SETTE MODERNISTE
Sesto episodio - WEBEIDE
Post - Prima parte
Cògito consegna il messaggio
Cògito arrivò in volo e si fermò sul margine estremo della scogliera, osservando da lontano la città delle Creature di luce: la più sterminata delle costruzioni mai immaginate, immensa sulla spiaggia fino alla fine del mondo, con le vele di reti bianche come le creste delle onde, affollata, caotica, brulicante. Bella, ma difficile, si disse. Come la spiaggia di Rio de Janeiro, o come quell’aereoporto inglese che aveva usato una volta a Gibilterra, dove si atterra tra semafori e turisti che aspettano il verde. E poi gli scogli in spiaggia erano rognosi, rischiavano di rovinargli anche il bell’effetto planato che si poteva cavare da un atterraggio così, di riempirgli di vibrazioni il ritorno dell’ala, di sballargli l’assetto, macché, no, no.
Sbuffò, Cògito. Quello che gli piaceva di più, lì non si poteva fare. Troppi fili, troppe reti, tutta quella sabbia, le creature volanti di mezzo, l’angolo troppo stretto tra la scogliera e la spiaggia... Quello che gli piaceva di più era la traiettoria eureka a razzo, con puntamento e picchiata sul bersaglio. Zoom-voom. Soprattutto voom. Gli piaceva arrivare mostrandosi prima da lontano come un puntino appena percettibile. Gli piaceva restare sullo sfondo del campo visivo finché i bersagli non cominciavano a fissarlo e a strizzare gli occhi e a pulirsi gli occhiali con un dito per togliere quel che credevano un granello di polvere. Sguish, sguish, ridacchiava sentendo quasi il rumore che facevano le dita su quei maledetti occhiali. E dopo, scattare. All’inizio, piano, pianissimo: da zero a milleduecentosessanta chilometri al secondo, appena, uno scherzo. Poi forte, e forte sul serio: giù a trecentomila chilometri al secondo, milli-arcosecondo più, milli-arcosecondo meno, in modo che i bersagli vedessero il puntino diventare prima più grande, ma ancora rispettabilmente lontano, e subito dopo mostruosamente grande, spaventosamente grande, una montagna, una sberla di meteorite gigante, un coso fumante, irresistibile, grosso, santo dio, che calava preciso preciso sul loro naso. Voom... Anzi, magari a quel punto esitare un attimo, alt, fermo, lì, rotante e – se gli riusciva - infuocato davanti alle loro orbite sgranate. Lasciarli sbiancare in volto. Lasciarli tremare. E allora sì, voom.
Cògito amava arrivare così, accidenti se gli piaceva. L’illuminazione, lo scatto d’orgoglio, l’ispirazione, il déja vu, l’orrido disvelarsi, il magnifico colpo di fulmine: quelli erano i suoi atterraggi preferiti. Ma le condizioni non lo consentivano sempre, e lui si atteneva a quello che aveva detto Hugo, o qualcun altro, sull’amore: o è a prima vista, oppure che sia crescita estenuante. Estenuante, diamine. Odiava essere realista.
Sbuffò un’altra volta – forse c’era anche qualcosa che aveva mangiato, a mettergli tutta quell’aria in corpo - e prima di cominciare la discesa controllò il carico di messaggi che trasportava: un raccolto abbastanza pesante. No, niente di brutto, niente di veramente ferale, e niente di veramente bello. Notizie. Si era accorto, negli anni, nei millenni, che c’era qualcosa di vero in quel che si favoleggiava nell’ambiente, che il tipo di atterraggio poteva cambiare a seconda del contenuto del messaggio. Che la gravità del messaggio – la feralità, non la forza di attrazione terrestre; sebbene non fosse affatto certo che non si trattasse in fondo della stessa cosa – poteva migliorare la penetrazione e ridurre l’attrito, aumentando la velocità. Supponendo che Cògito trasportasse pensieri – il che non era proprio esatto, ma era quello che diceva la gente, e allora lasciamola dire – supponendo che Cògito trasportasse pensieri, poteva darsi che un pensiero come la rima di una poesia, per esempio, o la formula della relatività, arrivasse in picchiata anche su un terreno accidentato; e che invece l’idea di dare un’occhiata agli oroscopi in fondo al giornale planasse lenta lenta come un foglio di carta. Ma lui aveva notato che spesso succedeva il contrario. Una picchiata veloce per l’oroscopo e una vita per la rivoluzione copernicana. Chimica, lui pensava. Oh, sì, poteva essere una questione di chimica. Chimica dell’altro, di quello: del destinatario. Quell’accidente di bersaglio poteva manovrare a sua volta per liberare il campo, per modo di dire, naturalmente senza saperlo. Cioè, con una cosa come – sbadigliò, due volte di fila – il metabolismo. Con quello che diavolo aveva mangiato a colazione. O inquinamento. O una droga. O l’età.
Oppure esisteva dio. Cògito avrebbe adorato andare in giro a spacciarsi per un Angelo. Meglio ancora: per una Musa. Avessero creduto ancora, quei pezzenti, quei travet, quegli impiegatucci del reparto vita, a una cosa grandiosa come una Musa. Santo cielo – sentì sapore di cavoletti di Bruxelles in gola, e lo stomaco quasi gli si capovolse – la bellezza e la maestosità di una Musa. La grazia di una Musa. Che ti appare, splendida, danzante, e ti mette le mani sugli occhi da dietro, come una ragazza che scherza, e intanto ti accarezza, e tu senti il suo fiato che ti solletica l’orecchio, e il suo profumo di fiori, quei fiori là, i mughetti, le viole, e poi senti qualche ombra di forme morbide che ti sfiora la schiena, e alzi la testa e sorridi, e ti volti a mezzo sulla scrivania, e mandi via il fumo della sigaretta che magari le dà fastidio, e mieloso da far schifo le fai:
- Cantami, o diva.
(fine della prima parte)
(di Ida Bozzi; pubblicato il 15 febbraio, 2008, sera)
(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari)