- dal 2005, se è esistito -
Sezione: universo
sezione rigenerazione
26 ottobre, 2010. La rigenerazione significa la palingenesi. Invece di continuare a caricare il peso, cominciare ad allargare lo sguardo, a dare per scontate molte cose. In una parola, a conoscersi. Conoscere sé e conoscere chi è intorno a sé. La corsa verso qualcosa, verso qualche meta, non è affatto finita, ma ora bisogna che io cerchi la qualità di quella meta, la quale appare, vicina o non vicina, probabile o improbabile, comunque raggiungibile. E' il momento di spostare l'obiettivo, di trascorrere dall'essere sulla strada per qualcosa, alla decisione di guardare sé diversamente. Forse addirittura alla decisione di smettere di guardarsi.
Liberarsi dal peso, dalla paura, e come diceva lo jedi nel film davvero "non c'è provare", davvero ora è solo "fare, o non fare".
Non capisce. Hai idea di quante volte avrei potuto sputtanarti in pubblico, se solo mi fosse passato per la testa? Di quante bollette che ho pagato per te, di quante lettere tue, di quanti articoli tuoi che facevi correggere a me, avrei potuto dare notizia in giro? Non solo non l'ho fatto, ma non lo faccio nemmeno adesso, nemmeno ora che ti permetti di attaccarmi attraverso i tuoi collaboratori. Qui? Ma qui vieni solo tu. E lo sai. Infatti è da qui che ti parlo.
Sì, sono una santa. E continuo malgrado me a esserlo anche adesso. Il problema vero è che non sono una "santa", sono una persona con dei principi, tutto lì, e i miei principi non si spostano per una cosa che già ho, il successo.
Io sono già una persona che firma, per quanto mi concerne firmo anche troppo, e non mi interessa andare oltre, andare in televisione, chessò... Andare alla radio mi piacerebbe, quello sì, ma fin da piccola, e se volessi ci andrei perché sono amica di molti patron di radio, e ci andrei gratis, e forse non parlerei di libri ma di America, e ce ne sono già tante di trasmissioni, perciò...
Ho già tutto il successo che mi serve, anche di più. Quello che non ho mai avuto invece, e per il quale avrei dato la vita, è un amico. Un amore? Non lo so, ci sono tanti tipi di amore e non escludo che possano esistere nello stesso tempo con più persone. Ma io avevo un amico. Credevo.
Ok, tu sei stato cattivo e non hai retto l'impatto di dimostrarti meschino a non starmi vicino per la morte di mio padre. Ok. Ma io questo lo posso capire. Me lo spiego da sola, ma lo posso capire. Tu sei stato cattivo perché non mi amavi e con me era l'amore in ballo. Non so, non mi vedo a fare l'amore con te più di quanto in realtà non abbiamo già fatto e stiamo facendo tuttora. Però è vero: io non posso perdere tempo sessualmente utile appresso a uno che comunque da questo punto di vista non c'è. Qui non sei stato cattivo, qui è andata così.
Che ci posso fare se ti voglio bene e se so che tu hai fatto di tutto perché io mi innamorassi di te? Che ci posso fare se io non sono però una schiava, ma nemmeno una schiava in senso sessuale, e non mi piego a niente? Io sono così. Non avrei creato un personaggio che è un re barbaro, se non mi sentissi tutto fuorché una schiava. Purtroppo io valgo molto, e non mi servono seimila amici su fb per saperlo. Io sono una firma del mio giornale perché i miei pezzi sono pieni di passione e di sforzo, anche se non sono un critico letterario. Io sono piena di passione. Sono retorica e pomposa. Forse il mio giornale è un po' così ma è anche il più grande giornale di questo paese, e questo per me è motivo di orgoglio. Ma io appartengo a questo giornale fin dai tempi in cui ho scritto il mio primo pezzo, sulla giornata della donna. Qui l'atmosfera è particolare, grandiosa, eroica, se non ci sei stato nemmeno te l'immagini. C'è un busto di un fondatore nell'ingresso, e un busto di Tobagi in un corridoio, e stanze che si chiamano Albertini, Montanelli, Buzzati. Incontro Claudio Magris in corridoio, e mi saluta anche se non sa chi sono, e faccio anticamera mentre Cordelli finisce di parlare col capo, e uno che mi si presenta come Giovannino viene e mi stringe la mano, ed è uno dei più grandi intellettuali di questo paese, e il vice dice che il mio pezzo in pagina è più bello di quello di La Capria, oppure più brutto di quello di Vassalli, abbiamo i numeri di casa di autori considerati untouchable d'Oltreoceano, i più grandi editori siedono e aspettano, qui, con un tesserino di visitatore.
