L'installazione
Racconto di Ida Bozzi
Nel 3245, al Milletrecentesimo Festival di arti Contemporanee della Triennale di Milanoland, per la consegna del 1267° Gran Premio per le Arti Visive, nella terza fila di poltrone sotto il palco eravamo seduti io e i miei amici Theo Mariani e Annarita Galli Fleury, ovvero parte del gruppo “ScienziaRte” scartato alle semifinali del settore giovani. Noi eravamo quelli del “Tazebo”, stand numero 27, una proiezione continua di video sullo stato dell’arte nel Paese e sulla possibilità di trovare vie nuove all’espressione artistica. Non era piaciuto ai critici l’intervento di Theo, che sotto una cascatella d’acqua primordiale, quasi come Artaudìn Anton, gridava tra le provette delle sue “Sculture batteriche”: “basta con l’arte nelle gallerie, nei teatri, nelle olosfere, nei memorifici, basta con gli scantinati dei nostri cugini, basta con i nostri cugini” e altre scempiaggini volutamente irritanti. Ci eravamo classificati ultimi.
Adesso, sul palco delle celebrazioni, il vincitore, l’artista ottantenne professor Knox, un vecchio Materico allungato su una poltrona, srotolava la propria visione dell’arte come un lungo papiro vetusto, e il pubblico anticoegizio mostrava il proprio interessamento occupandosi dei fatti propri e pregustando sommessamente gli zabaioni e i cioccolati che aspettavano profumati e ronzanti sul tavolo del buffet lì accanto. Ronzavano in effetti gli zabaioni. Anzi il ronzìo cominciò a farsi più forte a mano a mano che Knox declamava “introspettismazione” e “ermeneutizzavitismo” e altri ossìtoni mortali. Il ronzìo degli zabaioni borbottò e russo. Scatacchiò e tossicchiò. Tossicchiò e disse “Basta con gli olofici e gli artogrammi...”. Mi sporsi appena dalla fila, e vidi che era Theo a russare, non il buffet: dormiva saporitamente, di un sonno rabbioso, ringhiante, blaterante, sola risposta possibile alla vittoria di Knox. Theo era il nostro scienziaRto, e non riusciva a sopportare da sveglio che si potesse premiare un faraone come Knox, tradendo l’innovazione, il futuro e la speranza nella sapienza del genere umano, cioè l’arte come la concepiva lui. Solo quando Annarita lo punse nel fianco con il suo ditino di fidanzata, riuscendo a svegliarlo, lui uscì dal coma sventolando le mani, “usciamo usciamo”, e tutti sgattaiolammo fuori dalla sala conferenze, trascinandoci chi contrito, chi arrabbiato, chi narrante e interlocutorio, fin nel laboraRtorio di Theo. Arrivò con l’astronave delle sei anche Lucio, l’action man del gruppo, sempre in giro a fumare favori e aperitivi a tutti i critici della città, vagamente esule perché aveva un debole per Annarita e s’era accorto che Theo non lo voleva intorno, e si unì al comune umor nero del pomeriggio. Annarita tirò fuori qualcosa da bere, io ordinai la pizza, e discutemmo a lungo.
Ci sentivamo sconfitti, e lo eravamo, delusi nella nostra arte e nel nostro amore per l’arte, e soprattutto traditi. Traditi noi, tradita l’arte, inscatolato il nuovo in contenitori ermetici, impossibili da aprire, e terribilmente vetusti, grondanti liquami come le scatole d’artista di Pitereo Manzoni andate a male. Ci aggiravamo tra le sculture batteriche nostre e di Theo, in quello scantinato umido, come prigionieri che si agitano senza sosta nelle loro gabbie, e più di una volta fummo sul punto di sciogliere il gruppo e andarcene ognuno per i fatti propri, finita la pizza, sulla strada dell’anonimato.
A un certo punto, Theo prese una delle sue provette di “sculture di batteri” e la fissò. Ricordo il momento come se fosse oggi. Disse:
“Noi dobbiamo diffondere l’arte come se fosse un virus,” disse. Fummo esterrefatti, sentivamo che Theo era arrivato vicino a una grande, nuova idea, e per lungo tempo discutemmo la questione della diffusione di uno dei nostri virus artistici in giro tra le genti del mondo, o addirittura nella galassia. Ci pareva una rivoluzione.
