logo
<veraellisinterview>

 

L'intervista completa a Bret Easton Ellis. Ovvero, le domande. E' un momento con me stessa, credo. Bene. Poiché Bret è, per vari motivi, l'unico scrittore degli ultimi anni che mi sembri grande, vi racconto, a oltre un anno di distanza dall'intervista per "Lunar Park", il primo dei due incontri.

C'è un clima schifoso, Milano, e io sto piangendo in taxi con la mia pettinatura nuova, sto male come ogni volta che intervisto qualcuno. Sta piangendo, l'imbecille. E perché. Non sopporto di parlare con le persone, se non è per dirsi qualcosa. Cos'è questo che succede, perché hai le rughe. Qualcosa: non hai paura? Sennò, perché intervistare. Con gli altri, in genere, è possibile, ma con Ellis ho paura. Perché con lui io non voglio e non posso fare conversazione da salotto, prendendo il tè delle stronzate. E' lo scrittore che ho più caro. E' il mio scrittore vivente preferito. O il mio essere umano preferito, non lo so. O il mio Victor Ward preferito. Mi asciugo gli occhi. Uso il rimmel solo da pochi giorni, non sono pratica, e spero che non si sia sciolto. Controllo nello specchietto retrovisore. Dietro di noi, la strada è libera. Siamo l'ultima automobile in fondo al traffico, la conoscete quella sensazione, e il ritardo si fa spaventoso. Arrivo. Arrivo nello stesso albergo che è il finale di Glamorama, uno dei romanzi più estenuanti e più belli che io abbia mai letto. Nell'albergo c'è una poltrona e c'è un signore incazzato, bello di una bellezza monumentale. Bello. Alterato, e bello. La signora dell'ufficio stampa, Carla, magra, gli sta dicendo in quel preciso momento, con un inchino giapponese, che la signora del giornale XXX è in ritardo. Ma Carla è magra, e attraverso lei, lui mi ha visto annaspare in fondo al salone. Le risponde: "E' dietro di te." Lo vedi Carla, lo scrittore. Quante ne ha descritte, di reporter che arrivano nel posto hip e si guardano intorno? Quante ne ha viste? Comunque, eccoci. Ellis è incazzato e se possibile perfino straincazzato. Si rompe. Sono in ritardo. Tutti gli chiedono le stesse cose, posso immaginarli: "il Bret del romanzo è lo stesso della vita?". Finge. Scatta una foto, è una finzione anche quella, osserva la mia espressione perplessa. Che dice: solo tu puoi farmi una foto, io non consento foto. Non glielo dico, è solo ciò che penso. E quello che penso, in genere, si vede. Voi dite. Ma lui è Ellis. Tu sei Nessuno. Stronzi. Via dal mio sito. Il gigante Ellis beve acqua, non si alza, pare pronto per sgridarmi. Ma anch'io ho un'espressione strana: insoddisfatta. Stiamo per decidere qualcosa, io e te, penso. Mi scuso per il ritardo, e gli chiedo come sta. Male, sono stanco, troppo stanco; mi risponde. Io guardo il traduttore - pretendo il traduttore, per una serie di motivi che non sto a spiegarvi - e il traduttore mi guarda sorridente, pronto, all'intero mondo non gliene può fregare di meno se siamo stanchi, se io ho pianto, se non se ne può più, suggerendomi che è reciproco. No. Mi alzo. Mi. Alzo. Prendo la borsa e tutto. Queste sono le interviste, non le parole; e mi dispiace che sui giornali si possano scrivere solo le parole. Gli dico: d'accordo, mr. Ellis. Se lei è stanco, io vado. Lasciamo perdere l'intervista, se vuoi. Signore: io perdo il lavoro, ma non perdo altro. Sì, è strano, ma alzarsi significa due cose. Questa, che ti ho appena detto. E anche un'altra. Tu sei qui per un booktour, almeno quanto io sono qui per un lavoro. Ma invece ce ne possiamo fregare. Possiamo fare finta che un nostro raffreddore sia più importante. Mmm, allergy. Così, c'è come un sollievo. No, no, sono qui. Mi dice. Lo guardo. Mi guarda. Ok? Ok. Siamo in due, finalmente. E io gli faccio la prima domanda. Allora. Ah, no, c'è una cosa. Sì, mi è piaciuto Lunar Park. D'altronde non sei il più grande scrittore del mondo? Mi risponde ridacchiando: questo l'hai letto nel libro. Già. Ride. Rido. Hehe. Ci diciamo due cose in inglese. Hehe, probabilmente. Poi, prima domanda. Ellis, noi siamo tossici, di successo, strafatti, affamati e nauseati di sesso, ubriachi e pieni di soldi, ma poi... Il traduttore mi guarda. Traduce una parola in modo sbagliato. Lo correggo. Traduca tutto, per favore. Il traduttore traduce. We are addicted. Ellis inclina la testa, sollevato. "Sì," mi dice, "ok. Vai avanti." (fine della prima parte)


castATsettemodernistePUNTOcom

 

“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).