Io appartengo a questa leggenda da undici anni, amata e rispettata da persone che mi fanno sgranare gli occhi ogni volta che le vedo.
E io sono così pigra che non ho mai saputo capire a fondo il valore di tutte queste cose. Preferisco scrivere, preferisco sognare a occhi aperti, invecchiare con dei sogni di cui non so nemmeno più che cosa fare. Tu che ne sai? Tu credi di essere capace di capire tutto, ma cosa sento io non lo sai. Non sai come sorrido a vederti giovane e lanciato nel mondo, ma sì, farai un sacco di scemenze ma hai la vita dalla tua parte.
Invece, la brutta parentesi delle accuse, o forse delle invidie, e dell'odio in genere che hai mostrato per me, mi ha stracciato il cuore in mille pezzi, mi ha fatto invecchiare di colpo di cento anni. Credi forse che io esca e faccia chissà che vita? Io mi sono ritirata in casa, a curare questa mia faccia piagata dal dolore, per aver teso una mano e aver preso una coltellata dietro l'altra. Io non ce l'ho con te. Non sono altro che offesa. Non provo odio, provo smarrimento, confusione, male, penso che sia tutto inutile, penso che l'amore non vincit omnia nemmeno un po', devo guarire da questo e devo farlo da sola. Devo perfino uscire con la febbre e comperarmi le sigarette da sola, e non sai quanto male mi faccia pensare alle stecche intere che ti ho portato a casa senza che tu mi abbia offerto, mai una volta, di fare ALTRETTANTO. Comincio a credere che tu mi considerassi davvero da poco, molto da poco, che tu abbia frainteso le mie attenzioni, che tu abbia creduto che io volessi qualcosa in cambio, dal punto di vista lavorativo o sociale, quando invece io pensavo che fosse chiaro, fin dal giorno in cui ti ho detto che avresti potuto essere mio figlio, che cosa esattamente volevo da te e che cosa voglio tuttora.
23 ottobre, 2010. O forse ha parlato così perché era stanco, o malato. Ma allora perché non ha mai chiesto semplicemente scusa? Perché a me le sue accuse non importano minimamente, le ho prese per pura follia e se qualcuno sapesse che non so nemmeno di che autore si parlava, ai tempi, beh, ops, chissà che risate. Ma è il fatto che abbia dubitato, questo mi ferisce. Non è che mi ferisce così, alè, poi passa. No, mi ferisce, resta lì, non riesco più a capire. E' stato uno choc, come gli altri choc che mi ha dato, e io sono stanca di choc, e di cose che ritengo ingiuste. Lo riempio di insulti, e se lo avessi tra le mani lo picchierei. Ma mi rendo conto che non riuscirei a fargli un millesimo del male che ha fatto a me. E poi mi sento pure una Merda a trattarlo male, e insomma è un casino. Io invece devo fare ordine in tutto questo casino, perché non ho più così tanto tempo.
22 ottobre, 2010. Torno per un momento a parlare al vecchio rompipalle. Quello che mi ha lanciato le accuse infamanti, quello che mi ha abbandonato nel momento del bisogno, quello che ancora mi deve un mucchio di soldi, quello che mi invita ai dibattiti per farmi insultare dai suoi scherani, quello al quale ho purtroppo dato un po' troppo tempo della mia vita, il Merda.
Ho per te un'ipotesi su chi può essere stato a tradirti. Il marito della nana con cui stai, che è un hacker, e che probabilmente si legge tutte le vostre stronze mail senza che voi nemmeno ve ne accorgiate. Non avrà creduto vero di poterla mettere in culo a te e a lei contemporaneamente. E la mia ipotesi non è del tutto peregrina, visto che lui oggi occupa una pagina, già. Qualche legame deve averlo avuto, ha solo aspettato l'opportunità migliore. In questo ti ha giocato doppiamente, perché non ti ha solo fatto perdere uno scoop ai tempi, ma ti ha fatto perdere anche l'unica vera amica che avevi, e che valesse la pena.
Cretino.
