto il sole con un sorriso. Sento nelle gambe la giusta fretta.
Intanto osservo il giardino, i miei piedi, la piscina, mentre mi allontano dall'albergo, voltando la testa per caso, per curiosità o senza un perché.
Gli altri ospiti sono sdraiati vicino all'acqua, in posizioni diverse che sembrano presumere diverse relazioni con la forza di gravità, o con la pressione atmosferica. Alcuni danno l'impressione di non essere in grado di alzarsi mai più, se non raschiati via dai lettini con una spatola. Sorrido, scendo nel sentiero, tra piante di lavanda. Altri sembrano appoggiati appena sulle sdraio, posati con delicatezza, come se qualcuno li considerasse più temibili, da lasciar liberi. Si mostrano inquieti. Forse sono quelli che hanno già visto il cane. Quando una ragazzina si solleva su un fianco, e si ripara gli occhi dal sole per riuscire a guardare verso la piscina, lo vedo anch'io. E' un cucciolo di cane giallo, corto, piccolo, basso, agitato e troppo vivace per quel consesso di umani pigri.
Una padroncina, che nemmeno riesco a vedere tra le piante e le sedie del solarium, gli grida una prima volta:
"Chicco. Non cadere in acqua!"
Nessuno, né il cane né gli umani, sembra prestare attenzione all'avvertimento. Tranne appunto la ragazzina che si volta sul fianco e alza la mano per proteggere gli occhi; anche un ragazzo ancora pallido, pliche molli di pelle che si piegano sull'addome, si solleva a metà sul lettino, più disturbato che incuriosito.
"Non cadere in acqua."
Ripete la padroncina. Ecco, ora tre persone si alzano, proprio tra quelle che sembravano meno adatte a farlo, e cominciano a guardarsi intorno. Io abbasso gli occhi su un gradino, cercando di non inciampare nella curva del percorso e di non perdere le mie carte a terra. Quando il sentiero torna a raddrizzarsi, mi volto di nuovo per guardare.
A mano a mano che gli ospiti in piscina si accorgono della presenza del cane, reagiscono con modi e movimenti più o meno vistosi. Una donna in bikini si solleva inarcando la schiena e piegando il collo. L'uomo grasso accanto a lei, che osserva il fondo dei propri occhiali da sole o dorme dietro le lenti, si muove e fa per alzarsi dandosi una spinta, oscillando in avanti.
"Un cane," inizia, vedendo il cucciolo. Non sembra trovare altro da dire, e alla fine non si alza.
Il cucciolo, intanto, zampetta sul bordo della piscina. Una coppia di mezza età, con i costumi da bagno penzolanti e semivuoti, si avvicina al cane, lentamente. Tengono le schiene piegate e le braccia tese, sembrano affettuosi.
"No, no, non cadere," dicono.
"Di chi è sto cane," si rivolta all'improvviso sotto l'inferno della gravità, o del sole, un altro uomo, non grasso, non pallido, non occhialuto, eppure efficacemente volgare, dall'altra parte del solarium. Mi viene in mente di guardare che ore sono, all'improvviso, ma non ne ho voglia. Il cane sembra deciso ad allontanarsi dall'acqua, poi, senza motivo, scarta di lato e appoggia le zampe anteriori sul trampolino.
"No, vieni qui, Chicco." E' finalmente la padroncina ad alzarsi, in un angolo del prato, ma tutti calcolano la distanza enorme che la separa dal cucciolo, e si alzano insieme a lei. E' piccolina, con un cappello di paglia che deve continuamente trattenere con una mano. Non si muove abbastanza in fretta, e sottovaluta l'imprevedibilità del cane.
Io supero con cautela una pietra scivolosa nel giardino, e arrivo finalmente al parcheggio, dove ho lasciato la macchina. E' all'ombra, in uno spiazzo libero e tranquillo, lontano dal passaggio. Riprendo a guardare la scena in piscina.
Mi volto tardi, come tutti gli altri, appena in tempo per vedere il cucciolo che salta sul trampolino con tutte e quattro le zampe e l'aria di voler saggiare il terreno intorno, ma scivola, perde l'equilibrio prima di aver fatto un passo, e rotola in acqua.
Tutti gli ospiti che si sono già presi il disturbo di alzarsi, ora si avvicinano correndo e si gettano in piscina. L'uomo con gli occhiali da sole si tuffa dal lato opposto a quello del trampolino e del cane, ma cura con abilità lo stacco da terra, e s'immerge in silenzio e con eleganza.
Per qualche istante tutti nuotano, il cucciolo, che sa galleggiare e tiene le orecchie e la testa ben alti fuori dall'acqua, la coppia sciupata, che schizza e gioca avvicinandosi confusamente all'animale, la signora del lettino, immusonita, che nuota con la stessa fretta altezzosa del cucciolo, e l'uomo volgare, che fa crawl e vince e abbraccia il cane e lo solleva, poi lo perde di nuovo in acqua, poi lo afferra di nuovo e infine lo salva, depositandolo sull'orlo della piscina ai piedi della padrona.
"Chicco!"
La padrona si abbassa sul cane tenendo il cappello, e io mi volto verso la mia macchina nel parcheggio, sorridendo.
La macchina è fresca, quasi fredda, accogliente. Metto in moto e faccio manovra, dovrò guidare solo per un paio di chilometri, per portare le mie notizie alle persone che le aspettano. Dirò, racconterò, mostrerò le carte firmate, spiegherò come ho fatto e per quale motivo mi ci è voluto tutto quel tempo, accetterò le congratulazioni e forse l'invito a cena che seguirà.
Ritrovo la strada facilmente, il paesaggio marino è facile da ricordare, e quando vedo la casa, in fondo al viottolo che incrocia il lungomare, la riconosco subito. E' chiara, ha una torretta che spunta dal tetto, una terrazza coperta dove in genere gli invitati prendono un aperitivo aspettando il tramonto.
Non c'è nessuno, lassù, ora, forse perché il tramonto è ancora lontano. Lascio l'automobile di nuovo all'ombra, davanti al cancello, che è aperto, ed entro. Anche la porta d'ingresso è aperta, ma il legno non è lucido e scuro come lo ricordo. Sembra sverniciato, scartavetrato e lasciato a gonfiarsi e a ingiallirsi, senza cura. Intendo, sembra nudo ad aspettare da anni. Dentro non ci sono più mobili, niente luce, se non quella che entra dalla porta aperta e da una persiana sfasciata, le pareti sono macchiate, sporche. Qualche lavoro di muratura, qua e là, o un trasloco incauto e distruttivo, hanno lasciato mucchietti di calcinacci e scarti di legno addossati ai muri, in pozzanghere di polvere. Entro, cammino per tutto il pian terreno. Inutile cercare di salire al piano di sopra, lo scalone è scomparso, forse crollato, o forse, a giudicare dai segni sullo squarcio tra parete e soffitto, è stato divelto in un sol blocco. Una sporcizia grossolana, entrata forse dalla persiana strappata, è sparsa sui pavimenti e sui mucchi di avanzi. Sono anni, si direbbe, che in quella casa non abita più nessuno, che non c'è nessuna attesa e nessuna aspettativa.
Torno fuori, riprendo la macchina e me ne vado, con la testa confusa, dirigendomi verso il primo semaforo.
Quando è di nuovo verde, non riparto. Spengo il motore lì in mezzo alla litoranea, guardando il volante, senza pensare in effetti a niente.
Non so se qualcuno in coda suona il clacson, prima di superarmi, oppure no.
(di Ida Bozzi, 16 aprile 2009)