Theo tuttavia era sempre più pensieroso, nonostante i nostri entusiasmi, e si appartò in un angolo del laboratorio con la sua provetta, in silenzio. Stavamo ancora esaminando i possibili rischi di mutazione di un virus artistico creato in laboratorio - sebbene Lucio garantisse che ormai il procedimento era stabile e poco mutante - quando finalmente Theo riprese la parola, dal fondo della sala.
La sua voce, ferma, forte, così diversa dal ronzìo della sconfitta, ci attraversò tutti: ricordo la sensazione di trovarmi di fronte a un genio che difficilmente, in questo mondo piccolo, avrebbe ottenuto non solo il riconoscimento che meritava, ma perfino la semplice comprensione dei suoi simili. Parve per un attimo che Theo non avesse simili.
Quello che disse fu: “Noi abbiamo due problemi: realizzare un’installazione così scioccante e bella da spazzare via tutti i professor Knox del mondo, e trovare lo Spazio per farla.”
“Amen,” gli dissi io, “e quindi?”
“Te l’ho appena detto.”
“Ma io non ho capito,” risposi.
“Ricominciamo da capo. Che dobbiamo fare? Arte. Che fa l’arte? L’arte riproduce il mondo. Ma non vedete, non capite la semplicità dell’opera che ci aspetta? Riprodurre il mondo!”
Theo ci parlava in tono febbrile, quasi divorando le parole che non facevano in tempo a uscire dalla sua bocca, tanto in fretta il disegno si andava formando nella sua mente. “Tu, Lucio: non c’è quel posto un po’ fuorimano, dove vai sempre per le tue gare di volo?”
Lucio si schermì, le gare di volo erano proibite, dentro e fuori dalla Galassia. Solo protestando, e dopo lunghe insistenze, ammise:
“S-sì. Io vado su un pianeta qui vicino, abbastanza simile al nostro. Lo chiamiamo il Posto del Cross. E’ disabitato, però, e io giuro che sto atten...”
”Ma che m’importa!” esplose Theo, ridendo, “Voglio sapere solo questo: è o non è il posto ideale per la nostra installazione? Correrebbero molti rischi i visitatori della nostra mostra?”
“Beh, no... io ci ho buttato un brodo batterico per creare un’atmosfera, non è ancora respirabile, però almeno la stella del sistema non ti ustiona...”
Annarita schioccò la lingua: presentiva il dissesto economico. “Ma non è un po’ periferico?”
“Beh, sì...”
“E allora! Non verrebbe nessuno, come al solito...” Lei era il tesoriere del gruppo, e tutti i suoi conti andavano in rosso ogni mese con regolarità mestruale. Lucio abbassò lo sguardo, senza ribattere.
“Possiamo organizzare delle navette,” Theo non si lasciava smontare, figurarsi da Annarita, “possiamo organizzare delle visite guidate con pranzo, pernottamento, pacchetti turistici...”
“Sì, ma,” intervenni io. Non volevo che Theo si perdesse in fantasticherie, lasciandosi distrarre dagli altri. “Pacchetti turistici per visitare che cosa?”
“Noi,” sorrise Theo, alzando le spalle.
“Noi? Io, te, Annarita... Noi quattro?”
Theo si sporse in avanti e mosse le mani l’una nell’altra, come se le passasse intorno a una sfera, a un pianeta disegnato nell’aria. “Noi quattordici miliardi. Noi tutti. L’intero pianeta.”
Rimanemmo basiti. Per qualche istante nessuno riuscì a spiccicare una parola. Solo Annarita scuoteva di tanto in tanto la testa, pensando certo al crac delle sue finanze. Noi restammo a fissare Theo e le sue mani che disegnavano la sfera nell’aria, lentamente, insistentemente.
Io chiesi: “Vuoi fare il ritratto all’intero pianeta?”
“Non proprio.”
Annarita chiese: “Vuoi...” guardava le mani di Theo che plasmavano, plasmavano, “vuoi scolpire l’intero pianeta?”
“Ma proprio no!”