19 ottobre, 2010. Ah, ah, ah, posso solo osservare in silenzio e inchinarmi. Oh, verità che io non merito, ma davanti alla quale mi inchino. Nel deserto mi fermo di tanto in tanto e batto le mani. Se vi fossero testimoni, e se mi vedessero battere le mani come i bambini che non sanno dominare l'impulso nervoso dell'adrenalina e della serotonina davanti a un regalo inatteso (o forse atteso, ma considerato improbabile), non potrei spiegare loro niente di più di quello che spiego qui.
(Tra le altre novità da segnare in questo diario nel deserto - aspettate, devo fermarmi e battere le mani un'altra volta - vi è il fatto che ho ricominciato, a poco a poco, a ritagliare i miei pezzetti di carta dai giornali, a mettere da parte le righe di testo che mi interessano. Forse, chissà, spero davvero di cominciare a scrivere)
Nel deserto mi fermo di tanto in tanto e guardo intorno, guardo questa sabbia che mi ha visto disperata e sguaiata istupidirmi, guardo intorno e lo sguardo fa tutto il giro dei 360 gradi vuoti e silenziosi ieri come oggi come domani. Eppure era proprio il deserto nel quale io stavo camminando il... lo... la... beh, vedete, non ho costruito un vero racconto, da a a b, dall'origine al fine, poiché qui non c'è niente, e la sabbia non si muove, esattamente come non si muoveva ieri e come non si muoverà domani.
Eppure il senso era la sabbia, non il miraggio. Ancora, batto le mani.
Tre reazioni immediate: pudore, e la necessità di rivestirmi in fretta e di non mostrare più nulla. Gioia, per il dono in cui non speravo. Dolore, perché mentre gridavo nel deserto forse ho fatto del male al deserto.
Questa è sempre di più una storia di montagne, di pianure che si credono montagne (ahimè), e di deserti. Però lasciatemi davvero battere le mani.
16 ottobre, 2010. Da qualche tempo ci penso. Mi piacerebbe cambiare vita completamente, nel senso che vorrei andarmene in un altro paese, e passare il resto dei miei giorni in una comunità di studio, a fare qualcosa di utile e di innovativo, ma lontano dalla pazza folla e, se possibile, tra persone di una caratura umana migliore. Poco interessate all'affermazione personale ma in qualche modo eroiche, e orgogliose di esserlo. Scienziati o inventori, oppure semplicemente ricercatori, categorie che in questo paese per la crisi e le tremende condizioni finanziarie dell'università sono costrette a lottare e a passare un po' troppo tempo in questioni burocratiche. Del giornalismo mi piace il fatto che sia utile, ma non mi sento più di essere così utile in questo lavoro, ora che sono così delusa e intristita del resto. Forse, oltre a un lavoro utile al mondo, mi piacerebbe un lavoro utile a me, un'immersione in un'energia, in un'impresa gigantesca e magari un po' assurda, come infilare punzoni segnaletici alle balene nell'Atlantico o misurare l'avanzata della desertificazione in Africa. Per la verità, ho accarezzato più da vicino l'idea di partire per una missione archeologica.
Una volta avevo bisogno di pietre per confondermi con il loro ruvido e morto gelo, io che sono lava incandescente. Ora vorrei pietre per costruire, lontano da qui, qui dove tutto il bene non costruisce nulla ed è dimenticato, spazzato via, tradito alle spalle nei modi più volgari. Mi piacerebbe scoprire un'antica città, o anche semplicemente costruirne una nuova. Vorrei una casa, con una porta, un tavolo, e averli fabbricati io, una sorgente d'acqua, e averla scavata io, vorrei smettere di avere paura degli insetti e avere un puma che viene a spiare i cavalli di notte. Vorrei avere figli, uomini che tornano a casa con un pickup scrostato, preoccupazioni per il raccolto, terreni incolti da trattare con il fattore. Vorrei avere cause umanitarie per cui gridare, vincere la paura degli aerei e attraversare il mondo, salire sulle cime dell'Everest e sentire le preghiere volanti, vorrei avere un sasso da mettere sulla bilancia del mondo, e vedere l'azzurro colare nel giallo del mattino quando il mondo si rovescia.
Vorrei cavalcare fino all'orizzonte e poi ancora fino all'altro orizzonte senza incontrare una strada asfaltata, e vorrei non doverlo fare da sola.
9 ottobre, 2010. Non chiedetemi come sono le sue dita perché non me lo ricordo. E' un'infatuazione plastica, non fisica o cerebrale né emotiva, mi piace il suo librarsi nello spazio.
Non che costui sia un astronauta, o un trapezista, coltiva però degli infingimenti (che non sono bugie, io credo che non siano affatto bugie), con i quali modifica anche davanti a se stesso la propria forma nello spazio. Egli si plasma. E' un muro di queste plastiche posizioni, e potrebbe essere un ottimo stalker, anche se temo che sarebbe uno stalker di tipo diverso, più ergonomico.
Penso che sia un uomo più pastoso di altri, sebbene mi sfugga continuamente il preciso significato della parola pastoso proprio mentre cerco di trovarlo. Credo che pastoso mi colpisca per la somiglianza con la parola pastello, anche per il fatto che è dei pastelli, quelli per i bambini, che si dice in genere che sono più o meno pastosi. In realtà non so affatto perché mi venga in mente la parola pastoso. Credo sia la prima volta che ne faccio uso in tutta la mia vita.
Quanta cautela, eh? Quanti danni ha fatto e continua a fare la precedente esperienza. Di cui non voglio più parlare.
Cò che ho imparato è il contenere, che dà luogo al contenimento, e il contenersi, che dà luogo al contegno. Ho imparato che non è amare e fare del bene ad essere pericoloso, come lo è stato per me, e nemmeno amare le persone sbagliate, come è stato per me. Si può amare ma è meglio tenerselo per sé, il pericolo è essere derubati, il solito banale pericolo di chi lega il cavallo allo steccato, come dice l'i-ching, e assiste impotente al furto.
So che è un passaggio. So che chiudersi in una scatola di pareti sottili e sensibili, ma stagne e invalicabili, non è esattamente l'atteggiamento più propizio e primaverile possibile, né il più adatto all'amore, né il più sano. Ma dovreste vedere che ne è stato, in questi mesi di offese, di insulti e di incomprensibili sospetti, che ne è stato della mia pelle. La sento come scollata dal viso, un po' per l'incredibile digiuno che ha accompagnato il trauma e che stava per uccidermi, un po' perché credo che volesse staccarsi dagli zigomi, dalle guance, e colare via distrutta, sciolta per il dolore. Non so come razionalizzerò il male che ho provato, ma penso che il primo modo per razionalizzarlo sia cercare di rendere di nuovo umana, non aliena e spugnosa, la mia bellissima e morbidissima pelle.
Più pastosa.
Ah, nel frattempo sto studiando le reti neurali, complici anche i meravigliosi personaggi che ho incontrato al Festival della Mente. Servono per il romanzo che sto scrivendo, e detto questo non ho detto un bel niente, e niente altro aggiungerò, perché del mio privato parlo già fin troppo su Facebook e qui bisogna tornare a lavorare, basta diegesi, basta didascalie: non vedete che non sono più capace di tenere in mano una penna? Sto cambiando, ma è anche questo un altro effetto tremendo del distruttore della mia pelle, il fatto di non riuscire più a pronunciare una parola letteraria che non sia, come anni fa, brutto esercizio artistico.
Sto quasi per morire, so che è tardi per scrivere e non è colpa mia se ho incontrato sulla mia strada qualcosa che mi ha fatto perdere anni di tempo prezioso e mi ha fatto invecchiare di un secolo, in un solo anno. Ma sono come sempre insopportabilmente ottimista. D'altronde inutile sarebbe, a questo punto, perfino essere pessimisti.
Questo vero amore trasformato in un incubo terrificante, ha distrutto la mia vita.
25 settembre, 2010.
Non c'è un mito che racconti la morte di tutte le divinità di questa fonte? Vennero trovate esangui, bianche nelle tuniche bianche, con le braccia giunte in danze o in preghiere, e ghirlande di fiori pallidi intorno ai capelli. Nessuno osava toccarle, e gli uomini saggi piansero perché tanta bellezza era stata uccisa. Poi si alzò un potente del luogo, e disse, con voce soffocata: "Chi mi aiuta a seppellire questi dei?"
Pochi lo raggiunsero, e tra questi un giovane che subito appariva del numero degli scampati, tanto pallide erano le sue braccia e chiare le sue vesti. Ed egli era colui che piangeva più di tutti, poiché era il fratello delle divinità uccise.
24 settembre, 2010.
un'onda di disgusto mi sovrasta, mi passa addosso, intera, senza incontrare ostacoli.