Alla fine, fu Lucio a capire: “Vuoi clonare il genere umano e impiantarlo su un altro pianeta? E’ questo che vuoi fare? Ho capito bene?”
Theo sorrise.
Annarita sgranò gli occhi: “Ma è illegale...” Annarita era anche l’avvocato del gruppo. Non era laureata, ancora, ma suo padre aveva uno studio molto conosciuto a Milanoland.
“L’arte non può porsi un problema morale,” sbuffò Theo, “l’arte può mostrarlo. E poi, non useremo il Dna umano. Creeremo un’opera d’arte fatta di Dna, è diverso.”
“Non è possibile.”
Lucio tossicchiò e corresse Annarita, delicatamente, piano piano, senza fissarla negli occhi: “E’ possibile. E’ possibile se usiamo un corredo cromosomico appena dissimile dal nostro. Ce n’è uno già sperimentato, per così dire.”
“Scimmie?”
Lucio guardò Theo, passandogli il testimone, incerto. Theo sorrise di nuovo. Sembrava che avesse già tutto in mente così chiaramente... “Non scimmie,” intervenne, “ma uomini preistorici. Agli albori dell’evoluzione. Neanderthool. O al massimo Neanderthool e varianti di Sapienz mischiati, forme arcaiche, imperfette.”
“Roba che danno ai bambini nei musei per fare gli esperimenti genetici in classe. Legalissima,” annuì Lucio, alzando le spalle.
”Un Frankensteiner!” esclamò Annarita.
“Proprio, un Frankensteiner! Un’opera d’arte che rappresenti la nostra visione di questo mondo,” sorrise Theo, e partì per la tangente, “noi abbiamo tutti un’idea vaga di come è, questo mondo. Lo leggiamo sui giornali, ma i giornali non sono uno specchio. E allora fabbrichiamo lo specchio, identico a noi! Le guerre in Apphrica, i dissesti della globalizzazione, la desertificazione dell’Europia, il disastro dell’ambiente, e tutto il resto: sono i nostri orrori! Ma non siamo in grado di vederli su noi stessi, dobbiamo creare un’opera d’arte che li rappresenti e li ricrei, per mostrarceli. Solo così potremo vedere finalmente che cosa siamo! ”
“Mostri,” sussurrò Annarita. Ma si vedeva che l’idea le piaceva. Orologio biologico, istinto materno, e le piaceva.
“Mostri, ecco. Il nuovo mondo dovrà rappresentare il ritratto agghiacciante di questo mondo. Dovrà farci schifo...”
Discutemmo a lungo. Lucio suggerì di inserire porzioni di Dna del genoma moderno, perché non era certo che “quelle fialette da bambini stessero poi insieme, da vive”. Theo si preoccupò che i brandelli di genoma moderno potessero contenere dei “memi” pieni di reminiscenze, deja vu, addirittura porzioni di destino appartenenti a esseri di questo mondo. Io posi la questione dell’evoluzione, sempre possibile anche con un Dna difettato. E bla bla. Ci furono molti dubbi, molte esitazioni, anche nei mesi seguenti, il padre di Annarita ci prestò addirittura un associato del suo studio, perché non voleva portare le arance a San Wittore al fidanzato della figlia, e poi Theo e Lucio litigarono un’infinità di volte, e io diedi l’esame di Storia Contemporanea e rimasi via per un po’, e un sacco di altre cose frenarono e rallentarono il progetto; ma alla fine il progetto partì.
Il progetto partì, sì.
Passammo le giornate immersi nel lavoro, tutti intorno ai tavoli nel laboratorio di Theo, tra le storte e le provette. Lucio ci fu utilissimo per la prima installazione delle forme animali e vegetali che dovevano costituire l’ambiente di vita delle nuove creature, faceva avanti e indietro dal Pianeta del Cross senza sosta, trasportava su e giù vagonate di critici e distribuiva sacchettini per il vomito a quelli che soffrivano lo Spazio, e si fece perfino tutto un viaggio con un motore al plasma fuori uso per portarci il primo fiore spuntato tra le colture; e Theo invece era sempre seduto a pensare, a ponzare, intrattabile, sempre al telefono con qualcuno, sempre lì a disegnare schemi genetici, a incollare cromosomi, a consultare atlanti, astrolabi, compassi, un altro uomo, irriconoscibile.
“Si va a cena da qualche parte?” chiedeva Annarita.
“Vai, vai, io ti raggiungo,” era la risposta di Theo. Annarita lasciava andare l’angolino di cartina di Tornasole con cui stava giocherellando e si allontanava con uno scatto. Una volta la vidi fermarsi un attimo sulle scale, prendere tra le mani il casco da Cross di Lucio, e poi rimetterlo a posto. Fu un attimo, ma ci feci caso. Comunque, la quantità di cose da fare ci travolse tutti, e non c’era momento in cui non saltasse fuori qualche problema nuovo da risolvere. Ostacoli di ogni tipo, questioni di fondi, di permessi, di segretezza, perfino i problemi morali di cui Theo non voleva sentir parlare. Ci occupammo di diritti d’autore intergalattici, rastrellammo gli sponsor, interpellammo i cugini e tutti gli altri parenti dotati di portafoglio, e soprattutto giurammo solennemente di accompagnare le creature nel loro sviluppo, con discrezione, senza disturbare la loro crescita naturale, con rispetto e con amore. Quale artista non ama la propria opera d’arte?
Noi vi amammo, sul serio, e a lungo.
A rovinare tutto fu il fatto che i rapporti tra Theo e Lucio si deteriorarono, con quel vivere gomito a gomito tutti e due, anzi tutti e tre, insieme, e quando i primi umani vostri antenati cominciarono a camminare sulle terre rese fertili dagli animali preparatori, i dinosauri, e si dimostrarono piuttosto abili e capaci di adattarsi, la crisi tra di noi era già a un punto di non ritorno. E quando esplose, travolse noi, e travolse voi.
A dirla tutta, fu per una scemenza. Annarita si era messa a fare la mamma alle creature, era andata fuori di testa per le prime parole e i primi graffiti, aveva visto i vestitini e i primi utensilini delle creature. E adesso le voleva coccolare. Vi voleva coccolare: lo disse una sera in riunione, e Theo reagì come se un fulmine fosse scoppiato in mezzo alla stanza. Era la vigilia dell’inaugurazione, e lui era stato intrattabile e irraggiungibile per tutto il giorno.
“Ho cose più importanti cui pensare,” gridò, duro. Noi tacemmo. Ma Lucio commise l’errore di intervenire: disse che si poteva provare a mettere le carte in tavola con i nuovi umani. Annarita, muta, annuiva. Lucio disse che ci si poteva manifestare alle creature, anche per gradi, appena un pochino. Che si poteva cercare un rapporto con loro. Che era giusto almeno provare. Lui e Theo cominciarono la solita lite, senza alzare troppo la voce e senza venire alle mani, niente di particolare, finché all’improvviso, e quasi controvoglia, Theo mostrò quel lato nuovo del suo carattere che il lavoro, la tensione, la fatica avevano messo in luce.
“Taci, dilettante,” ringhiò. Noi rabbrividimmo, ma Lucio sembrò quasi non attendere altro, e si placò all’improvviso: posò la provetta che aveva in mano, scrutò Theo a lungo con uno sguardo di delusione e di sfida, salutò tutti a uno a uno, salì le scale in silenzio e non mise mai più piede nel laboratorio. Da quel momento, io capii che sarebbe successo qualcosa, e che sarebbe successo all’inaugurazione.