Di tutti questi giorni, mi consola che invisibile, a volte ironico, a volte accorato, un nuovo amico estremamente discreto stia a poco a poco provando a comunicare con me. Non qui. E' insolito, in mezzo a questo silenzio distratto. Non prova ad avvicinarmi, ma solo, con freddezza interessante, prova ad accompagnarmi fuori da questa situazione che deve aver provato, che deve aver vissuto per sé. Almeno, questo è ciò che credo. Curioso che una mano tesa mi commuova ancora, eppure sì, anche se in nuce appena, mi commuove. Non mi commuove di sé, sia chiaro: resteremo estranei cordiali, vittime di terrificanti rapine.
Ma quando questa goccia di commozione sarà un fiume, io travolgerò il mondo di un amore cieco e sconfinato.
16 settembre, 2010. Non emanava una luce.
Io esco da questo gioco. Non è più neppue stimolante. Ho avviato il nuovo romanzo (sempre quello) e pare funzionare molto bene. Ho fatto l'abitudine alla solitudine e anche questo ormai sembra, in modo lancinante, funzionare.
Non posso però evitare di rattristarmi, perché pensavo che quando l'avrei vista avrei visto chissà quale stella. Invece, è proprio il contrario. Ho conosciuto i limiti dell'uno dall'altro.
Lei non c'è. Ma in verità non c'è nemmeno lui. Non capisco, lei, che cosa possa avere da un rapporto del genere. Forse nulla. Forse è questo che la gente vuole, il nulla. Vuole, come in tante coppie che vedi, il tipo da portarsi appresso alle feste, di cui tutti dicano "hai visto, è lui". Lui vuole l'autista per la macchina, la tipa da scopare, la scusa per sedersi con una coppia di amici al tavolo da quattro, il vaso gradevole, pure se un po' avvizzito ultimamente, da lasciare in anticamera. La tipa che fa le pubbliche relazioni.
Lui e lei, entrambi hanno raggiunto ciò che pensavano di desiderare. Con la sola differenza che lei non capirà mai che ciò che si pensa di desiderare non è la stessa cosa di ciò che si desidera. Lui invece lo capirà.
Pensavo che mi avrebbero fatto soffrire. Mi hanno fatto, entrambi, pena.
E mi sono fatta più pena io, che ho perso tutti questi anni credendo in qualcosa che non esiste. Che non esiste più. Non c'è più l'uomo che amavo. C'è un fagotto, al traino di un venticello, sempre immusonito, incapace di quella dolcezza rapita che era così bella, e che oggi è sprecata così. C'è un cuore che amava la vita al punto di cercare di distruggersi, e che solo piano piano si lasciava aprire e scaldare, e che adesso è una piccola pietra secca, che passa di mano in mano, che finisce tra le sue, e la sua vita, la mia vita, finisce così.
Non ha mai voluto rischiare di condividere un sogno, perché - e lei ne è la dimostrazione - l'abitudine quotidiana diventa affetto e poi amore, il fare le cose insieme diventa meno fastidioso del farle da soli, e lui è tanto pigro; e l'amore per me non so se non lo provasse, ma certo non voleva provarlo, non voleva cominciare a condividere con me, e poi scrivere insieme, e poi partire insieme, e poi vegliare insieme su un progetto, e poi sedere insieme, raccontarmi i suoi progetti, costruirli, viverli. Ha pensato a cosa sarei stata io, in società - non accanto a lui, in società- come avrei figurato tra queste persone poco ingombranti, poco amanti delle crisi, delle paure e della serietà, indifferenti all'arte (a meno che non sia in mostra, con i cartellini da leggere e l'amico artista da complimentare), indifferenti alla creazione, ammirate dell'attimo, sbigottite per l'autografo, e non per il duro lavoro. Voleva qualcuno che facesse sembrare tutto facile, sciocchino e bello. Così, ha cominciato a mentire. Premessa. Io mi ero innamorata anche perché mi aveva fatto leggere una lettera di una donna che lui amava, che gli diceva quanto bello fosse il suo modo di fare l'amore. E perciò, io non credo a una parola di ciò che ora dice sul sesso violento e bizzaro che gli piacerebbe. Lo ha detto per curarmi, in qualche modo, per tenermi lontana e spaventarmi. Ma io so come fa l'amore, e forse lei è solo più lieve nel camminargli addosso, e forse nonostante tutto, non è a me che ha mentito, ma a se stesso.