Venne mattino, io mi feci trovare accanto alla navetta, gli invitati arrivarono alla chetichella e Theo giunse per ultimo, accompagnato da presidenti e sottosegretari. La nostra installazione, spiata e fotografata da tutti i media, era già una celebrità. Fu una mattinata convulsa: minacciava un temporale, e i tempi di decollo erano strettissimi. Poi avevamo davvero mille cose da fare, e non c’erano mani abbastanza per farle tutte. Decine di collaboratori intrattenevano gli ospiti e li guidavano sulla navetta, Theo posava per gli ologrammi con i principi e i presidenti, io controllavo i rifornimenti e il piano di volo. Insomma non ci accorgemmo che mancava Annarita, e considerammo scontata l’assenza di Lucio. Comunque, partimmo in orario, e quando atterrammo sulla nostra installazione con l’imbarcata di invitati, ancora non notammo l’assenza di Annarita, indaffarati com’eravamo a distribuire le cartelle stampa, a sciorinare l’elenco delle meraviglie del Posto del Cross e a svelare il nuovo nome che avevamo dato alla nostra installazione. C’era la moglie del presidente che metteva il piedino tra quei bei fiori rosa, e noi dovevamo avvertirla di non pungersi con le ortiche. C’era il console della Dalmantia che faceva pio pio a un cobra spuntato dalla giungla, e noi dovevamo salvarlo dal morso mortale. C’erano montagne da descrivere, e mari da attraversare, e le famose creaturine da scovare da qualche parte, qua o là, e da mostrare mentre si prendevano a frecciate e a colpi di clava, esempi artistici della barbarie della natura umana. "Cos'è quello?" chiedeva l'uno, "Cos'è quello?" chiedeva l'altro, indicando a caso un villaggio di canna intrecciata, un vello d'orso scuoiato o un teschio appeso a un albero. "Arte," rispondeva Theo. Eravamo distratti. Immaginate la nostra sorpresa quando a metà del giro inaugurale li vedemmo, Lucio e Annarita, tutti e due, che parlavano con uno di voi, una delle creature! La creatura era una cosina piccola, una femmina, una donnina, tutta nuda e rattrappita, e così timida che, per parlarle senza farla spaventare, Lucio la ammansiva offrendole della frutta e Annarita si nascondeva dietro l’albero. E la creaturina ascoltava, si guardava intorno e ascoltava, assaggiava la frutta e piano piano si drizzava sulle gambe, e si pettinava i capelli, e arrossiva, e annuiva. Lucio le stava raccontando tutto!
Non potete immaginare la reazione di Theo. Davanti ai critici, per la verità, restò impassibile come una pietra, seguitò a scherzare, a cianciare e a fare il padrone di casa come se niente fosse. Accompagnò le personalità a concludere il giro della giostra, monti e oceani compresi, e trovò modo di divertire tutti. Scoprì la targa con il nome dell’installazione, “Therra”, brindando e festeggiando con noi, scherzò sul gioco di parole tra il nome del pianeta e il proprio, e accettò il consiglio di uno dei critici di togliere l’acca, che faceva tanto post-costruttivista. Fu amabile e gioviale.
Ma appena i critici se ne furono andati, si scatenò. Prese la creaturina e la sua famiglia per un braccio, e tremanti com’erano li caricò tutti sul cargo e li scaricò in mezzo a un cratere deserto dall’altra parte del globo, dicendo loro: “E adesso, arrangiatevi”. In segno di sommo spregio, cavò dalle tasche qualche provetta di virus misti e la gettò ai loro piedi. A Lucio non rivolse nemmeno la parola, ma fece cancellare il suo nome e quello di Annarita da tutti i comunicati stampa e da tutti i folder di presentazione. Non c’è nemmeno bisogno di dire che tra lui e Annarita la cosa finì, all’istante (fu necessario perfino cambiare studio legale). Il gruppo si spaccò. Io cercai di mediare, ma fu inutile.
Da allora, da voi sulla Therra, o Terra per non essere post-costruttivisti, accaddero molte cose: immagino ne conosciate la gran parte.
Ma io so quel che non sapete, e che vi state domandando proprio ora.
Ebbene sì.
Vincemmo il Gran Premio delle Arti Visive, e accadde proprio il milione d’anni successivo a quello del tremendo Gran Premio del professor Knox.
Contenti?
Theo e Lucio si incontrarono di nuovo al Gran Premio, e in un’altra occasione a un happy hour, e parlarono un po’, come ai vecchi tempi. Theo chiese notizie di Annarita. Lucio ricambiò complimentandosi per i successi del figlio di Theo, un dio nel campo degli ologrammi, già piuttosto famoso perfino sulla Terra, anche se con alterne vicende. Concordarono infine su un fatto: la Mostra sarebbe finita il 29 febbraio del 3246 – ora non so dirvi a quale anno corrisponda per voi, il calcolo è un po’ difficile - e l’installazione sarebbe stata chiusa per sempre.
Voi capite che non ci si può fossilizzare.
(di Ida Bozzi)
(pubblicato il 3 marzo 2008)