Forse quando ha pianto, alla morte di mio padre, ha pianto perché ha capito che le nostre vite erano davvero divise. La mia, verso quel dolore che si affronta e si sana attraversandolo tutto. La sua, fuggendo nella direzine opposta al dolore. Io devo ritrovarmi, e cancellare per sempre tutte le tracce della sua presenza, smettere di rivolgermi a lui qui (avete notato? non uso più il tu, ma la terza persona: è un primo passo), smettere di fornirgli anche solo la scusa vaga di tornare. Mi si spezza il cuore, ma dovrò evitare di incontrarlo, evitare di vederlo, riprendere a non sapere che esiste. Tutto deve essere come prima che lo conoscessi. E questo è durissimo, perché amo il suo essere vivo, lo prenderei e lo terrei stretto accarezzandolo perfino adesso che devo, invece, cancellarlo per sempre. Vorrei che capisse lui le meravigliose cose che da oggi, da questo momento, mi risulta inutile capire. Vorrei che leggesse lui la poesia che ho letto ieri, che mi ha gonfiato di gioia. Metto per lui la musica, piego per lui l'orecchia al libro su una cosa che deve vedere. Scrivo perché lui legge, qui, passo dopo passo. Fotografo per lui il cielo, l'acqua, il lago, poi non so a chi mostrarlo, non lo mostro, getto la foto insieme al resto, la butteranno poi.
Tutto questo deve accadere senza di lui. E tutto di lui deve accadere senza di me. Che questo sia chiaro. Ci ritroveremo solo quando saremo morti.
Cioè, mai più.
Oppure dobbiamo trovare un'altra strada. Perché se tu sei qui, non è per curiosità, e devi chiederti, santa madonna, ti devi chiedere per quale motivo sei arrivato fin qui. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, fin qui. Perché. L'alternativa, come sai, è non cedere più, e non tornare.
Oppure dobbiamo trovare un'altra strada. Invisibile.
Intanto, io continuo a osservare questo mondo sempre più povero di vita, sempre più rannicchiato, e a vivere quanto più intensamente e pienamente posso tutto quello che trovo. Tranne te, o forse compreso te.
E' tutto troppo grande per questo momento , non posso più parlarti (sono tornata, brevemente, al tu). Per stasera basta così.
ho visto, ha perso la strada. Ma io non posso più esserci.
15 settembre, 2010.
Sto già immaginando a quale personaggio, dei due, tra me e lui, affidare questo sguardo in lontananza, verso nuvole in apparenza piccole e rosa, soltanto distanti. Sarà lei, a guardarsi nello specchio, ormai bellissima, e dalla punta dello specchio a scivolare verso le immagini del cielo, l'aria, i sogni, i vapori (il ghiaccio, l'acqua, l'eterno ritorno)? Oppure sarà lui? Non esiste più me e te.
Sarà lei, ad aver aspettato l'attimo in cui la guarigione l'avrebbe liberata e resa capace di intimità, di fioriture in sequenze improvvise, oppure sarà lui? L'amore è ciglia che non riescono a chiudersi, e nessuno dei due, separatamente, conoscerà mai il tremito del tutto involontario dell'amore. Altre cose più evidenti si preparano per le loro vite separate, lui con la sua antica e più volte sospesa e mascherata fidanzatina del corpo, e di quella parte dell'essere che parla, mangia respira ma è ancora corpo, e lei con un nuovo amore altrettanto evidente, nato dopo di lei.
Chi dei due, lui o lei, io o te, amerà di più il dolore della separazione definitiva, il solo in grado di raffigurare, nello spazio d'aria del loro intimo, al buio, l'amore? Lui ottiene la gioia, non la felicità, dal suo amore evidente, e la gioia è uno stato momentaneo, come la soddisfazione. Lui non si è accorto che la sensualità tra loro è stata trattenuta (non farmi innamorare) proprio per dare vita all'unica sensazione d'amore che rimarrà per sempre, scomparsi questi giochi di carnalità feroce, scomparsi quegli altri giochi di famiglia disinvolta e azzurra. Lo struggimento. Lei sa che lui cercherà in ogni modo di nuovo lo struggimento, e saprà senza guardare, dai suoi banchi freddi di dama, tutte le battaglie fasulle e in fondo autentiche (cambiati però nel diventare vere i combattenti) che il cavaliere si procurerà per avere, di nuovo, lo struggimento.
Loro si conosceranno per sempre. Ma non si riveleranno. E questo, come una nuvolaglia distante, non sarà un amore, ma due amori distinti e separati.
Quando darò la vita a lei e a lui, ai miei personaggi, il loro patto segreto di non amarsi mai sarà già stato siglato, da entrambe le parti, da confusi, disuguali, smaniosi e vitrei matrimoni, tradimenti frequenti e successi, feroci, in società.
